76 STATIUNITI/DI LELLIO,GOBETTI Convention democratica. Foto RickFriedman/Black Star/G. Neri. essere tra gli "eletti" - è costantemente in dubbio rispetto alla propria condizione di salvato o di dannato, ma può risolvere in parte questo dubbio e capire la verità rispetto a se stesso, riconoscendo nell'altro credente gli elementi necessari alla condizione di "salvato". Se mi riconosco in colui che già stato salvato, lo sono anch'io. Se non mi riconosco, sono dannato. L'altro, il salvato, fa da specchio, cosicché ciascuno di noi contempla e ammira in lui/lei non l'altro da sé, bensì riconosce se stesso, sub specie di persona salvata. Questa dinamica di riconoscimento tra il salvato e gli altri fedeli innesca un meccanismo di dipendenza reciproca tra il "santo" e la congregazione. Non si è salvati se non si è riconosciuti come tali dagli altri, ma la congregazione ha l'obbligo di riconoscere il salvato, se esso si manifesta: non riconoscerlo è un segno certo di dannazione della congregazione stessa. Abbiamo visto questa dinamica all'opera nelle espressioni più varie della cultura americana, popolare e non,9 in particolare al cinema, soprattutto in innumerevoli western, ben noti a tutti noi, ma essa è la dinamica centrale di tutte le situazioni in cui appare il leader carismatico, dall'insegnamento allo sport, dalle grandi imprese alla politica e, quindi, in particolare, alla scelta del leader per eccellenza, il presidente degli Stati Uniti. L'americano si aspetta dunque che il leader politico offra una possibilità di identificazione che sollevi l'individuo al di sopra delle sue miserie quotidiane, delle sue pochezze e carenze. Il leader è tale solo se è carismatico, solo se è salvato; '0 tuttavia, il leader è carismatico solo se, riconoscendosi in lui, l'individuo riconosce la parte migliore di se stesso, non la sua identità reale, effettuale, ma l'identità ideale e normativa di cui il leader è l'incarnazione vivente." È solo se si accettano queste premesse che si può capire il disagio, persino il disgusto che gli americani avvertono nei confronti di Bill Clinton, e il senso di sollievo con cui hanno accolto la possibilità di una candidatura alla presidenza da parte di Colin Powell. Bill Clinton è fonte di perplessità e sconcerto perché il meccanismo dell'identificazione, che è narcisista per definizione, funziona perfettamente con quest'uomo politico giovane, espressione della "me-generation" (la generazione "Io"), battista del Sud, un bianco padrone della retorica e dei ritmi dei predicatori neri, i persuasori per eccellenza. Clinton è capace di grande e sincera empatia con il proprio uditorio, eppure non è meritevole di "riconoscimento", non solo per i suoi peccati privati, che dimostrano in modo quasi inconfutabile che egli non è un salvato, ma perché, identificandosi con lui, il cittadino americano non avverte di trascendere la propria finitezza e pochezza, non si sente trascinato vero l'alto, portato a dare il meglio di sé, non sente accresciuta la propria capacità di sacrificio e dedizione al bene comune. Ma poiché questa è la politica, e non l'esperienza religiosa, bisogna chiedersi perché, in questa fase storica, gli americani non abbiano trovato nessuno migliore di Clinton con cui identificarsi: perché non hanno trovato un vero leader carismatico? Siamo partiti dalla premessa che la dinamica di identificazione tra leader e seguace prende a modello un rapporto duale - un leader e un seguace - nel quale l'esperienza del riconoscimento è sempre, di fatto, un 'esperienza individuale, sepolta nell 'interiorità di ciascuno, inaccessibile agli altri e indecifrabile, dati i suoi tratti irrazionali, persino per l'individuo che la vive. La democrazia americana è, da questo punto di vista, intrinsecamente aggregativa - non ha né spazio né tolleranza per manifestazioni olistiche e collettive. È l'individualismo solipsistico esasperato che spiega la democrazia americana, non il contrario. Ma poiché qui si tratta di scegliere il leader di un'intera nazione, tutte queste esperienze individuali disaggregate devono convergere a un certo punto nella scelta di un 'unica persona. Ciò avviene quando un gruppo consistente di cittadini riesce a esercitare un ruolo egemonico e trascinante, imponendo agli altri il leader che i componenti di quel gruppo hanno riconosciuto come carismatico. Sono queste condizioni che appaiono in crisi. Il gruppo storico che ha sostenuto la presidenza imperiale nella sua fase di affermazione è quello che si è raccolto attorno al New Dea] rooseveltiano. La politica di Roosevelt si è affermata grazie al sostegno della grande classe media (operaia), in maggioranza bianca, radicalizzata dalla Grande Depressione e rafforzata nella sua identità collettiva dall'esperienza dei grandi scioperi prima e della Seconda guerra mondiale poi. Viene ripetuto giustamente, nelle analisi degli anni tra il 1930 e il 1970, che è grazie a questa constituency che Roosevelt e i presidenti del dopoguerra hanno costruito quella che Johnson ha chiamato The Great Society. Questa grande coalizione ha svolto un ruolo egemonico che ha cominciato a sgretolarsi con il successo della strategia repubblicana nel Sud, negli anni sessanta. La Southern strategy' 2 è stata messa in atto da Richard Nixon nel 1972, il quale ha seguito la lezione di Goldwater nel 1964 e di George Wallace nel 1968. È stato Nixon a creare una profonda scissione tra le classi medie meridionali bianche, l'elettorato nero e quello urbano del nord-
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