Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

zione di gruppi non più protestanti e non più anglofoni, ma mediterranei, per lo più cattolici, e centro-europei, per lo più ebrei; sia dall'affacciarsi sulla scena pubblica e politica di gruppi emarginati: neri, donne e poi quello che restava delle tribù e nazioni indiane. La presidenza imperiale si manifesta in pieno, a livello interno, con Roosevelt, capace di imporre il New Deal a dispetto del Congresso; e viene rafforzata dalla Seconda guerra mondiale e dalla guerra fredda, che produce presidenti forti in politica estera (Kennedy, Johnson e Nixon). Ma, con la rinuncia di Johnson a presentarsi candidato per il secondo mandato, si hanno le prime avvisaglie della crisi, che esplose con lo scandalo Watergate: questo dimostrò che l'esercizio di poteri imperiali da parte del presidente era stato "tollerato" dal paese, ma non era mai diventato parte né della dottrina giuridico/politica, né del sentire comune. Persino la crescita della burocrazia federale, che è stata l'alleata oggettiva del presidente forte e legislatore, a partire dal New Dea!, non ha prodotto uno Stato di stile francese, sostenuto dai funzionari usciti dalle Grandes Écoles, e ha generato ben poca ideologia "statalista" o "presidenzialista": per gli americani, persino quelli che lavorano per lo stato federale, lo Stato non esiste: esiste solo il governo. E ben pochi americani pensano che solo grazie al governo federale questo paese abbia creato le condizioni di omogeneità sociale e legale che hanno permesso la diffusione del benessere, il prevalere di norme condivise e non particolaristiche, scritte e non, così necessarie all'economia capitalistica avanzata. La presidenza dunque si è indebolita nei fatti, proprio nella fase in cui si rafforzava istituzionalmente quella che Theodore Lowi chiama la funzione omogeneizzante della democrazia presidenziale, ossia "la tendenza delle democrazie ad imporre un valore unico a tutte le istituzioni e le pratiche politiche".6 Gli ultimi vent'anni parrebbero dimostrare che, con il tramonto delle condizionj storiche specifiche che avevano reso la presidenza imperiale possibile e, forse, necessaria, questa funzione omogeneizzante assume caratteri sempre più "ideologici", vale a dire di mascheramento e di anelito al superamento forzato dei processi di frammentazione e divisione che attraversano la società americana. Nelle parole di Lowi, che preferisce parlare di "presidenza personale", questa "è una patologia, non più una ricerca disperata della vita buona, ma una rappresentazione delle apparenze, di grande efficacia. È una patologia perché produce un'escalation della retorica in politica interna ... ed alimenta avventurismo all'estero".7 Da questo punto di vista, l'affermarsi sulla scena politica di presidenti "deboli" - Carter, Bush e Clinton - riflette con maggiore accuratezza la situazione oggettiva del paese. Queste presidenze deboli sono delle spie del tramontare delle condizioni che hanno consentito l'emergere di figure di leader forti, capaci di raccogliere le fila disparate della società statunitense; capaci di vincere la tentazione profonda ali' anarchia, allo stato di natura-guerra hobbesiano, elemento forte della cultura antropologica degli Stati Uniti d'America e, in generale, del continente. Sono queste stesse tendenze anarco-individualiste che spiegano perché la funzione unificante e coagulante sia stata svolta negli ultimi ottant'anni dai leader carismatici, più che dalle istituzioni impersonali, come lo Stato. È solo attraverso il leader che unità di intendere e di volere vengono espresse e tradotte in spinte all'azione, grazie alla trasmissione di energia e volontà che caratterizza il rapporto tra leader e seguaci. In altre parole, il STATI UNITI/DI LELLIO, GOBETTI 75 problema weberiano della ritualizzazione del carisma rimane in parte iJTisoltonella storia politica e istituzionale degli Stati Uniti, cosa che va benissimo agli americani, sempre timorosi, in primis, dei rischi di involuzione tirannica che accompagnano l'istituzionalizzazione del potere carismatico. È interessante osservare che l'emergere di presidenti "imperiali" è andata di pari passo con il rafforzarsi delle tendenze anarco-individualiste e con l'indebolirsi dei partiti come strutture di mediazione tra il leader e i seguaci, i candidati alla presidenza e gli elettori. Gli americani scelgono veramente i loro rappresentanti direttamente. Questo carattere personalistico della democrazia americana 8 è particolarmente importante per il presidente, eletto ogni quattro anni, massimo otto. Il leader viene scelto dal basso, negli Stati Uniti; non viene offerto ali' acclamazione da un apparato burocratico, partitico o militare che seleziona i candidati e ne offre uno agli elettori, perché la sua nomina venga ratificata. (Il fatto che Dole sia il candidato dell'apparato del partito repubblicano è una delle cause maggiori della sua debolezza, anche all'interno del partito.) Ci parrebbe ovvio in democrazia, tanto più nel paese che prima di ogni altro ha avviato su larga scala l'esperimento della democrazia rappresentativa nell'età moderna. Ovvio, invece, non è, perché in nessun paese occidentale l'identificazione e la scelta del leader sono meno mediate istituzionalmente che negli Stati Uniti d'America. Certo, ci sono i grandi gruppi industriali e gli imprenditori edili (questi ultimi molto, molto potenti, dietro le quinte), le lobbies e i gruppi di pressione, i sindacati e le associazioni dei produttori di armi e di tabacco, che finanziano singoli individui e i due grandi partiti, ma non c'è nessun apparato unitario - nessun concistoro - che presieda sistematicamente e infallibilmente a "weed out the candidates", come si dice qui, a separare l'erbaccia dalla pianta sana. Tant'è che il risultato della ricerca è spesso, specialmente nei momenti di passaggio forti del paese, imprevedibile e sorprendente. Basti pensare a Carter, a Reagan e allo stesso Clinton. La debolezza delle mediazioni istituzionali nell'identificazione e scelta del leader ha le proprie radici nella matrice puritana del paese. Questa matrice sembra riaffermare costantemente la sua presa, pur se in forme varie e insospettate, ritradotta in formule e fenomeni che non sono strettamente religiosi, ma diventano tratti culturali condivisi. La visione puritana del rapporto tra il credente e il suo dio e, di conseguenza, tra il credente e gli altri credenti, contiene un forte elemento carismatico, che si ripropone in tutte le situazioni nelle quali si stabilisce, tra un individuo e un altro, un rapporto tra leader e seguace. L'elemento carismatico forte dell'esperienza puritana non sta solo nel fatto che il salvato è la persona che Dio ha, tecnicamente, "graziato", in senso giuridico, con una scelta irrazionale, indecifrabile e insindacabile; ma consiste nel fatto che il salvato autentico viene "riconosciuto" come tale dagli astanti, accettato dagli altri peccatori in lotta per la salvezza come colui che ha superato la prova. Il processo di riconoscimento è altrettanto irrazionale quanto il processo che porta alla salvezza, essendo basato su meccanismi di persuasione retorica e di identificazione emotiva che non passano l'esame dello scrutinio razionale. li salvato ci convince della correttezza della decisione divina semplicemente mostrandoci la sua condizione di salvato. A differenza del santo cattolico, il salvato non svolge un ruolo esemplare, non si offre alla contemplazione morale ed estetica degli altri credenti; offre invece una possibilità di identificazione. Il credente puritano - che non ha da Dio alcun segno certo di

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