74 STATIUNITI/DI LELLIO,GOBETTI IL PRESIDENTEA LILLIPUT Anna Di Lellio, Daniela Gobetti La crisi della Prima Repubblica pare aver convinto la maggioranza degli italiani che solo il presidenzialismo può far uscire il paese dalla melina dei veti incrociati e della irresponsabilità collettiva che hanno caratterizzato il sistema politico fino a Tangentopoli. Si guarda così alle repubbliche presidenziali come al modello da imitare. In particolare, si guarda agli Stati Uniti, il modello per eccellenza delle democrazie moderne, come ci ha insegnato Tocqueville, paese nel quale il presidente pare godere di un potere monarchico, per non dire imperiale. Siamo sicuri, tuttavia, che la riforma delle istituzioni, per quanto necessaria, sia anche sufficiente a creare quelle condizioni di unità di sentire e di volere che i fautori del presidenzialismo ambiscono a realizzare? Siamo sicuri che il potere imperiale del presidente americano sia il frutto della forma di divisione dei poteri adottata dalla Costituzione americana, e non di condizioni storiche particolari, transitorie, attualmente in fase calante, forse al tramonto definitivo? Se la crescente frammentazione e diversificazione delle società capitalistiche avanzate, sia italiana sia americana, sono, come crede chi scrive, fenomeni forse controllabili, ma non reversibili, può un presidente, potente sulla carta, essere potente anche nei fatti, senza diventare dittatoriale? Diamo dunque un'altra occhiata agli Stati Uniti, per vedere come stanno veramente le cose da quella parte dell'oceano e per offrire qualche spunto di riflessione a un 'Italia in cui si parla ormai apertamente di secessione.' "I am nota crook!", "Non sono un imbroglione!", è la frase, pronunciata da Richard Nixon al culmine dello scandalo Watergate, che è rimasta impressa più di qualunque altra nella memoria degli americani."/ am nota crook!", potrebbe fargli eco Bill Clinton, attualmente in buona con gran parte dell'elettorato (in testa ai sondaggi elettorali, gode di un tasso di gradimento tra il 53 ed il 54 percento), ma incapace di convincere i suoi concittadini di essere onesto, sincero, retto - letteralmente l'opposto di "crooked", che vuol dire sbilenco, storto e, in quanto tale, non meritevole di fiducia. Ma la mancanza di rettitudine di Nixon non è certo la stessa di Clinton. L'immoralità - o amoralità - nixoniana era pubblica, imperiale, machiavelliana. Non quella di Bill, accusato di piccoli favori illeciti ai suoi finanziatori dei tempi di Little Rock, Arkansas, ora coinvolti in processi che gettano una luce poco lusinghiera sul passato del presidente in carica;2 di dongiovannismo da maschio insicuro che non sa resistere alla profferte sessuali delle "pupe", ma che sposa Hillary, una Lady Macbeth più intelligente, più ambiziosa e più forte di lui, paragonata spesso, lei sì, a Richard Nixon. Un narcisista, Bill, in perenne identificazione con il proprio uditorio, incapace, però, di fargli fare un salto di qualità, ma condannato a scendere, al contrario, al suo livello. Al livello della conversazione adolescenziale con la ventenne presentatrice della televisione: "Ma lei porta i boxer o gli slip, signor presidente?". Il passaggio, nell'arco di circa vent'anni, da una figura come Nixon - la personificazione della potenza politica amorale - a una come Bill Clinton - impotente a reprimere i propri bisogni personali e a controllare la propria moglie - può essere letto più proficuamente come il passaggio dalla presidenza imperiale,3 alla presidenza impotente. Eppure la presidenza americana è una carica da sempre debole. I "padri fondatori" la vollero tale per evitare il potere monarchico assoluto e perciò tirannico per definizione, e affidarono al presidente scarse funzioni, soprattutto scarso potere legiferante, appannaggio della Camera dei rappresentanti e del Senato. La separazione dei poteri, nella Costituzione americana, mira veramente a una divisione del potere. Non è solo la distribuzione del potere a organismi diversi a rendere la vita difficile al presidente: sono le dinamiche complesse interne a ciascun organismo che frappongono ostacoli a quel presidente che voglia imporre il proprio ordine del giorno. Bill (e Hillary) Clinton lo hanno imparato a proprie spese (e a spese della nazione), quando hanno tentato di far passare la riforma della sanità e si sono scontrati con un'azione di sbarramento, resa insormontabile dalle dinamiche istituzionali del potere legislativo e dalla mobilitazione delle varie organizzazioni parastatali, di fatto se non di diritto, come le lobbies.4 Il potere legislativo è dominato dalla Camera dei rappresentanti, rinnovata ogni due anni da un elettorato vigile, incline a considerare i rappresentanti come dei delegati vincolati al mandato espresso dalle constituencies, dalle lobbies e dagli interessi locali che a volte vogliono e riescono a trovare un punto d 'incontro tra i loro obiettivi divergenti, e a volte no. Un presidente mediatore, com'è Bill Clinton, ha buon gioco a inserirsi all'interno di queste dinamiche e a sfruttarle a proprio favore, ma, come dimostrano eventi recenti, ottenendo non tanto l 'approvazione delle sue proposte legislative, quanto lo sbarramento delle proposte altrui. L'altra branca del legislativo, il Senato, è molto più autonoma della Camera dei rappresentanti dalla propria base elettorale, in parte perché rappresenta non i cittadini, ma gli stati che compongono l'Unione. La distanza dall'elettorato consente al Senato di svolgere una prudente e indispensabile funzione mediatoria tra la Camera dei rappresentanti, gelosa delle proprie prerogative, e il presidente, in perenne ricerca di alleati che approvino le sue proposte di legge e le sue iniziative in politica estera. Nel corso del tempo, al controllo del legislativo sull'esecutivo si è poi aggiunto quello del giudiziario, in particolare da parte della Corte Suprema, potere istituito dalla Costituzione, ma poco definito, quasi "vuoto", che è andato crescendo a partire dall'inizio dell'Ottocento, fino a raggiungere i livelli notevoli del secondo dopoguerra di questo secolo. I suoi giudici, nominati a vita dal presidente e confermati dal Senato, hanno spesso riservato spiacevoli sorprese all'esecutivo che li aveva scelti. Sono loro, in ultima analisi, e non il presidente o l'elettorato, a decidere questioni controverse e vitali come l'aborto e l 'ajfirmative action (gli interventi legislativi a favore delle minoranze) e la forma e le dimensioni dei collegi elettorali. 5 Tutti noi ci siamo abituati all'idea erronea che il potere del presidente americano fosse di tipo "imperiale", o almeno monarchico, perché siamo cresciuti, anagraficamente e storicamente, con questo tipo di presidenti. Il loro potere è cresciuto quasi linearmente a partire dall'inizio del secolo, sull'onda dei mutamenti tumultuosi che gli Stati Uniti hanno vissuto con l'accelerarsi della rivoluzione industriale, con la crescente diversificazione della popolazione americana, prodotta sia dall'immigra-
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