Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

Sono queste ultime le "cose" che, tra l'altro, spiegano la larga preferenza delle donne per Clinton. Le uniche, limitate differenze tra i due candidati si davano infatti sul terreno dei valori sociali della scuola, della sanità, della protezione della maternità e della possibilità di interruzione della gravidanza. Dunque, quella che viene dal voto femminile è l'indicazione che la politica deve occuparsi dei bisogni dei cittadini, che sono poi gli enormi problemi sociali che ogni madre, moglie e donna vive ogni giorno nel modo più diretto possibile. Proprio quello delle donne è stato il voto più coerentemente "positivo" e più concretamente politico, espressione tra l'altro anche del rifiuto di cedere a quel risentimento revanscista verso i destinatari poveri della spesa assistenziale - in larga misura altre donne - che i repubblicani alla Gingrich avevano così fortemente sollecitato e coltivato negli ultimi anni. Come si vede, un'analisi che crediamo non del tutto banale del voto e del non voto può portare lontano. Per esempio, può portare ancora a spiegare una frase pronunciata da Bill Clinton la sera stessa della rielezione, quando si rivolgeva ai suoi elettori festanti nella notte serena e tiepida di Little Rock, Arkansas. Dopo aver ringraziato tutti i ringraziabili, Clinton ha detto: "È venuto il momento ora di mettere da parte la politica ...". Ci si potrebbe aspettare che un candidato che finalmente può lasciarsi alle spalle la campagna elettorale dica il contrario: "Ora possiamo tornare a occuparci di politica". Invece Clinton voleva dire proprio quello che ha detto. Lo ha confermato nei giorni seguenti accettando le dimissioni di buona parte dei componenti il suo gabinetto e dichiarando di voler costituire un nuovo gabinetto bi-partisan, che cioè includa esponenti del partito repubblicano. Non è soltanto una conseguenza della vittoria divisa - presidenza ai democratici, Congresso ai repubblicani - e quindi del1' opportunità di mescolare le carte in modo tale da facilitare l'azione di governo. È forse, invece, la prima ammissione ad alto livello dell'avvicinarsi del momento in cui sarà impossibile spiegare agli elettori statunitensi dove trovare le diversità tra i due partiti maggiori. Già durante la campagna elettorale i repubblicani avevano lamentato il fatto che l'astuto e spregiudicato presidente uscente sottraesse loro slogan e impegni programmatici facendoli suoi. E prima ancora: non c'è dubbio che gli ultimi due anni della presidenza Clinton abbiano visto il presidente virare la barchetta della sua politica interna verso acque sempre più "repubblicane". Certo, tutto questo è politica. Ma diventa la politica dei soli ceti dirigenti. Il rischio è che la politica statunitense si riduca all'appiattirsi di un partito sull'altro, all'assenza di quella dialettica pubblica che è nata in tutti i sistemi come modo per rappresentare interessi sociali ed economici e ideali diversi tra loro. Un sistema democratico in cui si solidifichino una maggioranza di non rappresentati e una minoranza che rappresenta solo se stessa cessa di essere democratico. Credo che una parte delle osservazioni avanzate sopra possa fornire un qualche preoccupato fondamento a una simile osservazione. Del resto, a una conclusione analoga a quella qui esposta sembra che siano arrivati o stiano arrivando gli uomini del sindacato statunitense. Consumato negli anni di Reagan-Bush il crollo delle iscrizioni e maturata nei quattro anni di Clinton la crisi finale di quel "patto newdealista" che ha tenuto il sindacato legato al Partito democratico per quarant'anni, l' Afl-Cio ha cambiato strategia. La nuova dirigenza ha preso in considerazione la prospettiva della costituzione futura di un Partito laburista o comunque di una formazione politica autonoma rispetto al Partito democratico. In queste ultime elezioni ha fatto campagna STATIUNITI/CARTOSIO 73 elettorale appoggiando una serie di candidati democratici in corsa per il seggio nella Camera dei rappresentanti. Ha investito forze e denaro in azioni di periferia, abbandonando la politica di potenza con la quale il sindacato dava il suo appoggio al candidato democratico alla presidenza, il quale si impegnava poi a comportarsi da "amico" durante il suo mandato. La strategia appena inaugurata ha dato scarsi successi, come era però prevedibile, data la profondità della caduta sindacale degli anni scorsi. Ma il tentativo di rifondazione non è stato progettato per il tutto subito. Anzi, è stato concepito per puntare inizialmente alle elezioni locali, per prolungare poi a mano a mano la gittata delle operazioni, in rapporto con la capacità stessa dell'organizzazione sindacale di ritrovare forza organizzativa e capacità di elaborazione politica autonoma. La partecipazione di Ross Perot alle ultime due presidenziali ha dato due indicazioni precise: la prima è che un terzo partito può raccogliere ampi consensi popolari (oltre 19 milioni di voti nel 1992, quasi otto nel 1996); Ja seconda è che quei voti popolari non si traducono in voti elettorali, rimangono senza rappresentanza nel consesso dei "grandi elettori" e quindi sono "inutili". L' Afl-Cio del nuovo presidente Sweeney sembra aver deciso di far tesoro di questi insegnamenti, aprendo la strada per un prossimo terzo partito mosso dal motore sindacale, ma tenendosi lontana dalla non scardinabile cassaforte bipartitica delle presidenziali. Il sostegno offerto ora a candidati democratici, in questa strategia, ha il valore di esperimento e di avvio. L'iniziativa è interessante, perché nasce dalla nuova dirigenza, la quale è stata eletta dalle forze che hanno cercato di interrompere il declino sindacale ponendosi domande decisive sulle trasf01mazioni economico-finanziarie e produttive, sul mercato del lavoro e sul bisogno sociale di organizzazione. Questa novità è vissuta da molti come un letterale risveglio dal coma. Il rischio, di fronte a una novità piccola ma positiva, è di "sovraccaricare il mulo" di aspettative. D'altro canto, è dalla storia recente che vengono le due più importanti possibili confenne della giustezza di una simile strategia: l'elezione dell'afroamericano Harold Washington alla carica di sindaco di Chicago nel 1983 e 1987 e la duplice partecipazione di Jesse Jackson alle presidenziali del 1984 e 1988. In entrambi i casi i successi elettorali - è indiscutibile il successo anche nel caso di Jackson - sono venuti grazie a mobilitazioni popolaii molto ampie di ceti sociali normalmente ai margini della vita politica e della partecipazione elettorale; di componenti etniche e razziali - usando la terminologia statunitense- diverse: neri, bianchi, ispanici eccetera; di un elettorato politicamente progressista. Inoltre, la caratteristica dominante di quelle mobilitazioni fu il loro essere fenomeno di base, quindi fortemente caratterizzato dalla natura sociale e culturale dei soggetti attivi localmente, dalle loro aspettative, dalle loro rivendicazioni (più specifiche nel caso di Washington, più generali nel caso di Jackson), dal loro modo "povero" di fare propaganda. I successi di Washington e di Jackson sono avvenuti durante gli anni oscuri del reaganismo, in anni caratterizzati dall'assenza totale di movimenti sociali forti. Sono cresciuti e si sono esauriti nell'isolamento. Questa fine secolo è ce1tamente figlia di quegli anni. Ma il disastro sociale non è necessariamente perenne e la sollevazione cieca non è sempre l'unica risorsa della disperazione. Non si può escludere che da qualche parte riesca a prendere l'avvio un qualche processo di ricomposizione che, anche se inevitabilmente segnato dalle epocali trasformazioni già avvenute, ridia alla politica il suo ruolo nella società e alla parola repubblica un nuovo senso di bene comune.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==