Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

STATIUNITI 1996 ' 71 METTERE DA PARTE LA POLITICA UN'ANALISDI ELNON-VOTOAMERICANO ILPRIMATODELLAREPUBBLICA lA PRESIDENCZALINTON, PRIMAEDOPOLEELEZIONDIEL1996 Bruno Cartosio Il democratico William Jefferson Clinton è stato rieletto alla presidenza degli Stati Uniti. Il controllo delle due camere del Congresso è rimasto nelle mani del Partito repubblicano, che ha ora una maggioranza po' più ampia al Senato e un po' meno ampia alla Camera. Sono questi, in estrema sintesi, i risultati più importanti del voto americano del 5 novembre. Democratici e repubblicani sono dunque rimasti entrambi parzialmente soddisfatti dell'esito elettorale, che ha riprodotto la situazione precedente al voto e corrisposto alle aspettative create dagli infiniti sondaggi. E però qualsiasi ragionamento, per quanto schematico, su quelle elezioni deve fare i conti in primo luogo con il non voto - infatti, quella che non ha votato è la maggioranza dell'elettorato - e poi, in secondo luogo, con la distribuzione sociale e le ragioni del voto così come è stato espresso. La partecipazione elettorale è andata regolarmente calando negli Stati Uniti dal 1960 a oggi, con una sola, momentanea eccezione nel 1992. Nell'anno della contrapposizione KennedyNixon, che si voleva scontro decisivo tra passato e futuro, votò il 62 percento degli aventi diritto. Da allora, non importa quale fosse il livello delle tensioni sociali in atto o della mobilitazione ideologica o della statura personale e politica dei candidati, la curva della partecipazione ha continuato a scendere. Solo nel 1992 ha avuto un'impennata, dopo essere arrivata nel 1988 a quel 50,2 percento di votanti che allora venne considerato corrispondente alla tacca estrema del livello di guardia. La ragione della risalita dei votanti al 55,2 percento si dovette ali 'improvvisa, galvanizzante comparsa sulla scena elettorale di Ross Perot, portatore di un messaggio antipartitico capace di mobilitare il diffuso risentimento nei confronti della politica ufficiale. Perot ottenne il 19 percento dei voti popolari espressi, contro il 43 di Clinton e il 38 di Bush. Ma il suo straordinario successo - di cui non rimase traccia nei "voti elettorali" che il maggioritario assegna al candidato vincente, stato per stato (e dalla cui somma esce il presidente) - ebbe il solo effetto di rendere possibile l'elezione di Clinton con una "vittoria di minoranza". Nelle elezioni del novembre 1996, conclusesi con il 49 percento di votanti, l'ostinato Perot si è ripresentato, rifiutando I 'invito finale di Dole a ritirarsi e a far convergere su di lui i suoi voti. Mal 'effetto galvanizzante della novità era finito e Perot ha ottenuto solo I '8 percento dei voti popolari (e di nuovo nessun voto elettorale). Tuttavia, la sua presenza è stata nuovamente determinante: ha diviso il voto conservatore-reazionario quel tanto che è bastato al moderato Clinton per essere rieletto, con il 49 percento dei voti espressi. Vale a dire, in definitiva, che Bill Clinton è stato rieletto con meno della metà dei voti espressi da meno della metà degli aventi diritto al voto: il presidente degli Stati Uniti non arriva al 25 percento dei consensi nel suo paese. Da qui emerge dunque l'importanza del non voto. Inutile sorvolare, come hanno fatto troppi commentatori, o anche esorcizzare l'indifferenza verso il processo elettorale con l'antica formula magica: "Un paese che non vota è un paese contento". Il segnale principale contenuto nel non voto - certo non l'unico - riguarda l'estraneità di fette sempre più ampie della popolazione statunitense ai processi della convivenza sociale democratica. Per cui le considerazioni da farsi, pur avendo l'estraneità elettorale come uno dei punti d'avvio, vanno a parare sul terreno ben più ampio delle fo1me di organizzazione e sui modi di funzionamento della società, sul significato della cittadinanza e sui meccanismi dell'esclusione. Ancora una precisazione: nelle elezioni presidenziali si hanno sempre le percentuali più alte di partecipazione elettorale. Infatti, nelle elezioni congressuali o di mid-term - come quelle del 1994 in cui i repubblicani hanno conquistato la maggioranza nelle due camere del Congresso - è da vent'anni che non si supera il 38 percento dei votanti. Nel 1994, la partecipazione è stata del 36 percento; quattro anni prima, del 33,1 e nel 1986 del 33,5 percento. Infine, nelle elezioni locali gli elettori sono in generale ancora meno numerosi. Che cosa vuol dire? Che il paese è tanto più contento quanto più si scende verso il piccolo? E una tesi assai difficile da sostenere. In realtà, ben altre considerazioni sarebbero opportune. Ne faremo alcune, in breve. Per esempio, già l'ultimo censimento, nel 1990, aveva registrato l'irraggiungibilità, l'insondabilità di ampie aree metropolitane. Sono le "riserve metropolitane", quasi sempre connotate etnicamente e socialmente, nelle quali non si entra e dalle quali, purtroppo, non si esce. Lì vivono milioni di persone che non votano e che sono ai margini di tutti i processi economici, sociali e politici. Una parte di loro sono al di là dei margini. Di loro la società non conosce neppure il numero. Un terzo della popolazione statunitense è oggi definibile co-

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