Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

68 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE KhushwantSingh. per il Pakistan, a quarant'anni dalla sua uscita in India. Si tratta infatti di uno di quei rari romanzi di forte impegno civile che si debbono conoscere, leggere, discutere oggi più che mai, in tempi di integralismi risorgenti e violenza letteraria a buon mercato. Un crescendo di orrore come quello che contraddistingue l'intera storia, partendo su toni sommessi per approdare a un culmine di violenza tragica, è difficilmente rintracciabile nelle stesse proporzioni in altri romanzi dedicati ai massacri della Partition. E tuttavia questo orrore che non si arresta neppure di fronte a situazioni tra le più raccapriccianti fra quante dalla realtà si possano trasferire in un romanzo di stampo tradizionale (si veda, in primo luogo, la descrizione del treno carico di cadaveri orribilmente straziati), non nasce da un gusto esteriore per l'immagine eccessiva, oltre il limite del tollerabile, ma scaturisce lentamente e inesorabilmente dal confronto con le conseguenze di un'intolleranza ignorante, che si sa essere sempre in agguato in ogni tempo e latitudine. È un orrore prima di tutto interiore che nelle immagini forti degli ultimi capitoli trova un pe1fetto correlativo oggettivo; un orrore che richiede, da ultimo, l'inevitabile catarsi di un sacrificio umano, la cui vittima designata non può essere che il meno "eroico", il più negativo dei personaggi principali, che con un estremo gesto di eroismo riscatta una vita spesa al di fuori della legge. Romanzo vigoroso e potente, Quel treno per il Pakistan va letto anche per la pesante opera di smantellamento e distruzione cui Singh sottopone, in una pagina giustamente famosa, tutti i miti su cui poggia il fascino dell'India, anche e soprattutto agli occhi degli occidentali. Uno per uno, sotto la penna implacabile dello scrittore indiano, cadono la religione ("Per gli indù, significa ben poco al di là delle caste e della protezione delle vacche. Per i musulmani, [...] circoncisione e carne kasher. Per i sikh, capelli e barba lunga[ ...]. Per i parsi, adorare il fuoco e dar da mangiare agli avvoltoi. La morale, che dovrebbe essere l'assenza di qualsiasi codice religioso, è stata accuratamente rimossa"); la filosofia ("un gran pasticciaccio che si spaccia per misticismo"); le teorie sulla reincarnazione ("dall'uomo al bue alla scimmia allo scarafaggio a ottomilioniquattrocentomila specie di esseri animati. Prove? Noi non ci dedichiamo a passatempi così terra-terra come la ricerca delle prove! È roba da occidentali. Noi siamo il misterioso oriente. Niente prove, solo fede"). Non per caso, in tempi più recenti, Singh ha acquistato enorme popolarità in India come direttore di giornali e riviste e opinionista, attraverso una serie di rubriche tradotte in tutte le lingue indiane in cui propugnava le sue idee spesso anticonvenzionali in materia di religione, vita sociale e politica. Una sola nota stonata: era proprio necessario, nella versione italiana, anteporre al secco Treno per il Pakistan del titolo originale quell'ingiustificato e ingiustificabile dimostrativo da quotidiano sensazionalistico? Sarebbe stato meglio, di fronte a un'opera di così vibrante tensione civile, per evitare l'associazione cinematografica con Quel treno per Yuma, che rischia di omologare, nell'immaginario dei lettori più sprovveduti, i massacri della secessione tra India e Pakistan alla guerra tra cowboys e indiani ("Quelli con le piume, non quelli che hanno fame", secondo la mai dimenticata distinzione offerta in musica da Cachi e Renato un paio di decenni fa). sono LECENERI ASHESTOASHES DIHAROLDPINTER Paolo Bertinetti Nella piccola sala ricavata nel teatro Ambassadors di Londra, per soli due mesi, respingendo centinaia di spettatori potenziali e trasformando lo spettacolo in una specie di cult per pochi eletti, è andato in scena l'ultimo lavoro di Pinter, Ashes to Ashes. Una scelta discutibile della produzione, che pure fa capo a quel glorioso Royal Court che nei secondi anni Cinquanta battezzò i nuovi autori e la spettacolare fioritura del teatro inglese del dopoguerra. Una scelta forse pubblicitaria (del tipo "uno spettacolo esclusivo", come per gli alberghi di lusso ai Caraibi), ma certamente non necessaria per richiamare l'attenzione sullo spettacolo più atteso e recensito di questo inizio di stagione teatrale. Alcuni lo hanno paragonato a Vecchi tempi, il testo non felicissimo del 1971 in cui una moglie ricorda, parlando con il marito, avvenimenti dell'orrnai lontana giovinezza dandone versioni contraddittorie e confuse. Il paragone con Vecchi tempi, che è un testo sui giochi della memoria e sulla dimen-

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==