Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

ITALIA1996 5 QUESTAPOLITICA MarcelloFlores I critici della politica governativa dell'Ulivo aumentano sempre più, sia, ovviamente, nell'area degli avversari, che in quella dei sostenitori e di chi aveva sperato in una secca rottura negli obiettivi e nei modi di governare di questo dopoguerra. Parallelamente, e forse con una reazione ancora più accentuata, è cresciuta l'insofferenza alla critica di chi è stato accolto nella "stanza dei bottoni" (un po' meno quella di chi vi è stato riammesso o non se n'è mai allontanato). Questo governo non ha ancora compiuto nessun atto davvero rilevante, ha preso misure spesso contraddette da scelte successive o ritirate quando qualche piccola corporazione ha mostrato il suo disappunto, si è dimostrato incapace, oltre che di scegliere, di comunicare e motivare le proprie decisioni e intenzioni, ha evidenziato la pochezza culturale delle persone cui sono state attribuite responsabilità di governo. Basta scorrere l'elenco delle attività del vicepresidente Veltroni (discorsi, presenziazioni, inaugurazioni, riunioni con star di corporazioni varie, influenza in nomine e via dicendo) per constatare il livello "medio" raggiunto dalla compagine governativa. L'unico che sembra salvarsi, a volte, per lucidità, è il segretario del Pds D' Alema: che ha comunque deciso di partecipare al clima prevalente facendo il kamikaze anti-giudici e corteggiando inutilmente Berlusconi. Ogni giorno la lettura dei quotidiani offre innumerevoli esempi che possono, a scelta, favorire il deprimersi, lo scandalizzarsi, I'incazzarsi, l'inveire, il maledire, il perdere la fiducia, l'abbandonare ogni speranza. Quel che può interessare a noi, su queste pagine, non è aggiungere una particolare lista di doléances al coro sempre più numeroso degli scontenti; ma cercare di capire, se esistono, i motivi di questa eccessiva e troppo rapida débacle. C'è un minimo comune denominatore che unisce, all'interno della variegata compagine dell'Ulivo, i personaggi più squalificati (la maggioranza) e le poche voci intelligenti o normali che ancora hanno la forza di farsi sentire: ed è larivendicazione del primato della politica. Su questa convinzione, del resto, Veltroni e Bassanini, D' Alema e Turco, Ronchi e Dini, condividono idee espresse apertamente anche dai dirigenti del Polo (Berlusconi e Fini in testa) e sostentute con foga dai vari Intini, Pannella, Cossutta. La speranza, dopo la vittoria elettorale dell'Ulivo, era che questo "primato" potesse essere inteso diversamente. Che esso avrebbe potuto significare fare un passo indietro dalla ribalta, suggerire idee e dare indicazioni, controllare che le scelte venissero attuate e che si valutasse il loro effetto, che si mettesse in moto nella giusta direzione (con i necessari e drastici tagli e decisioni) !'"Amministrazione": che è poi l'unico scopo nobile della politica. Era necessario e urgente, se non altro in quei termini di "immagine" su cui tutti adesso si misurano, procedere a una "disoccupazione" dello stato, ascoltare la società e i suoi bisogni, individuare le priorità e selezionare le cose urgenti e fattibili. Oggi la classe politica (e mai questo concetto è stato pieno di significato non solo in termini categoriali o merceologici, ma di definizione sociologica: potere e ricchezza sono i pilastri della mobilità sociale del capitalismo e in questo quadro la politica, spesso assieme al giornalismo, gioca un ruolo straordinariamente efficace, come già sapevano Balzac e Maupassant) sembra dividersi in due grandi categorie: quella di chi ha precisi e concreti interessi (personali, d'impresa, di famiglia, di gruppo, di categoria) e quella di chi è semplicemente vanesio e ama l'apparenza, la notorietà, il servilismo. Certo, in entrambe le categorie vi sono non poche persone che sono spinte "anche" da nobili ideali o da idee non del tutto strumentali alle due realtà di cui sopra. Ma riescono a giungere a ruoli di responsabilità e di visibilità solo se accettano di far parte di una delle due schiere e di partecipare al comun denominatore del primato della politica. Per rendersene conto basterebbe ricordare tutti coloro che si sono/sono stati allontanati dalla politica o fissare l'attenzione sulla selezione "partitica" o "mediatica" delle carriere di tutti i politici oggi sulla piazza. Il senso di una comune appartenenza, che prende quando si osservano in televisione Bertinotti e Casini, Fini e D' Alema, Buttiglione e Veltroni, non nasce, come vorrebbero alcuni, dall'appiattimento ingenerato dal mezzo: tant'è che risultano benissimo differenze caratteriali e di temperamento, ma anche presenza di idee e capacità di difenderle o loro assoluta mancanza. Il problema della classe politica è all'ordine del giorno in tutto il mondo, in Europa come negli Stati Uniti, nei paesi ex-comunisti come in quelli dell'Asia rampante; ed è il nucleo centrale di una più vasta questione, quella della classe dirigente in un'epoca che sta attraversando trasforn1azioni di portata impensata. Da noi esso è stato ridotto a rinnovamento istituzionale o a procedura elettorale, nella convinzione che sono le regole e le istituzioni che fanno gli uomini e non questi ultimi che stabiliscono le prime che più fanno loro comodo. La scelta del maggioritario, per tornare all'Italia, nasceva da esigenze sacrosante, anche se comprese soltanto superficialmente. Il bisogno di un sistema binario, alternativo, semplice da capire e da scegliere, è emerso proprio quando la complessità sociale della crisi dell'epoca moderna si mostrava in pieno. Si è così cercata una semplificazione "operativa", lasciando nella sostanza immutate le istituzioni tipiche della politiche dell'epoca moderna, i parlamenti e i partiti. Una classe dirigente selezionata proprio da quegli istituti "in crisi", si è autolegittimata a superare la crisi stessa: procedendo a tappe serrate verso la propria omogeneizzazione interna ma accentuando sempre più il fossato che la divide dalla società.

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