VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 67 come comportarsi e qual è il modo migliore - manuale o elettronico che sia - per lasciar scorrere liberamente ciò che ci attraversa, in modo che possa raggiungere altri tempi, altri luoghi, altri nostri simili. Si tratta di essere buoni o cattivi conduttori della corrente che passa. Alcuni di noi sono, di fatto e metaforicamente, di legno, altri di rame, altri di platino. Te l'avevo promesso, no? È questa la morale, è questo il sugo di tutta la storia: posso dirti che questo libro mi ha commosso? Una rete di baci liberi ma perplessi ( è la prima volta che bacio una rivista, sia pure nel cyberspazio). DETTAGLEI SENTIMENTI I RACCONTDI IFRANCESCOPICCOLO Bruno Falcetto Storie di primogeniti e di figli unici (Feltrinelli 1996, pp. 133, Lire 20.000) di Francesco Piccolo è un libro che si presenta al lettore con discrezione, senza rulli di tamburo ed effetti speciali, alieno sia dall'anticonformismo programmatico, sia dal virtuosismo letterario. Piccolo ci parla di fatti comuni: accompagnare il fratellino a scuola, usare gli ombrelli, trascorrere le estati con gli amici, ma sarebbe un errore leggere i suoi racconti come semplici bozzetti di realismo intimista. Le storie di Piccolo sono garbate ma non consolatorie. I suoi protagonisti non si trovano a loro agio nell'esistenza. Li vediamo sovente alle prese con eventi nemici, abitudini, riti di tutti i giorni, certo, ma per loro (e non solo) nient'affatto trascurabili. Non li capiscono e cercano di darsene ragione (Dal lato della strada), li infastidiscono ma non sanno liberarsene (Il portiere del condominio), li subiscono a lungo e alla fine si ribellano loro ( Gli ombrelli, Il lavoro che avrebbe volutofare). In questi personaggi c'è una sorta di accanimento sulle piccole cose, segno di un difficile sforzo di metabolizzazione, di un complicato adattamento alla vita. Il fatto è che queste piccole cose si rivelano punti nevralgici del rapporto fra individuo e ambiente, fra l'io e gli altri. Dietro normali gesti quotidiani si celano paure, frustrazioni, tensioni: la raccomandazione materna di mettersi sul lato della propria strada può voler dire: "Io spero che nessuna auto vi butti sotto, ma se proprio deve succedere, preferisco che muoia tu piuttosto che lui". Questa caccia al dettaglio consente di mettere in luce quanto i legami affettivi, profondi o superficiali (famiglia, amicizia, conoscenze) abbiano una natura complicata, composita, spesso ambivalente. È la forma tipica scelta da Piccolo per svolgere, senza parere, un'indagine sulle relazioni umane, sui sentimenti, che è il vero tema del libro (libro di giovani, allora, ma non libro "generazionale"). In Storie di primogeniti e di figli unici, i protagonisti sono sovente anche narratori (sei racconti su nove sono in prima persona), si piegano volentieri a rileggere il proprio passato, per riviverlo e insieme per chiarirne i punti oscuri, per scioglierne i nodi. Ma non è facile dipanare la matassa dei sentimenti. "Non so se accadde così quella sera", dice la voce narrante di La maglia numero undici che rievoca, con tocco leggero e fermo, l'amicizia fra un gruppo di ragazzini e un omosessuale che si offre come allenatore per la loro squadra di calcio. I ricordi sono confusi e imprecisi, meccanica e ragioni delle azioni di un tempo sfuggono: "Come abbiamo fatto a restare amici così a lungo", si chiede il narratore di Le estati del rancore senza riuscire a rispondersi davvero, in fondo "non so se siamo stati amici". Nel racconto di formazione sentimentaleletteraria Quando il dito indica la luna (efficace, peraltro con qualche indugio sulla scoperta del mondo dei libri), il ricordo restituisce momenti di intensa felicità, ma più frequentemente Piccolo suggerisce che ricordare è anche fatica, che c'è una pena del ricordo. Libro di memorie, dunque, ma con poche nostalgie, percorso da una malinconia percepibile ma trattenuta, nel quale il giudizio si fonde a una attenzione sensibile per i personaggi, anche per quelli "negativi" (l'allenatore di La maglia numero undici o il padre di Santino, nel racconto omonimo, con l'abitudine delle carte e delle liti con la moglie). Piccolo scrive con sicurezza, la sua pagina è cordiale e accurata, di impianto colloquiale, ma facilmente lavorata sul piano della sintassi (penso al gioco variato sull'accostamento di periodi di diversa misura all'interno dei capoversi, al gioco delle ripetizioni). Abile è anche la costruzione della storia che si sviluppa alleggerita dalle ellissi, movimentata da differimenti e anticipazioni, resa compatta da iterazioni e riprese circolari. QUELTRENOPERIL PAKISTAN UN ROMANZODIKHUSHWANTSINGH Silvia Albertazzi Tra i pochissimi testi considerati classici nella giovane letteratura indo-inglese - nata negli anni trenta sotto la spinta dei movimenti indipendentisti gandhiani - un posto a parte è occupato dal romanzo del giornalista e storico sikh Khushwant Singh Train to Pakistan, la cui prima apparizione risale al 1956. Ambientato nel 1947, nei giorni tragici della spartizione tra India e Pakistan, in un piccolissimo villaggio di confine, il romanzo si impone all'attenzione di lettori e studiosi come l'unica narrazione in cui i sanguinosi conflitti che precedettero, accompagnarono e seguirono la secessione sono raccontati con obiettività e distacco, senza sposare il punto di vista di una particolare comunità. Scopo precipuo dell'autore è descrivere il sorgere di un'intolleranza tanto più tragica in quanto intestina a una comunità sino a quel momento caratterizzata dalla pacifica convivenza tra indù, musulmani e sikh. La denuncia di ogni sorta di fondamentalismo che è alla base della vicenda, malgrado l'azione si situi in un ben preciso momento storico, trascende il dato cronologico e documentaristico con tutta la forza del suo vigoroso impatto polemico. Va dunque reso merito all'editore Marsilio che ora finalmente propone quest'opera in italiano, con il titolo Quel treno
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