Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 63 Sudafrica è appena emerso, la poesia è essenziale per indagare il confitto dentro di noi. Citando Yeats, Gordimer ci ricorda che: "Del conflitto con gli altri facciamo retorica; del conflitto con noi stessi poesia". "Solo i poeti" scrive, "sono in grado di interiorizzare il conflitto con gli altri - la lotta politica - trasformandolo in un conflitto con se stessi: il problema dell'essere". Con le loro poesie Serote e Cronin offrono al lettore lo spi.rito della storia, qualcosa che va oltre il semplice resoconto della storia: "Quando la testimonianza sia stata archiviata, e appaia ormai sorpassata, la poesia continua a trasmettere quel1 'esperienza che la narrazione non comunica più", anche se è vero che, nel nuovo Sudafrica, a due anni dalla liberazione, testimonianza e immaginazione sono entrambe essenziali perché il popolo sudafricano possa restare, nelle parole di Serote, "aggrappato a un'alba". La scelta di dedicare tre lezioni all'opera di Mahfuz, Achebe e Oz dipende dal fatto che "benché Mahfuz sia stato insignito del premio Nobel, l'opera di Achebe sia studiata nelle università di tutto il mondo e quella di Oz sia letta in ventisei lingue, questi autori non vengono quasi mai citati dagli studiosi di letteratura al di fuori delle aule scolastiche e delle tesi di dottorato; sono raramente menzionati tra gli scrittori più importanti del nostro tempo, e non hanno dato vita a quel fenomeno dell'imitazione da parte di autori minori che per i canoni letterari occidentali sembra essere il marchio indiscusso di fama e valore". A questo proposito è utile ricordare che se in Occidente gli studi postcoloniali rappresentano un terreno ancora poco esplorato, avvalorando così le parole di Gordimer, nelle ex colonie il dibattito postcoloniale esce con sempre maggiore fermezza dalle aule universitarie e dalle riviste accademiche per allargarsi al tessuto sociale. In Egitto, Nigeria e Israele - le rispettive patrie dei tre autori citati sopra - la vera patria da raggiungere è, nelle parole di Oz, il Lato Nascosto, ossia la verità - "una verità non delimitata da muri, confini, regimi". Mahfuz, Achebe e Oz - l'arabo, l'africano, l'ebreo - presentano tutti un mondo altro: i primi due descrivono una realtà postcoloniale che conserva ancora le tracce indelebili della dominazione straniera, mentre Oz presenta la "forma esistenziale opposta, la rioccupazione di un antico territorio sulla base del diritto (contestato) di un antico popolo che finisce per esercitare il potere coloniale su altri, antichi, abitanti". La loro opera, precisa Gordimer, abbraccia sia l'era dell'impegno sia l'era dell'alienazione, i tratti salienti del nostro secolo, e in essa troviamo sia il fanatismo che può scaturire dall'impegno, sia "l'apatia mortale" che può essere originata dall'alienazione. A proposito di Viandanti della storia di Achebe, Gordimer sottolinea come "l'igname e il coltello possono anche avere nomi diversi - magari la borsa e la mafia - ma possedere I'igname e il coltello è la ragione principale che sta alla base del comportamento degli stati e delle società, a Est e a Ovest, a Nord e a Sud, nel Primo mondo e in tutti gli altri mondi internazionalmente riconosciuti" e pone a se stessa la domanda che Achebe - alla ricerca del Lato Nascosto dell'Africa, senza la cui rivelazione il Continente Nero mai potrà guarire dai suoi mali endemici - pone al lettore nel suo romanzo: "Cosa deve fare un popolo per placare una storia incancrenita nell'amarezza?" Per Gordimer una possibile lettura del romanzo di Achebe "consiste nel ritenere la possibilità di accostarsi al passato come la contraddizione salvifica insita nella "storia alienata" di un popolo colonizzato": se i personaggi di Viandanti della storia si sentono alienati a causa dei costumi e delle condizioni economiche di tipo occidentale che dilagano nel paese, una possibile soluzione sta nel tener vive le tradizioni della vita africana, nell'aggrapparsi alla saggezza dei proverbi e alla filosofia delle leggende e dei miti africani non del tutto sepolti dal cristianesimo. "Nel loro Mondo Altro," conclude Gordimer, "nella loro qualità di scrittori, Nagib Mahfuz, Chinua Achebe e Amos Oz hanno la motivazione, l'integrità e l'audacia necessarie a rispondere alla chiamata del Lato Nascosto, per spingersi troppo oltre inseguendo Zaabalawi alla ricerca della verità, della Terra Promessa Dimenticata dove i loro popoli potrebbero placare una storia incancrenita nell'amarezza". Nell'ultimo saggio della raccolta Gordimer ripercorre la sua infanzia, le sue letture, il rapporto con l'Inghilterra e con la realtà intorno a sé e, prendendo a prestito una frase di Calvino, si interroga su quale fosse per lei "quell'altro mondo che era il mondo". Mentre, da piccola, esso aveva a poco a poco preso la fo1ma della Londra di Dickens e di Virginia Woolf, delle brughiere dove vagava la Kathy di Heathcliff, del luogo che gli amici e i conoscenti della madre chiamavano "casa", diventando adulta Gordimer prende coscienza della presenza dei neri, vittime di una sconfitta mostruosa: "il furto della terra e la perdita di ogni diritto a decidere della propria vita". "Passavo davanti a negozianti" scrive nel Discorso per il Premio Nobel in appendice al volume, anch'esso ricco di annotazioni autobiografiche "i quali, benché fossero immigrati dell'Europa orientale e relegati ai gradini più bassi della società coloniale inglese, insultavano quanti stavano ancora peggio, liquidati come esseri meno che umani: i minatori neri, clienti dei loro negozi". Come il piccolo protagonista del romanzo incompiuto di Camus// primo uomo, Gordimer si scopre cittadina coloniale: sente di non appartenere ad alcun paese e di non avere impronta nazionalè. Senza riferimenti, senza modelli da seguire, dovrà "costruire se stessa" a partire da un quesito essenziale: "Qual era il mio posto? Poteva conoscermi?". Negli anni sessanta, dopo l'uscita del Sudafrica dal Commonwealth britannico, Gordimer può cominciare a dire, riferendosi al Sudafrica, "il mio paese", ma si rende conto di non riuscire ancora a dire "il mio popolo": "I neri non erano 'il mio popolo' perché durante l'infanzia e l'adolescenza mi ero a malapena accorta di loro. Ero stata assente. Assente da loro". Per poter giungere a dire "il mio popolo", Gordimer dovrà diventare parte integrante della trasformazione del suo posto, affinché esso giunga a conoscerla, rendendosi altresì conto di poter costruire se stessa al meglio solo attraverso la scrittura. Quando nell'aprile del 1994 i sudafricani di ogni razza hanno potuto votare per la prima volta, proclamando con quell'atto l'avvenuta liberazione del Sudafrica, Gordimer ha compiuto il passo decisivo lungo il difficile cammino della condizione coloniale: "Quell'altro mondo che era il mondo non è più il mondo. È il mio paese il mondo, tutto intero, una sintesi. Io non sono più una cittadina coloniale. Ora posso parlare del 'mio popolo"'.

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