Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

UN POPOLO AGGRAPPATO A UN'ALBA SCRIVEREEDESSERE DINADINEGORDIMER FrancaCavagnoli Nel 1994 Nadine Gordimer è stata invitata dall'Università di Harvard a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures, un ciclo di conferenze in cui l'oratore può liberamente scegliere il tema da trattare nell'ambito della comunicazione letteraria, musicale o figurativa. Inaugurate nel 1926, le Norton Lectures sono state, tra gli altri, affidate a Eliot, Stravinskij, Borges, Paz, Eco, Berio e nel 1985 erano state proposte a Calvino, primo italiano in assoluto a essere invitato, morto quello stesso anno prima di poter partire per Harvard. Le sei lezioni di poetica della scrittrice sudafricana, seguite dal discorso pronunciato nel 1991 in occasione della cerimonia di consegna del Premio Nobel per la letteratura e da un saggio su Joseph Roth, sono ora state raccolte in Scrivere ed essere (Feltrinelli, pp. 178, Lire 28.000) nella traduzione limpida e precisa di Maria Luisa Cantarelli. Nel primo saggio Gordimer riflette sul rapporto tra autobiografia e finzione e sulla creazione dei personaggi. Vita e immaginazione plasmano nella mente dell'autore la "creatura del romanzo", la quale non viene "clonata da qualche costola di Adamo o grembo di Eva" ma giunge alla sintesi del- ! 'essere solo grazie all'immaginazione dello scrittore. Sbaglia dunque chi, ammonisce Gordimer, cerca di risalire a una determinata persona dietro il personaggio di un romanzo: il rapporto dello scrittore con le persone reali rimanda semmai allo Spemet di Primo Levi, "uno specchio metafisico che non obbedisce alle leggi dell'ottica, ma riproduce la tua immagine quale essa viene vista da chi ti sta di fronte". Lo scrittore è la persona che ti sta di fronte, sintetizza Gordimer, e la verità è che è impossibile trovare in un singolo individuo tutti gli elementi per creare un certo personaggio: "Per risultare 'real istico', un personaggio deve sempre essere più grande della realtà, più intenso, composito e concentrato nell'essenza della personalità di quanto sia materialmente possibile". E ricorda la genesi di Lione! Burger, il personaggio ispirato alla vera storia di Bram Fischer, l'avvocato afrikaner membro del Partito comunista sudafricano entrato in clandestinità negli anni sessanta e morto poi in carcere. Dopo aver scritto il suo settimo romanzo, La figlia di Burger, Gordimer decise di far leggere il manoscritto alla figlia di Bram Fischer, assillata dal quesito più tormentoso per uno scrittore: "Se la ragazza fosse giunta alla conclusione che io non avevo capito niente, che lo Spemet non era riuscito a scoprire ciò che lo specchio argenteo dell'evidenza non può mostrare?" La risposta, però, giunge puntuale e confortante: Nadine Gordimer. FotoLeonardoCéndamo/G Neri. "Questa era la nostra vita". "Sapevo che era la risposta migliore che potessi sperare per quel romanzo. Forse la migliore che potessi sperare per qualsiasi altro mio lavoro." E dopo aver messo a confronto tra loro - in un linguaggio forse un po' troppo contratto - alcuni enunciati di Barthes e Said, Gordimer conclude: "Da qualche parte nel centro, i due estremi, ossia il romanzo come riproduzione della vita e il personaggio come sua espressione personificata in modo creativo, mantengono i loro parziali segreti celandoli anche a noi, i praticanti, gli scrittori stessi". Il corpo centrale del volume raccoglie quattro saggi sulla letteratura postcoloniale: in uno la scrittrice sudafricana esplora il rapporto tra testimonianza e scrittura creativa nel suo paese; negli altri tre analizza l'opera di Nagib Mahfuz, Chinua Achebe e Amos Oz. In Aggrappati a un'alba: testimonianza e immaginazione negli scritti rivoluzionari, Gordimer confronta le autobiografie di Ronnie Kasrils e Cari Niehaus con la poesia di Jeremy Cronin e Mongane Serote. Se la testimonianza è fondamentale per avere un quadro completo di avvenimenti raccontati solo in parte durante gli anni bui dell'apartheid e per permettere al lettore di comprendere fino in fondo il passato dal quale il

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