canuta gli ricadeva sulla fronte. Allungò il collo e accompagnò con lo sguardo i due aerei da trasporto. Le rughe del suo volto si arricchirono di espressione. Il loro mosaico era una rara fusione di fierezza e pensieri con un cenno di ben controllata ironia. Le sopracciglia bianche e folte ricordavano all'osservatore i ritratti dei santi protoslavi. Gli aerei, nel frattempo, avevano compiuto un giro. Il primo stava per raggiungere il cielo sopra il campo. Le labbra di Shimshon Sheynboym si dischiusero un poco e lasciarono passare una melodia stretta e profonda: un'antica canto russo cominciò a pulsargli nel petto. Il primo grappolo di paracadutisti si lanciò dalla carlinga spalancata dell'aereo; figure minuscole, scure, sparpagliate nello spazio come il grano dal pugno del contadino che semina in un vecchio manifesto sionista. Allora la testa di Raaya Greenshpen si sporse dalla finestra della cucina, salutando energicamente con la padella come sfidando le cime degli alberi. Il suo volto era paonazzo e fradicio per la pesante calura. Il sudore le saldava il tessuto grezzo del vestito alle gambe robuste e pelose. Boccheggiò, frugando con le unghie della mano libera tra i riccioli trascurati; a un tratto, si voltò e urlò alle altre operaie: "Presto! Alla finestra, compagne! C'è Ghidi! Ghidi, in cielo!" E si azzittì spaventata. Mentre i primi paracadutisti volteggiavano lento, come una manciata di piume, sospesi fra terra e cielo, l'altro aereo si abbassò lanciando il gruppo di Ghidon Shenhav. 1paracadutisti rimasero stretti vicino alla po1ta spalancata, schiacciati, pancia contro dorso. I loro corpi in piedi formavano un'unica massa sudaticcia. Quando toccò a Ghidon il ragazzo strinse i denti, forzò le ginocchia e, come se fosse nato per quella luce afosa, si lanciò e cadde. Un lungo e selvaggio grido di gioia proruppe dalla sua gola. Precipitò, e vide i luoghi della sua infanzia venirgli incontro; cadde e vide i tetti e le chiome degli alberi; cadde, e sorrise in uno spasimo di saluto, vi saluto tutti; giù verso i vigneti, e i sentieri di cemento, e le tettoie, e i tubi luccicanti; e cadde con cuore felice. Mai in vita sua aveva provato un amore così intenso e insieme raccapricciante. I suoi muscoli erano tesi, come se una fonte di piacere sgorgasse dal ventre su per la schiena fino alla nuca e alla radice dei capelli. Come impazzito, Ghidon gridava ancora e ancora il suo amore, e le unghie trafiggevano i pugni fino a grondar sangue. Poi, il fascio delle funi si tese e gli percosse le ascelle, stringendolo fortemente ai fianchi. Per un po' sentì come se una mano invisibile lo tirasse all'indietro, verso l'alto, verso l'aereo, verso il cuore del cielo. La dolce caduta diventò un tenero, affettuoso dondolio, come una culla, o come il galleggiare in una piscina d'acqua tiepida. All'improvviso fu colto da un forte spavento: come.faranno a distinguermi, dal basso? Come potranno riconoscere il loro Ghidon in mezzo a una.foresta di calotte bianche? Come faranno ad abbracciare con i loro sguardi ansiosi e affettuosi me e solo me tra tutti? Mamma, papà, le belle ragazze, i bambini piccoli ... Non dovrei sparire così, semplicemente, tra la.folla dei paracadutisti. Io sono qui, e loro mi amano. Ecco! In quel momento Ghidon ebbe un'idea fulminante. Stese una mano verso la spalla e liberò, tirando la cordicella, il paracadute di riserva, destinato solo ai casi di emergenza. Quando sopra di lui si liberò l'altra calotta il movimento si rallentò, come se la forza di gravità non agisse più su di lui. Sembrava che il ragazzo stesse navigando solitario verso il cuore dell'universo, come un gabbiano, una nuvola solitaria. Gli ultimi suoi compagni erano ormai scesi tra le zolle, e incominciavano a piegare il paracadute. Ghidon Shenhav, lui solo, continuava a veleggiare ancora e ancora, ammaliato, e sopra la sua testa si dispiegavano due enor57 mi cupole. Ubriaco, felice, assorbiva le centinaia di sguardi che lo fissavano, solo nella sua raggiante unicità. Un'improvvisa folata eruppe dal mare rendendo il momento solenne, insigne. Il vento ora quasi fresco incrinò la calura e scherzò con i capelli della gente, scostando un po' verso est il corpo dell'ultimo dei paracadutisti. 7 Lontano, nella grande città, migliaia di cittadini in attesa della parata militare colsero con un sospiro di sollievo la brezza inaspettata, segno che la calura stava per finire; un alito fresco e salato lambì le strade infuocate. Il vento crebbe, si scagliò lamentoso sulle cime degli alberi, attorcigliò gli scheletri dei cipressi, scompigliò le chiome dei pini, sollevò mulinelli di polvere offuscando lo spettacolo dei paracadutisti. Maestosamente, come un uccello gigantesco e solitario, Ghidon Shenhav fu trascinato in direzione est, verso la strada principale. L'urlo di terrore che scoppiò da cento gole non poteva raggiungere le orecchie del ragazzo. Egli, completamente imbambolato, canticchiava intorpidito, procedendo oscillante verso il cavo centrale dell'alta tensione che passava teso tra enormi pali. Gli occhi della folla colsero atterriti il paracadutista e la linea elettrica che attraversava con regolarità la valle da ovest a est: cinque cavi paralleli, avvallati per il peso tra i pali di sostegno, emettevano un ostinato ronzio fra lo spirare del vento. Le due cupole di Ghidon si impigliarono nel cavo superiore. Dopo un istante i suoi piedi atterrarono sull'altro cavo. Il corpo si bloccò in diagonale. Le funi del paracadute lo tenevano sospeso per la vita e le spalle, impedendogli di cadere nel campo arato. Se non fosse stato per le suole, spesse e isolanti, il giovane avrebbe ricevuto una scossa mortale; ma il cavo si ribellava già a quel peso inconsueto bruciacchiando le suole. Piccole scintille balenarono e scoppiettarono sotto i piedi di Ghidon. Con tutte e due le mani si aggrappò alle fibbie del paracadute, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. Subito si fece avanti uno degli ufficiali, un uomo basso, fradicio di sudore. Corse fra la folla impolverata e gridò: "Non toccare i cavi, Ghidi! Tirati indietro e allontanati il più possibile!" Tutta la gente, una massa angusta e spaventata, si mosse lentamente verso est. C'erano urla, pianti. Sheynboym li azzittì con la voce metallica e ordinò a tutti di tenere i nervi saldi. Corse vigorosamente, schiacciando con le suole le zolle di terra, tracciando una linea dritta e dete1111inata,e arrivò sotto il cavo. Spinse via gli ufficiali e i curiosi che lo avevano preceduto e comandò al figlio: "Liberati dalle funi, Ghidon, liberati immediatamente e lasciati cadere! Qui è tutta terra arata e non ti capiterà nulla! Liberati e salta!" "Non posso!" "Non discutere, ora! Liberati e salta! Fa' quello che ti dico!" "Non posso, papà, non posso, non posso!" "Come, non posso? Liberati e salta giù, prima di restare fulminato!" "È impossibile! Le funi si sono impigliate! Non posso! Qualcuno interrompa la corrente! In fretta! Papà, le mie scarpe stanno già bruciando! Alcuni dei paracadutisti disposero un servizio d'ordine, respinsero la gente che si ammassava, allontanarono quelli che impartivano buoni consigli e sgombrarono il terreno sotto i cavi. Come se declamassero uno scongiuro, o una formula magi-
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