S4 ri del kibbutz. Non spiccava sul lavoro, né nella vita sociale; parlava piano e, senz'altro, pensava piano. Le poesie che componeva sembravano a Shimshon irrimediabilmente sentimentali, e le parodie, velenose, sì, ma senza alcuna ispirazione poetica. Non si poteva negare che il soprannome di "Pinocchio" gli stesse bene: sulle labbra dispiegava eterni e insopportabili sorrisi, e Shimshon vi vedeva copia opprimente e precisa di quelli di Raaya Greenshpen. Ma un anno e mezzo prima Ghidon aveva lasciato esterrefatto il padre: gli si era presentato ali 'improvviso e aveva chiesto a Shimshon di firmargli il consenso scritto perché potesse arruolarsi nei paracadutisti: i figli unici possono essere ammessi solo previa l'autorizzazione scritta di entrambi i genitori. Solamente dopo che a Shimshon Sheynboym fu chiarito che suo figlio questa volta non scherzava acconsentì a dare la sua autorizzazione. Era anche contento: un'incoraggiante svolta nella crescita del ragazzo. L'avrebbero fatto diventare un uomo come si deve. Che andasse: perché no? Ma la cocciuta opposizione di Raaya Greenshpen aveva posto un inaspettato intralcio agli intenti di Ghidon. No, lei non avrebbe firmato quel foglio. Assolutamente no. Così. Una sera era stato Shimshon stesso ad andare in camera sua per convincerla. Sollevava obiezioni, rimproverava, ma tutto invano. Non firmava. Non c'erano motivazioni. Così. Shimshon Sheynboym doveva agire in modo indiretto. Scrisse una lettera privata a Yulek stesso chiedendo un favore personale: che a suo figlio si permettesse di arruolarsi. La madre era emotivamente instabile; li ragazzo sarebbe stato un ottimo paracadutista: Shimshon se ne faceva carico personalmente. Non si era mai rivolto a nessuno, mai aveva chiesto un piacere personale, e non sarebbe tornato a chiederne. Era la prima e ultima volta. Che Yulek facesse, per favore, quello che poteva. Alla fine del mese di settembre, quando nei frutteti si accennavano i primi segni dell'autunno, il ragazzo Ghidon Shenhav fu arruolato nel l'unità dei paracadutisti. Da quando Ghidon era partito per il servizio militare Shimshon Sheynboym si era immerso ancor di più nei suoi trattati filosofici, i soli ormai a costituire la sua impronta digitale sul mondo. Questa impronta non sarebbe mai stata cancellata dal libro della vita del Movimento Laburista Ebraico. E la vecchiaia era ancora lontana: ali 'età di settantacinque anni la sua chioma era ancora folta, il corpo mosso da muscoli silenziosi e forti, l'occhio sveglio, il cuore attento. La sua voce intensa e asciutta, un po' screpolata, aveva un effetto stupefacente sulle donne di qualsiasi età. Era modesto e dai comportamenti pacati. Superfluo sarebbe dire che era legato visceralmente alla terra del kib- . butz Nof Charish. La sua anima detestava cerimonie e assemblee, nomine e ufficialità. Solo con la sua penna Shimshon Sheynboym scriveva il proprio nome sulla parete dell'edificio della nostra Nazione e del nostro Partito. 4 L'ultimo giorno di Ghidon Shenhav si dischiuse in una splendida aurora. Nei suoi occhi sembrava di vedere persino le gocce di rugiada svaporare nel calore. Lontano, sulle vette orientali, ardevano segnali. Quel giorno era festa, la festa del1'lndipendenza dello Stato e anche la festa del lancio dei paracadutisti sui cieli di casa. Per tutta la notte lo aveva carezzato un sogno sfuggente. Un'immagine di foglie autunnali nelle tenebrose foreste del nord. Odore di foglie e terra, grandi alberi dal nome sconosciuto. Foglie pallide cadevano sulle baracche della caserma. Anche dopo essersi svegliato, al mattino, il suono della grande foresta nordica continuava a frusciare nelle sue orecchie. Ghidon amava profondamente la caduta libera tra il lancio dal porte Ilo dell'aereo e l'apertura del paracadute: in un baleno l'abisso risale verso di te. Folate d'aria ti lambiscono il corpo, e volteggi deliziato. La velocità è ebbrezza senza pudore, fischio e ruggito; ti fa tremare il corpo; aghi si infuocano alle estremità dei nervi, e il sangue pulsa e pulsa. D'un tratto, quando sei un fulmine nel vento, la calotta si dispiega. Le funi sospendono la caduta come se una mano virile e risoluta frenasse questa tua esuberanza, e ti senti tenuto sotto le ascelle da braccia potenti. Allora il piacere licenzioso si trasforma in una gioia pacata, intima. Il tuo corpo supera le altezze, fluttua in alto, galleggia sospeso, si trascina un poco nel vento. Non potrai mai indovinare dove precisamente i tuoi piedi toccheranno terra, se sulla costola di quella collina o davanti agli agrumeti. Sei come un uccello migratore stanco, scendi lentamente, vedi tetti, strade, mucche al pascolo, piano, come se potessi scegliere e il potere di decidere fosse tutto nelle tue mani. Poi senti il contatto della tetTa con i tuoi piedi, ed esegui il balzo consueto per attutire il colpo della caduta. ln pochi secondi devi tornare lucido. Il flusso del sangue rallenterà, il tuo senso dello spazio tornerà normale. E solo il cuore continuerà a nutrire un fiacco orgoglio. Ma poi incontrerai il comandante e i compagni, e sarai ributtato nella frenesia dello sgombero. Questa volta tutto ciò si sarebbe svolto nel cielo del kibbutz Nof Charish. I vecchi del villaggio avrebbero sollevato le fronti sudaticce, alzato i caschetti e cercato di riconoscere Ghidon tra i punti grigi oscillanti nell'aria. l piccoli avrebbero saltellato per il campo attendendo anche loro ansiosi il loro eroe che scendeva dal cielo. La mamma sarebbe uscita dal refettorio, ferma sul piazzale, strizzando gli occhi e parlando con se stessa. Shimshon, per un poco, avrebbe abbandonato la scrivania. Forse avrebbe portato una sedia sul piccolo terrazzo e avrebbe osservato pensieroso e fiero tutto lo spettacolo. Poi il kibbutz sarebbe stato molto ospitale con il gruppo. Nel refettorio avrebbero disposto caraffe ghiacciate di limonata, e ci sarebbero state casse colme di mele e forse torte cotte dalle compagne più anziane, decorate con scritte di saluto. Alle sei e mezza del mattino, ormai, il sole aveva superato l'orizzonte colorato e si era levato spietatamente sopra i rilievi _deimonti orientali. Un caldo viscoso scese a impossessarsi di tutto il paese. I tetti di latta incandescenti delle baracche della caserma effondevano un riverbero insopportabile. Le pareti irradiavano un calore spesso, assordante. Sulla strada principale, accanto al recinto della caserma, si notava già un intenso viavai di pullman e furgoni: gli abitanti dei villaggi e dei paesi si apprestavano a riversarsi nella grande città per assistere alla parata militare. Attraverso la cortina di polvere si avvertiva il candore delle camicie dei civili in festa e si sentiva riecheggiare l'allegria dei canti. I paracadutisti terminarono la rivista mattutina. L'ordine del giorno del quartiere generale era già stato letto ad alta voce e attaccato con le puntine alle bacheche della caserma. La colazione era festosa e offriva un uovo sodo ornato con una foglia di lattuga e circondato da olive. Ghidon, la chioma nera sulla fronte, si mise a cantare sottovoce. Altri si aggregarono. Qua e là qualcuno storpiava una delle frasi in un'espressione burlesca e perfino volgare. Presto le canzoni ebraiche diventarono canti arabi gutturali, quasi disperati. li
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