Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

Israele racconta LA VIA DELVENTO Amos Oz traduzione di Sarah Kaminski e Massimo Manca 1 L'ultima giornata di Ghidon Shenhav si dischiuse in una splendida aurora. L'alba era morbida, quasi autunnale. Lampi e saette trapelavano dalla barriera delle nuvole che racchiudeva l'orizzonte orientale, come un inganno: il giorno nuovo nascondeva i suoi intenti senza far trapelare alcun segno della calura che avvolgeva. Una luminosità viola ardeva sulle montagne orientali; l'alito del mattino la alimentava. Poi, raggi di luce trafissero la barriera delle nuvole, e fu giorno. Buie fessure si schiusero in dita di luce, e il globo incandescente del sole si alzò, attraversò le nuvole e ne ridiscese. A est un immenso riverbero imprigionò l'orizzonte orientale, e il viola soave si arrese cedendo a un cremisi luccicante e terribile. [I suono della tromba fece tremare tutta la caserma pochi minuti prima che il sole sorgesse. Ghidon si alzò, si trascinò assopito fuori dalla baracca e guardò salire la luce. Con la mano affusolata, bruciata dal sole, si coprì gli occhi che desideravano ancora dormire. L'altra mano abbottonò distrattamente la divisa. Si sentivano ormai le voci dei compagni, suoni metallici; alcuni soldati, i più veloci, erano già seduti a pulire le loro armi. Ma Ghidon indugiava. [I sole che sorgeva suscitava in lui qualche fiacca emozione, forse impercettibili nostalgie. L'alba si era ormai esaurita, ma il ragazzo continuava a sonnecchiare in piedi, finché lo spinsero da dietro dicendogli muoviti. Entrò nella baracca, mise a posto la sua branda, pulì il mitra e raccolse pennello e rasoio. Strada facendo, tra tronchi di eucalipto imbiancati e ripetute insegne di monito, "pulizia e disciplina", Ghidon si ricordò all'improvviso che quel giorno cadeva la Festa dell'Indipendenza, il cinque del mese di Iyar, e ci sarebbe stato il lancio spettacolare dei paracadutisti della compagnia nella Valle di Israele. Entrò nella baracca del bagno, attendendo che si liberasse uno specchio. Nel frattempo, si lavò i denti pensando alle belle ragazze. Tra un'ora e mezzo sarebbero terminati i preparativi, e poi via, sugli aerei, verso il luogo del lancio. Una folla di cittadini entusiasti avrebbe aspettato i paracadutisti, e tra loro, anche delle ragazze. Il lancio sarebbe avvenuto vicino al kibbutz Nof Charish, casa di Ghidon, il posto in cui era nato e cresciuto fino al giorno del suo arruolamento. Quando i suoi piedi avrebbero toccato le zolle del campo, i bambini del kibbutz gli sarebbero venuti incontro, gli sarebbero saltati al collo gridando: "Ghidon! Ecco il nostro Ghidon!" Si fece spazio tra due soldati più alti di lui, e iniziò a insaponarsi le guance e a radersi. Disse: "Giornata calda, oggi". Uno dei soldati rispose: " Non ancora, ma lo sarà". Un altro soldato brontolò da dietro: 51 "Tu! Falla finita: già a quest'ora cominci a ciarlare?" Ghidon non si offese. Anzi, per qualche motivo quelle parole suscitarono in lui un'intensa gioia. Si asciugò il volto e uscì verso il campo di addestramento. Nel frattempo la luce azzurra era diventata un grigio biancastro: una luce afosa, opaca. 2 Già il giorno prima Shimshon Sheynboym aveva ipotizzato con certezza che il gran caldo era imminente. Perciò, appena alzato si affrettò alla finestra e vide con pacata soddisfazione che anche quella volta non si era sbagliato. Chiuse dunque le persiane per proteggere la stanza dalla canicola, poi si lavò la faccia, le spalle e il petto cope1to di folta peluria. Si rasò, preparò il caffè e mangiò un panino che aveva preso il giorno prima dal refettorio. Shimshon Sheynboym odiava profondamente sprecare tempo, soprattutto le proficue ore del mattino: uscire, andare al refettorio, chiacchierare, leggere il giornale, scambiare qualche idea ... ecco che metà mattinata era già persa. Perciò si accontentava di un caffè e un panino, e già alle sei e dieci, dopo il primo giornale radio, il padre di Ghidon era seduto alla sua scrivania; estate, inverno, mai un cedimento. Si mise alla scrivania fissando per alcuni minuti la cartina dei villaggi del nostro Paese appesa alla parete di fronte. Si sforzò di ricordare un sogno fastidioso che lo aveva ghermito ali 'alba, proprio prima del risveglio, ma il sogno gli sfuggiva. Decise di immergersi anima e corpo nel lavoro e non sprecare altro tempo. È vero, quello era giorno di festa: ma è col lavoro, non con l'ozio, che si deve festeggiare. Prima che fosse ora di uscire, di assistere al lancio dei paracadutisti e di Ghidon - che forse davvero sarebbe stato con loro, se non si fosse ammalato all 'ultimo momento - a Shimshon rimanevano alcune ore di lavoro. Per un uomo di settantacinque anni è proibito gettar via il tempo e sperperare le proprie ore, soprattutto se molte sono le cose che si debbono ancora scrivere. C'era ancora molto da fare. Al nome di Shimshon Sheimboyn non è necessario aggiungere attributi. Il movimento laburista israeliano sa essere riconoscente ai propri avi. Ormai da una decina di anni il nome di Shimshon Sheynboym porta una corona per nulla effimera. Da moltissimo tempo combatteva una guerra fisica e spirituale per consacrare il sogno della sua gioventù. Delusioni e sconfitte non avevano spezzato, né piegato la sua fede; anzi, la sua anima si era arricchita di una vena di saggia tristezza. Quanto più imparava a comprendere le debolezze e le deviazioni ideologiche del prossimo, tanto più aumentava la ferocia contro le sue stesse debolezze. Sapeva annientarle con pugno di ferro, seguendo i suoi principi. Era diritto come un fuso, dotato di crudele disciplina interiore, ma come pervaso da una gioia celata, rovente. Allora, tra le sei e le sette del mattino del Giorno dell' lndipendenza, Shimshon Sheynboym non era ancora un padre orbato. Ma il suo aspetto era perfettamente adatto a recitare questo ruolo. Sul volto rugoso c'era l'espressione pesante, saggia, di chi vede tutto, ma si rassegna a ciò che ha visto. I suoi occhi azzurri esprimevano un 'ironica malinconia. Stava seduto al suo tavolo, la schiena ritta, il capo chino sui fogli, i gomiti adagiati. La scrivania era di semplice legno, come il resto dei mobili della stanza, essenziali e disadorni: la cella di un eremita, non un alloggio in uno dei kibbutzim più agiati. Quella mattina non sarebbe stata molto proficua. I suoi pensieri continuavano a inseguire languidi un sogno, che a tratti ba-

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