puro. La faccia tagliata di Angelina disse a Clara: "Magari non sarai sua madre, ma sei mia nonna". Lavorava in strada, e anche quando le portava dei soldi a Clara restava fuori dalla porta, nel vento, mentre una strana luce le schiariva il bel volto. Clara gettava il denaro dalla finestra, e Angelina, con la pancia sempre più grossa, li raccoglieva. Li restituiva nel portafoglio di strass e piangeva. Il suo uomo era lì ad attenderla con la Mustang rossa, e il pallido volto di lei risaltava sullo sfondo dell'automobile come una ferita, e Clara ne soffriva, come se qualcuno tracciasse una finestra sulla sua vita inverosimile. Yolanda comprò a Clara vestiti caldi per l'inverno, poiché il corpo le doleva per la muffa e l'umidità. Gli anni passavano fra le parole: c'erano giornate di sole, ma non tutti se ne accorgevano. Attorno alle rovine di Jebeliah furono costruiti dei palazzi. Shemuel Abuman, ora, distribuiva il tè nel municipio nuovo, quello con gli ascensori. Gli anni colavano sul corpo di Clara penetrando nella terra in attesa di lei. Un giorno vide Shemuel Abuman piangere. Un'immagine sfocata: forse aveva pianto in quel momento, o tempo addietro, chissà quando ... si era allontanata dall'errare dei giorni, immobile in un paesaggio impercettibile. Shemuel mormorò: "Clara ... Clara ...", e allora sentì, oltre i confini del tempo, quanto fosse diventata vecchia. Si provò gli orecchini che le aveva portato Angelina, si guardò allo specchio e rise, scorgendovi ridere il demone. Di notte percepiva che la morte era vicina: "Sto morendo, e resta solo il pensiero", ma non sapeva quale. "Il corpo vola, e il pensiero resta nel letto". Provava, allora, una dolce sensazione: gli angeli le carezzavano gli occhi ed era sicura che, ovunque fosse fuggita, si sarebbe sempre ritrovata nei luoghi già visti da cui continuava ad allontanarsi. Uscì nella notte caliginosa sospesa tra i palazzi nuovi e i tuguri, e compì un atto inaudito per una donna ebrea: si fermò vicino al ricino e si fece il segno della Croce. Per la prima volta in tanti anni pensò, con una fitta al cuore, al figlio vestito da frate. Si sentì come attraversata da un treno, da qualcosa di simile alla morte o a una dolce ebbrezza. Disse: "Signore del mio figlio adorato, io lo amo con tutta la forza del demone che dimora in me: lasciami vedere il suo volto prima di morire. So che me l'hanno tolto: ora il mio utero è pulito. Ma voglio vederlo ancora prima che tutto finisca e cominci ciò che è nell'aria da sempre". Allora vide il ricino testimone della sua vergogna; picchiò l'albero pronunciando parole aspre, ma esso rimase immobile. L'indomani, andò dal saggio Yosef e gli confessò tutto. Lui le consigliò di andare al Muro del Pianto e pregare con gran devozione. Poco tempo prima, Angelina, assente da molti giorni, le aveva portato la figlia dicendo: "L'ho chiamata Clara in tuo onore, nonna", e Clara aveva pianto e abbracciato la bambina, conscia sempre più della propria fine imminente. Temeva che avrebbe incontrato il figlio frate solo nell'aldilà, dove forse cristiani ed ebrei erano divisi: sarebbe stata costretta a vederlo attraverso l'inferriata? Non vedeva Avram da un po' di anni. A volte si recava nella miserabile strada in cui abitava il figlio, indugiava nei pressi della casa davanti al fioraio e lo scorgerva attraverso la finestra, malato. La luce accesa ne rifletteva il volto. Vedeva l'esasperazione della malattia, desiderava abbracciarlo, ma per lei quella casa era sbarrata: Avram aveva giurato in sinagoga che lei non era sua madre. Clara andò in pellegrinaggio al Muro del Pianto e vi incontrò una famiglia greca che si ricordava della piccola casa vicino al 49 mare. Si spaventarono quando seppero del Signor Sasson, come se la morte di qualcuno annunciasse cose troppo esplicite. Clara pregò vicino al Muro, ma non si sentì ascoltata dalle grandi pietre. Cercò Dio e ne notò l'assenza; trovò, piuttosto, turisti, bambini, donne che piangevano. Era finita la guerra, e tutti andavano a Gerusalemme. Da molto tempo, omiai, aveva imparato che il Muro non è d'oro; quanto alle lacrime, non sapeva che al loro posto avrebbe trovato pietre così pesanti. Sapeva che Dio è una cosa triste come una farfalla coi piedi di piombo, che non ama essere né una pietra, né un albero; credeva che il saggio Yosef fosse a conoscenza di segreti a lei inaccessibili e, nella corriera per Jaffa, sorrise fra sé:forse tutta questa gente sa leggere e scrivere,forse sa cose che non dovrebbe sapere. Lei, però, conosceva una realtà terribile che essi ignorava- · no: sapeva di che cosa è fatto il ricamo della vita e ne capiva la trama. Di notte, quando le capitava di percepire l'avvicinarsi della morte, usciva con il vestito nero che aveva cucito per il funerale del Signor Sasson, passeggiava tra le rovine di Jebeliah, dove le anemoni rosse, e perfino i papaveri, non fiorivano più. In questo posto, sperduto tra i nuovi quartieri e la gigantesca città che sorgeva intorno non solo il sangue suo aveva smesso di sgorgare, ma perfino quello degli arabi. Evitava il ricino che l'aveva vista segnarsi. Girovagava pensando che, se fosse morta chiusa in casa, sarebbe marcita lì senza che nessuno si accorgesse di nulla. Avram morì di un attacco cardiaco il giorno in cui venne a sapere che Angelina aveva avuto un altro figlio e nessuno sapeva chi era il padre. Così Sionah, per la prima volta nella sua vita, andò da Clara, svuotò i cuscini, spargendo piume per tutta la casa, e disse: "Mia figlia viene qui a prostituirsi!" Allora Clara credette di essere morta. Scese una notte silenziosa, rotta da un remoto latrato di cani. Oltre le rovine, tra lo scheletro di un edificio in costruzione si intravedevano le croci scure del cimitero inglese custodite da un muretto di pietra calcarea. La luna era piena; l'aria, pura e tersa. Clara si meravigliò vedendo camminare tra le croci il figlio che ardeva in lei come un male: portava un bianco manto da frate e il viso, alla luce della luna piena, era diafano. Quando parlò, la madre si tappò le orecchie, rassegnata, perché a riportarglielo erano state la preghiera e il segno di Croce rivolte al suo Dio davanti al ricino, testimone di quella vergogna. Non sentì le sue parole, ma lo fece entrare, e a un tratto l'idea della morte la abbandonò, e il suo corpo divenne leggero come se danzasse. Lo aiutò a farsi il bagno nella vasca che Meyuchas aveva costruito per le sue ragazze; se lo mise vicino e gli parlò come a un bambino. Gli ricordò vecchie canzoni che non cantava da molti anni, e lui restò seduto, rannicchiato, con lacrime pesanti negli occhi. Quando parlò, non volle ascoltarlo, ma cucinò cibi prelibati e lo baciò sugli occhi color verde oro. Lui andò a trovare il fratello in carcere e partì per Gerusalemme: si diceva che abitasse in un monastero. Ogni tanto scriveva, ma la madre non apriva le lettere, né chiedeva ad alcuno di leggergliele. Quando la moglie di Shemuel Abuman si ammalò, Clara incominciò a frequentare quella casa. Si prendeva cura della malata, che la credeva un'infe1miera dell'ospedale Dajani: era cieca e sorda, e il suo corpo sempre più fiacco si disfaceva. Quel poco che ne restava era una sorta di ombra che si stagliava tra il lenzuolo e la coperta. Clara la imboccava, ma lei sputava il cibo; le porgeva il pitale, la lavava, ma di quello che una volta era stato
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