"No... Scappammo... Fuggimmo attraverso la steppa di Jaan ..." "La steppa di Jaan ...", sussurrammo. "Sì", rispose la voce pacata, un po' sfilacciata di Yignon. "Per strada ci uccisero tutti ... La fuga durò sette giorni". "Sette?", balzammo. "Sette". Al sorgere del sole le guardie svegliarono il campo. La gente si alzò impaurita. Sapevano già, era già arrivata loro qualche indiscrezione sul lungo e faticoso viaggio che li attendeva. Facevano gli zaini brontolando, raccoglievano le tende e protestavano. Tolsero dalle fosse le casse delle munizioni, se le divisero, e le lamentele salirono fino al cielo, che impallidiva all'alba. Rosicchiarono pane raffermo, si ammassarono già curvi sotto l'equipaggiamento, con le armi tirate a specchio in mano. Sul monte balenarono 39 mondo. A un tratto Yignon si mosse, trascinandosi fino al comandante, e si inchinò graziosamente. La cicatrice lungo la fronte sembrava un buco scuro e lacerato. Il comandante spalancò stupito la bocca. "Signore ..." Farfugliò il titolo civile stringendo gli occhi. "Vogliamo vedere come la portano via di qua ... Per ricordarci di lei... Per piacere, signore ..." Il rumore dell'elicottero si mutò in un ruggito spaventoso. Intorno a noi vorticava un turbine di vento, e una polvere rovente e sottile ci ricopriva. Cominciò ad atterrare pian piano. La turbolenza aumentò. Ora, felici, non potevamo più capire ciò che il comandante ci urlava. Vedevamo solo le sue labbra muoversi. Dall'elicottero si aprì uno sportello e fu calata una scala di corda. I piloti, dietro la visiera e la cuffia, sorrisero a noi, fermi in piedi carichi di armi ed equipaggia-· mento. saette di sole, dardi spezzati di luce che illuminarono un plotone appesantito: caschi, armi, munizioni e guglie di tende opprimevano dorsi sfiniti. Sessanta occhi maliziosi cercarono Yignon. Il comandante passò davanti ai soldati con lo zaino in mano. Le proteste si accasciarono come spighe. Erano ormai sette Yignon piantò il bastone tra le pietre. Tutti attendevano in silenzio il segnale. Solo ora il comandante del plotone comprese ciò che stavamo cospirando nel nostro grave silenzio. Corse tra le righe come impazzito, ma il terribile rombo coprì la sua voce. Gli veniva da piangere; le mani gli tremavano. I piloti, creature lontane che venivano da un mondo azzurro e veloce, aumentarono impazienti il fragore, ridendo. Alzò i pugni contro di loro. Solo nel cielo e sulla terra ... Poi si curvò, e per la prima volta lo vedemmo perso, indifeso. Si arrampicò sulla scala di corda. A un certo punto si fermò voltando verso di noi la sua testa scolpita, e ci maledì. Abbassammo il capo. Sparì dentro l'elicottero che si alzò subito in volo. Il frastuono diminuì e si dileguò; dalla sabbia si sollevavano nuvole di polvere. L'elicottero sparì nel cielo e la calma tornò sulle montagne eterne. Era stato con noi sette giorni, incidendo giorno dopo giorno col suo ferro rovente. Aveva cercato di ristabilire un ordine, ma aveva prodotto solo terrore. Ora cercava di scacciarci di lì, di farci girovagare per un'altra settimana tra le pietraie dell'arida steppa di Jaan. Perché? Che cosa ci mancava? Che cosa stavamo mai cercando? Quel brutto falco morente di Yignon, almeno, ci aveva dispersi senza chiedere nulla. Eravamo stanchi, gli occhi allucinati rivolti all'abisso. Il sole ci sferzava. giorni che eravamo intrappolati nelle mani di un magro stregone che non si saziava di sonno. Ma ... nella consapevolezza dell'estinzione c'era un dolce piacere. Il comandante parlò ai soldati. Spiegò il percorso, illustrò le manovre: se avessimo attraversato la steppa in meno di sette giorni avremmo potuto anticipare il ritorno a casa. La vista del mio sorriso gli illuminò il volto. Saremmo E di notte, sempre, di nuovo, la guerra era nei nostri sogni. Ce ne andammo, muti, ognuno per la propria strada. Ci togliemmo l'equipaggiamento, gettammo via le armi, facemmo cadere in terra le casse delle munizioriusciti a essere abbastanza forti da percorrere la difficile strada in meno di una settimana? Nessuno si mosse: silenzio assoluto. Ma, come al solito, le sue domande erano retoriche. Terminò il pistolotto e i suoi occhi cercarono Yignon. Lui fece capolino dal fondo del plotone col casco in testa e un bastone in mano. Proprio allora si sentì un lieve brusio e tutti fissarono il cielo. Un punto grigio vorticava lassù. Il comandante disse a Yignon, e la voce fendeva l'aria: "Prendi i tuoi uomini e parti!" Yignon li osservò con occhi foschi, immobile. Tutti sorvegliavano l'elicottero che manovrava nel cielo, a cercarci. I piedi erano inchiodati a terra. Se fossimo scesi per il pendio non saremmo tornati mai più. Il comandante del plotone si irrigidì. "Che aspettate?", sbraitò verso il gruppo degli ufficiali che lo osservavano pietrificati. Si mossero con fare svogliato. Gli uomini sollevavano casse di munizioni pronti a incamminarsi, ma le loro pupille non si staccavano dall'elicottero che diventava sempre più grande, svolazzando come una creatura di un altro ni. Silenziosamente, in punta di piedi, come in un rito sacro, soffici ed ebbri di luce, come ciechi, calpestammo la tenda della cucina, la abbattemmo. Qualcuno diede un calcio alla lampada, rompendola. I cessi che avevamo costruito furono distrutti in un batter d'occhio; la lamiera fu trascinata via dal vento. Due di noi trovarono l'asta della bandiera incustodita e la spezzarono in due. Tutto tornò come prima, e poco tempo dopo eravamo di nuovo coricati nel wadi, nudi ai bagliori luccicanti del mattino, sotto i raggi sempre più intensi del sole. Yignon aveva già chiuso gli occhi. Un orribile candida luce si scaglia su di noi: il sole non ci lascia in pace. Siamo stanchi, di ora in ora, sempre più. Siamo di nuovo nelle mani ossute di Yignon. Ci sono rimasti ancora tanti giorni per sonnecchiare. Passa un giorno dopo l'altro. Il campo è sonnolento e paralizzato. Ma ogni tanto qualcuno di noi alza gli occhi verso le distese del riverbero biancastro che chiamiamo cielo per scrutare se mai un punto grigio ronzante cercherà di atterrare accanto, per restituirci il terribile comandante insonne.
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