38 va ascolto a nulla e a nessuno; nessuno al di fuori di lui aveva aperto bocca in quei sei giorni. Sopra di noi si dispiegava una notte brillante: un cielo nero e intenso, un sussurro profondo maturava in lontananza. Drappi di tende svolazzavano nel vento. li caos scomparve sotto le coperte piegate con cura. Dicevamo: "questa notte ci riposeremo, dormiremo". Ma lui la pensava diversamente. Cercava di tirare le somme per autocompiacersi. Noi, dal tempo della guerra, non avevamo fatto più niente. Per tutta la notte ci parlò dell'Uomo che parte per la Guerra. Sabato. Nei nostri crani, pietre incastonate al posto degli occhi. Silenzio, tranquillità, come nei primi giorni che eravamo arrivati. Sembrava che ora ci fosse permesso dormire, ma non ne eravamo più capaci. Ostinati, ci tormentavamo le palpebre di piombo per tenerlo d'occhio. Quando si fermava, come si riposava, ammesso che lo facesse? Le piccole tende ci soffocavano. Scese un'ombra calda e torbida, ingannatrice. Noi, ansiosi, bisognosi di chiudere gli occhi, avevamo trascorso una settimana di ansie, una settimana di ansie e ci preparavamo a quella successiva. Le ore passavano, ma il sonno non arrivava. Coscienti fino al dolore, come cani inseguiti, tastavamo il terreno. "Yignon ...", ci ricordammo allora di quell'uomo solitario che dormiva nel wadi, "perché ci hai abbandonato?" E di sbieco i nostri occhi infiammati furono ancora costretti a vedere il comandante del plotone aggirarsi tra le tende sveglio e in forma, sorridente verso le nostre facce abbattute: "Perché non dormite ...? Dite di essere stanchi ... Di notte vi sento piangere ..." 3 La sera alla fine di Sabato chiamò nella sua tenda i comandanti del plotone e Yignon, assegnando gli ordini per la faticosa marcia di sette giorni attraverso la steppa e le distese di Jaan, fino al lontano pozzo d'acqua al crocevia del deserto, dove i mezzi ci avrebbero aspettato per riportarci a casa. Ci tenne tutta la notte nella sua tenda, esponendo con mostruosa pignoleria tutti i dettagli del viaggio: assalti, scavi di trincee, ritirate e complicate invasioni notturne. Con la matita rossa segnò risolutamente sulla cartina cerchi nei luoghi dove voleva simulare battaglie contro un nemico immaginario e indicò crudelmente i lunghi chilometri per i quali avremmo trasportato finti feriti. Voleva che la marcia si svolgesse in assetto di guerra, con tutto l'equipaggiamento e le armi, pochi viveri e senza riposo. Insistette che caricassimo con noi le tende e le casse delle munizioni: nel wadi non sarebbe rimasta traccia della nostra esistenza. Ci mordemmo le labbra furiosi, fissando Yignon che succhiava una sigaretta nella penombra della tenda; ma non alzò la testa. Ci scambiammo sguardi disperati. Daarzi si fece coraggio, tese una mano fiacca al comandante chino sulla cartina; gli tremava la voce. "Perché le tende?", disse ironicamente. "Non rimarrà comunque abbastanza tempo per dormirci". Il comandante del plotone drizzò gli schietti occhi azzurri. Daarzi si piegò, attendendo l'ira del comandante. Ogni altra parola morì sulle sue labbra. Il comandante si trattenne, ma la rabbia penetrò nelle sue parole pacate. Raccontò ancora della guerra precedente, della guerra che sarebbe tornata, del sangue, dei morti, del pianto, del fatto che bisognava imparare a vincere. A un tratto si rivolse a Yignon, falco taciturno che si accendeva una sigaretta con l'altra, come se riconoscesse che dietro il silenzio di costui si celava il male. Lui si tolse la sigaretta di bocca, alzò le sopracciglia falsamente stupito e disse calmo: "Beh, i piani sono quelli ..." E poi riavvicinò il fuoco alla bocca. Gli occhi del comandante si intenerirono. Passò lo sguardo su di loro, seduti e pieni di tensione. Sapeva che il viaggio si presentava difficile, ma non era rimasta altra scelta. Non potevamo fare i signori. Anni prima, in guerra, qui si era combattuto, e attraverso l'arida steppa di Jaan gli uomini erano partiti per ardite incursioni. Si inclinò verso di noi. Il suo sguardo brillava. Forse troveremo resti di equipaggiamento o addirittura scheletri di guerrieri uccisi tra i dirupi. Guardò virilmente lo spazio caliginoso che filtrava attraverso la tenda. Era dispiaciuto: peccato che non ci poteva guidare per questa strada ... L'ultima inaspettata frase assorbita nel buio rallegrò il nostro cuore. Non ci potevamo credere. Solo Yignon non batté ciglio. "Non parte con noi?", chiedemmo sommessamente, soffocando la gioia. "No, sono venuto qui solo per sette giorni ... non di più ..." Abbassammo il capo perché non potesse notare la soddisfazione che ci pervadeva. Solo Hilmi, il pesante, lo blandì dolciastro: "Chi la viene a prendere, signore?" Lui sorrise arrogante: "Quelli che mi hanno portato ... Di prima mattina ..." Ci stringemmo le mani riconoscenti. Quando finì di parlare uscimmo dalla tenda. Nel deserto soffiava il vento. Rimanevano solo poche ore all'aurora, e malgrado fossimo sfiniti da una notte di progetti non cercammo il sonno. Hilmi e Daarzi accesero un piccolo falò sul ciglio del precipizio, e tutti e quattro sedemmo attorno al fuoco. Il caldo avvolse il nostro corpo assopito. Il cielo era cosparso di stelle offuscate e lunghe erano le ombre delle montagne. Ogni tanto sbirciavamo Yignon che stava seduto con noi. Per la prima volta appariva vivace e negli occhi era socchiuso uno strano sorriso. Il fuoco attirò l'attenzione del comandante. Venne a salutarci amichevolmente, e ci raccomandò di attenerci ai suoi ordini. Camminò sul ciglio del burrone, guardingo. Si sedette vicino, scaldandosi le forti mani sul fuoco. La luce gli cadde sul bel volto e sui capelli brizzolati come gocce di rugiada, o come cenere. Fissò la steppa di Jaan, le cui estremità si dipanavano dalle vette settentrionali. Poi ci guardò in faccia, senza pudore, né imbarazzo. Scrutò a fondo Yignon, come per strappare la cortina di mistero che lo avvolgeva. Ma costui fumava pacifico, gli occhi a lambire il fuoco. All'improvviso il comandante si fece largo. Forse affermò, forse chiese: "Hai combattuto qui ... su queste montagne ... ?" Yignon lo guardò. Per la prima volta nei suoi occhi si accese una scintilla di interesse. "Sì". "Si racconta che qui si svolsero aspre battaglie ..." "Sì". "Perché?" "Ci circondarono". "Vi circondarono?" "Sì". "Dove?" "Qui ... su questa stessa montagna. Ci nascondemmo in questo wadi ..." "E poi andaste all'attacco, colpendo i vostri nemici". Non stava chiedendo: stabiliva fatti.
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