36 "Sei tu il mio vice?" L'uomo sdraiato annuì. Noi pendevamo dalle sue labbra deturpate. "Che cosa succede? Hanno ammazzato qualcuno?" Gli occhi del robusto comandante ci scrutavano implacabili. Le nostre lingue scandivano parole mozze. Le parole soffocavano. Noi siamo morti, cercammo di dirgli. Ma non gli servivano risposte: aveva ormai smesso di ascoltare. Si asciugò il sudore e ci rimproverò: "Perché siete scesi in questo wadi? È da tanto che sorvolo la zona. E poi ho a malapena trovato il tempo per raggiungervi ... Si dice che da quando è finita la guerra non avete fatto nulla ..." Nessuno batté ciglio. Scrutò stupito il greto rinsecchito del torrente. "Ma dove siamo! Che caos. Che ci fate coricati così, nudi?" Parlò vigoroso, sferzante. Tacemmo. Yignon richiuse stancamente gli occhi, la testa sempre abbandonata sulla sabbia. Il comandante tese l'orecchio pretendendo una risposta. "Oggi è riposo ...", salì infine dalla terra la voce dolente di Daarzi. "Riposo?!", sbraitò il comandante del plotone facendo saltar su chi ancora dormiva. "Riposo ...", ribadì ingenuo Hilmi, impaurito. "È Sabato, oggi?" La bocca del comandante si lacerò, minacciosa. Anch'io sussurrai come per giustificarmi: "I giorni si sono confusi ..." Tutti confermarono. Ormai avevamo venduto le nostre anime a quell'uomo supino che ci guardava con occhi spenti. Il comandante indietreggiò. Era un impiegato di alto livello e non era solito ali' impertinenza. Perfino durante la guerra si pronunciava con rispetto il suo nome, malgrado fosse un civile. Allora girava per il mondo, ed era stato proprio lui a rifornirci di munizioni prima che si esaurissero. Ora, volendo, avrebbe potuto riposare tranquillamente nel suo enorme ufficio, ma cercava sempre un'azione di primo piano. Quando aveva sentito che si addestravano gli eroi, ora renitenti, si era offerto per prendere il comando del plotone. Eccolo lì, a fugare ogni dubbio sulla qualità del suo impegno. Da quel momento cessò di parlare. Si chinò e frugò tra i suoi zaini, solitario, forte, immacolato. Si costruì una piccola tenda al di fuori del wadi e vi si chiuse dentro. La sera ne uscì vagando tra i cumuli di equipaggiamento abbandonato, finché non trovò una lampada rotta. La riparò e la accese. Per la prima volta c'era luce. La lampada bruciò per tutta la notte, delineando attraverso il telo della tenda l'ombra cospiratrice del comandante chino sui piani di azione. Fummo svegliati all'alba, col buio. Rabbioso e dispotico il comandante ci fece uscire dal solco; un'ora dopo, gli stavamo davanti in un'assopita rivista, armati ed equipaggiati. Spedì i ritardatari in cima al monte ad accendere il fuoco e accogliere il sole che sorgeva. Fece indossare i gradi agli ufficiali. Quando il cielo si illuminò di raggi dorati e il fuoco si spense i ritardatari tornarono, e allora ci arrampicammo tutti in una lunga colonna di marcia. L'ombra buia di Yignon si trascinava in coda. Insinuandoci fra gli strapiombi arrivammo alla vetta. Il cielo azzurro si espandeva enorme e vicino. Per tutto il giorno sparammo agli abissi, finché le nostre spalle si spezzarono per il dolore. Alla sera, ci affannammo per la discesa dietro al comandante, che non ci permise di avvicinarci al cibo e all'acqua finché non avessimo eretto un alto palo per la bandiera. Di notte, nuovamente, ci fece arrampicare su per il monte sotto un cielo trapunto di stelle. Sparammo al buio fino a mezzanotte e gli echi delle esplosioni ci rotolarono intorno. Trascorremmo il resto della notte alternandoci nella guardia, mentre il comandante che non conosceva il sonno teneva sveglie le sentinelle. Dopo soltanto poche ore, e giunse il terzo giorno. Lui ci stava addosso, pulito, sveglio, rabbioso. Nel crepuscolo mattutino, affaticati, ci disponemmo per issare il vessillo di guerra dimenticato che aveva portato con sé, e per ascoltare l'ordine del giorno che aveva composto, un canto dal libro sacro. Per tutto il giorno scavammo trincee, postazioni e fosse. Le nostre mani si coprirono di piaghe quasi lebbrose. Era impossibile riposarsi. Per quanto indolenzito, lui passava da una trincea all'altra. I nostri occhi cercarono disperatamente Yignon, ma lui - satanasso! - aveva individuato una fossa profonda e vecchia· dei tempi della guerra, e mentre noi perdevamo scioccamente tempo spaccando pietre era sparito nella sua buca a oziare. La sua sigaretta costruiva ignavi anelli di fumo. Verso sera scavammo le latrine da campo e le rivestimmo di lamiera, raccogliendo in un unico luogo i nostri escrementi sparsi. Da quel momento avremmo fatto i nostri bisogni sull'orlo di un precipizio. Mentre i raggi del tramonto lambivano le rocce febbricitanti, ci andò, per primo, Lui. Tutto il plotone giaceva esausto a fissare con occhi cupi l'Uomo Robusto chino nella sua Solitudine. Di notte fu acceso il falò. Ci dispose in cerchio e parlò della guerra, la guerra che c'era stata, la guerra che sarebbe ancora venuta. Ci sarebbe stato un momento senza guerra? Ci sarebbe stato mai riposo? In piedi, ci lesse il libro delle guerre con voce squillante, sgraziata, come se stesse impartendo ordini. Le nostre teste crollavano dal sonno, ma lui ci tirava sassolini per dissuadere chi mai provasse ad appisolarsi. A mezzanotte gli saltò in mente di farci cantare le canzoni militari da tanto tempo sprofondate e seppellite nell'oblio. Ci guardammo timorosi -era allucinante, ma lui insistette, e cantammo. Il nostro canto, ali' inizio esitante, diventò un terribile guaito ubriaco, folle. Stanchi, dopo una giornata di fatica e arsura, urlammo vecchi canti di battaglia lordi di sangue. Lui assisteva, le braccia incrociate sul petto e un sorriso abbandonato sulle labbra. Poi tornò serio, ci zittì alzando la sua mano sicura, e ci rispedì sotto le coperte o ai turni di guardia. Domani ci aspetta un gran giorno. Così disse. E il quarto giorno attaccammo. Tutta la pratica del combattimento che avevamo dimenticato riemerse all'improvviso. Da una collina all'altra, da un monte all'altro, ci radunò indicandoci dove assalire, dove vincere. Poi ci disperse sulle colline rocciose a correre, sparare e cadere fino alla vittoria, come diceva lui. A mezzogiorno, mentre correvamo nel wadi, gli occhi annebbiati dal caldo e dalla polvere, scorgemmo a poca distanza le tre figure nerovestite. Ci fermammo per un istante a osservarle, ma il comandante che ci teneva dietro ruggendo, il casco calcato sul volto incandescente, li aveva notati. Imbracciò il fucile e sparò. Sparirono subito, leggere e veloci, in uno dei canyon. Un miraggio. Dov'era Yignon? A volte ci sembrava di vedere la sua fosca sembianza camminare muta accanto al comandante, ma spesso si aggirava da solo in cima alle montagne. Il comandante, d'altra parte, riusciva da solo a tenere sotto controllo un intero plotone, e per di più sembrava temere il suo aiutante strano, lo stanco ufficiale che aveva passato tutta la guerra accanto ai Morti. La sera, durante una breve sosta, il comandante si dedicò alla jeep e la rimise subito in sesto. Per tutta la notte restò accesa la luce strana e intensa di quei fanali: ci esercitammo senza posa,
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