"Insomma, che si fa, oggi? Non possiamo continuare a oziare così!" Era accaldato, ma non aveva tutti i torti. I piccoli occhi di Yignon perlustrarono le pance di Hilmi e Daarzi, e incrociarono i miei. Le sue labbra blandivano, piene di scherno e sopore. "Di notte, forse ... Quando il caldo si allenterà ... Ora, riposo". Daarzi abbassò la testa verso la sagoma infagottata sulla terra. "Riposo ...", ripeté, illuminandosi di uno stanco sorriso. Noi tre ci guardammo. Il giovane ufficiale cercò di ribattere qualcosa, ma ce n'eravamo già andati, chini su una pozzanghera d'ombra, sotto gli alberi pungenti, a far rivivere un sogno nerastro, carbonizzato. Quando la morsa del sole si allentò, con il primo buio, Yignon si svegliò di nuovo e succhiando voluttuosamente una sigaretta. Era chiaro a tutti che quella notte sarebbe stata destinata esclusivamente al sonno, e ci abbandonammo ancora, uno dopo l'altro, a una febbricitante sonnolenza, sconvolta da pesanti allucinazioni; all'alba eravamo sempre distesi, più esausti di prima. Il terzo giorno ci togliemmo i vestiti. Le mostrine caddero. Ci chiedevamo sospettosi che cosa tramasse, nel suo cuore, quell'uomo sempre addormentato. Ma dopo qualche ora inconcludente capimmo che aveva deciso di oziare sulle pietre finché non fossero finiti i giorni di addestramento. Dentro di noi, consapevoli della sua intenzione, palpitava l'ansia. Ci avventammo contro cespugli illusori, li strappammo e li tagliammo a fascine. Accendemmo il fuoco rosicchiando svogliati il cibo secco disperso intorno a noi. Ora non rimaneva neanche una striscia d'ombra. Il quarto giorno, verso mezzogiorno, ci svegliammo. Un vento caldo soffiava nella forra rocciosa; carte consumate dal sole svolazzavano tra noi. Tendemmo una mano fiacca per acchiapparle: Yignon aveva buttato per aria i piani di addestramento. La radio trasmittente si guastò, il marconista insonnolito la avvolse nelle coperte e se la mise sotto il capo: il possibile collegamento con gli altri plotoni era stato eliminato. Verso sera il giovane ufficiale saltò all'improvviso su una jeep superstite per sottrarsi a quell'inferno. 11rombo del motore sconvolse quel silenzio ineale. Tutti aprirono gli occhi, ma nessuno si alzò; anzi, che chiamasse aiuto, che denunciasse I 'ufficiale dormiglione! La jeep si mise a sdrucciolare giù per la discesa.All'improvviso i freni rinsecchiti cedettero, e il fuoristrada scivolò verso l'orlo del precipizio, fermandosi tra due rocce. Si salvò per miracolo; tornò tra noi umiliato e con una strana luce negli occhi. Quella notte non vedemmo più la luna e le stelle: una completa oscurità avvolse il monte. li quinto giorno si sentì il suono di un'auto che percorreva la montagna. Suonava il clacson e faceva un gran fracasso: gli uomini, alla nostra ricerca, sparavano in aria. Forse erano giunte delle lettere dalla lontana e gelida città, della quale non era ormai rimasto un solo segno. Di nuovo il giovane si drizzò, allerta come un animale selvatico, gli occhi azzurri spaventati. Il sole gli aveva ustionato la pelle, ed era tutto scottato. Caricò la sua arma e sparò in aria, fendendo il silenzio. Il dialogo delle pallottole durò a lungo, ma le voragini confusero gli echi e la macchina si allontanò. Come impazzito, si mise a vagare senza meta, urlando, implorando. Osservammo la sua sottile ombra dibattersi su di noi, intorpiditi e apatici. Quando l'auto sparì e tornò il silenzio, si fermò imbambolato, come un bambino infastidito, col fucile che pendeva dai pugni. Poi crollò accanto a Yignon la cui stanca testa accennò un sorriso. Quella notte sparì e non si vide mai più. Forse, vaga ancora tra quegli anfratti. 35 Il sesto giorno avevamo perso la nozione del tempo. Assieme alla nostra pelle annerita andava cancellandosi il nostro aspetto: chi era abituato a pregare non lo faceva ormai più. Sei giorni lavorativi passarono nell'ozio. Di sabato, il sonno si raddoppiò. Ora avevamo coscienza solo delle rocce e dei massi che incombevano sulla nostra testa. Sdraiati così, in compagnia, ma ognuno per conto suo. Ascoltavamo quel limpido silenzio, e osavamo appena bisbigliare. Nessuno ci cercava, lassù. A volte, nel wadi che scorreva a valle serpeggiavano tre minuscole figure avvolte di nero, una avanti e due dietro, in ordine fisso: i nostri nemici aspri, taciturni, ormai vinti. Ma nessuno restava di guardia: avrebbero potuto sgozzarci tutti con un unico coltello e non avrebbe gridato nessuno. Di notte, a volte, la mente di qualcuno si schiariva, e allora si rivoltava sul giaciglio senza potersi addormentare. Si alzava in piedi, solitario, e vedeva chiaramente la montagna, fin nelle sue linee più sottili. Girava il campo addormentato, urlando, però sottovoce, ai dormienti. Anch'egli desiderava dormire. Quando arrivava al volto deforme di Yignon, si fermava, gli pareva di udire urla di dolore dalla montagna accanto, là dove erano scomparse le figure drappeggiate di nero. Indolente raccoglieva cumuli di pietre roventi, finché la sua voglia si placava e sulle sue labbra si ristabiliva un secco grigiore. Allora si accasciava nel punto esatto da cui si era alzato, abbandonandosi di nuovo all'oblio. L'indomani, alla luce del giorno, tra un torpore e l'altro, scopriva con sorpresa di avere accanto un gran mucchio di pietre. Erano ormai sette giorni che eravamo intrappolati nelle mani di un magro stregone che non si saziava di sonno. Ma nelle gambe pesanti che si ingarbugliavano l'una contro l'altra, nella consapevolezza dell'estinzione, c'era un dolce piacere. "Oh, Signore ...", si sentiva a volte piagnucolare sommessamente, "Perché non siamo venuti qua dopo la guerra?" E di notte, sempre, di nuovo, la guerra era nei nostri sogni. 2 Era forse domenica? Nel sogno si sentì all'improvviso un rombo lontano sulle nostre teste. Fissammo lo sguardo sulle distese abbaglianti. Un punto grigio tremolava nel cielo, come ali d'uccello. Noi, inebetiti, ci stropicciammo gli occhi, mentre un ruggente elicottero vo11icò polvere e vento sopra il wadi. A un tratto si arrestò in aria, calando giù una scala di corda. Buttarono giù degli zaini e poi un uomo corpulento scese a terra, facendo un cenno ai piloti che decollarono e sparirono come angeli azzurri. Imbarazzati e stanchi sollevammo le teste dalla polvere. Lui raccolse gli zaini e si avvicinò a noi con passo deciso. Paonazzo, umano, robusto. Capelli brizzolati, occhi azzurri e patemi, mani che conoscevano la fama. Sulle spalle luccicavano i gradi. Si fermò per un istante osservando il gruppo di ombre che lo sbirciava: nere, magre, nude. Lo guardammo e capimmo che ci era nemico. La sua forte mente prese una decisione; fece un passo verso un soldato che si drizzò stupito e disse seccamente: "Sono il comandante del plotone. Dov'è il mio vice?" Lo portammo da Yignon, che continuava a dormire. L'ombra grave del comandante copriva del tutto la stretta sagoma. Ci accasciammo vicino al dormiente, lo toccammo. Lui aprì i suoi piccoli e furbi occhi. "Yignon ...", sussurrammo, curvi e spaventati. Il comandante del plotone lo esaminò, meravigliato.
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