Israele racconta L'ULTIMOUFFICIALE AvrahamB. Yehoshua traduzione di Sarah Kaminski e Massimo Manca Descritto dal "New York Times" come il Faulkner di Israele, AvrahamB. Yehoshua si è affermato come uno degli autori più rappresentativi della giovane letteratura israeliana. In uno stile asciutto e personalissimo, egli esplora gli istinti animaleschi che si nascondono dietro la facciata della cosiddetta "civiltà" e l'isolamento che separa l'individuo dalla comunità. Tra le sue opere apparse in Italia L'amante, Cinque stagioni, Il signor Mani, Un divorzio tardivo, Diario di una pace fredda per Einaudi; Il poeta continua a tacere per La Giuntina. 1 Dalla fine della guerra ci trovavamo in uffici oscuri, a maneggiare matite e scrivere lettere distaccate su argomenti ritenuti importanti. Se avessimo perso saremmo stati maledetti, avremmo dovuto rendere conto dell'assassinio, del saccheggio, dei nostri compagni morti; ma avevamo vinto, e portato la salvezza. Dovevano però tenerci indaffarati, altrimenti chi mai sarebbe saltato giù dalle agili jeep, si sarebbe occupato dei feroci e cruenti carichi di mitra e dei nastri di pallottole? Ora i nostri vestiti erano puliti, e sul volto non avevamo più traccia di polvere. Solo le calcolatrici ronzavano piano vicino a noi, e di notte, nella città impazzita, ci dibattevamo freneticamente per non restar soli. Correvamo da una luce all'altra, strusciando contro le nostre mogli consunte, lo sguardo sempre più fiacco. Ogni anno, con l'arrivo dell'estate, partivano reggimenti di riservisti per l'addestramento. Le cartoline precetto svolazzavano negli uffici come candidi fiocchi di neve; ma a noi, vecchi lupi di guerra, non giungevano. All'inizio ci ritenevamo offesi, ma pensammo che forse il mondo aveva bisogno di noi e delle nostre matite appuntite. Avevamo combattuto per sette anni ininterrotti, tanto che la paura aveva svuotato le nostre notti; adesso, volevano che riposassimo su allori appassiti. Erigemmo di fronte a noi cumuli di lettere, come barricate. Ma quest'anno, con l'arrivo dell'estate, stranamente, ci incastrarono: i nostri fratelli impiegati, addetti alle spedizioni, si ricordarono di noi e le lettere di richiamo planarono sulle nostre scrivanie esterrefatte. Non c'era via di scampo, e un bel giorno tutti i renitenti, veterani del reparto, furono caricati su un treno merci e spediti a Sud, a correre sulle montagne. Chissà, forse avremmo impugnato le armi cadute in oblio, ci saremmo scagliati contro il nemico, trasportando carichi di guerra e combattendo all'ultimo respiro in finte e nuove battaglie. Saremmo stati circondati e costretti a ritirarci, a correre e vincere il vento, addirittura noi stessi ... Se non fosse arrivato Yignon, un tizio appuntito, bruno, nominato all'ultimo momento, e con un certo timore, per sostituire il comandante, impiegato di alto 33 AvrahamYehoshua.FotoVincenzoCottinelli. rango, forse il più importante tra gli impiegati, chiamato all'improvviso a compiti superiori. Già da subito, ali 'incrocio delle strade del deserto, vedemmo che il nuovo comandante indugiava, mentre gli altri reparti caricavano con gran daffare l'equipaggiamento per avviarsi ali' azione e alla fatiche. Mentre gli ufficiali erano impegnati nel loro andirivieni, salì su una piccola collina sul bordo della strada e lì, al sole, si appisolò. Ricordo i nostri uomini girare affaccendati fra le automobili silenziose: brontolavano infastiditi. Il resto delle truppa se ne andò, a poco a poco, e sul piazzale scese la quiete; ma quel punto nero sulla collina non si muoveva. Nessuno conosceva lo scopo di quell'attesa. Stanchi l'uno dell'altro, accaldati, non avevamo ancora capito che da quel momento il nostro tempo era sequestrato. Daarzi e Hilmi, i due comandanti del plotone, mi passarono accanto, agitati e irrequieti: Durante la guerra avevano militato come artificieri, facendo esplodere interi villaggi, abitanti compresi, e da allora, per il terrore, non si separavano mai. Quando mi accorsi che le ore passavano invano, salii sulla collina e andai da Yignon. Fu la prima volta che lo vidi da vicino: era una lunga figura distesa ai miei piedi; sul suo brutto volto spiccava un naso grande e fratturato; portava occhiali con lenti parasole; sulla fronte risaltava un lungo e profondo sfregio. Dormiva come se fosse avvolto da una profonda stanchezza, ma con un respiro impercettibile. Sapevo che anche lui lavorava come impiegato generico in uno degli edifici; era celibe e durante
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