Non sempre i lettori israeliani distinguono fra un racconto e un sermone. A volte riducono a cliché politico quello che è stato scritto come un racconto polifonico e poliedrico. I lettori che stanno al di fuori di Israele tendono anch'essi a interpretare la nostra letteratura come un'allegoria, ma così è spesso il destino delle opere scritte in zone colpite da disastri politici: pensi di comporre musica da camera, raccontare semplicemente di una famiglia, ed ecco che arrivano critici e lettori e ti rivelano che la madre rappresenta ovviamente i vecchi valori, il padre, ovviamente, il governo, mentre la figlia è ovviamente il simbolo dell'economia instabile ... E con il calare del giorno, alla fine di tutti i giorni, dopo il trambusto e la collera arriva la voce del silenzio. Questa è l'ora nella quale mi capita a volte di pensare non a un argomento politico più efficace o meno aspro, e nemmeno al giusto avverbio per intarsiare qualche proposizione, bensì alla frase famosa di Gesù: perdona loro, perché non sanno quel che fanno. Penso che Gesù non avesse ragione; non riguardo al perdono, ma riguardo alla coscienza: noi sappiamo quel che facciamo, almeno nella profondità del nostro cuore. Tutti noi abbiamo mangiato il frutto dell'albero della sapienza, della conoscenza del bene e del male. Sono convinto che ogni persona sa molto bene che cos'è il dolore: chi non l'ha mai provato? E per questo, ogni volta che l'uomo provoca dolore al suo prossimo sa benissimo ciò che fa, e in quanto consapevole è responsabile delle proprie azioni. A volte ci sarebbe spazio per perdonare o accettare le scuse dell'altro, ma certo non per un perdono fondato su un infantilismo morale. Ma sono forse arrivato da Gerusalemme fino a Francoforte per litigare con Gesù nella chiesa di San Paolo? Chiedo scusa. Gli ebrei, come si sa, non sono capaci di mantenere per sé le loro discordie. A volte, alla fine della giornata, medito su quella osservazione di Kant sul "tronco storto che è l'uomo", un tronco da cui non è mai possibile scolpire nulla di dritto. Rimango scioccato continuamente perché per migliaia di anni così tanti messia, ideologi e riformatori hanno disperatamente cercato di raddrizzarlo, spesso con seghe e coltelli, affannandosi a incidere diverse, precise forme geometriche nel contorto tronco umano. Forse, al posto della vana fatica di rimodellare l'uomo sarebbe meglio ricordare semplicemente, una volta ogni tanto, che nessuno di noi dovrebbe aggiungere un dolore ulteriore a quello che ci spetta comunque nella vita e nella morte, e che da qualche parte, in profondità, abbiamo tutti gli stessi segreti: nessuno è un'isola a sé, ma ogni uomo fa parte di un continente (John Donne) e il dominio non appartiene alla morte (Dylan Thomas). E quando finalmente sulle colline del deserto comincia a spirare il vento della sera, lo scrittore prende la penna e riprende a scrivere. Lavora come un orologiaio di vecchio stampo; sull'occhio ha il monocolo e tra le dita delle pinzette sottili, ed esamina controluce qualche aggettivo difettoso, stringe qualche verbo allentato, mette a fuoco un'espressione logora. In quell'ora prova una sensazione molto lontana dall'entusiasmo politico, uno strano miscuglio di furore e pena, un affetto per quelle figure diluito in un distacco assoluto: fuoco e ghiaccio. E scrive, non come un uomo che lotta per la pace, bensì come uno che la crea e desidera condividerla con i suoi lettori; scrive seguendo un semplice insegnamento morale: cercare di capire tutto, perdonare in parte, non dimenticare nulla. Scrivere di cosa? Il poeta Nathan Zakh lo ha ben definito: Questa poesia parla di uomini: di quello che pensano, di quello che vogliono, di quello che pensano di volere. Poco, oltre a ciò, al mondo, merita il nostro interesse. 31 E così scrivo di uomini: e oltre a ciò? Di quello che vogliono, di quello che pensano, di quello che pensano di volere? Che cosa resta ancora? Forse il coro antico: passione e morte, solitudine e pazzia, vanità, inettitudine e nostalgia, solitudine, sogno. E fiumi che rompono gli argini e silenzio di montagne, e deserti, e oceani. Ed esiste la lingua stessa, più pericolosa di qualsiasi strumento musicale; e, infine, sono sempre presenti gli antichi· gemelli siamesi noti col nome di Bene e Male, che percorrono eternamente il tragitto dalla vita ai libri e dai libri alla vita. Non si separano mai, sempre scontenti, ti rimproverano continuamente con il loro dito scheletrico, ti fanno sentire a volte che sarebbe stato meglio nascere musicista. No, sei condannato alle parole, e perciò responsabile di qualsiasi loro deturpazione, almeno nell'ambito della tua propria lingua. Difendere la lingua è il modo in cui una persona come me potrebbe promuovere la pace: una costante lotta contro la devastazione di parola ed espressione, contro la diffusione di stereotipi razzisti, contro la glorificazione della violenza, una tendenza comune, sorprendentemente, anche tra la gente colta che parla bene di un nuovo libro con superlativi logici come stupefacente, straordinario, penetrante, esplosivo. Non credo nella possibilità di una pace perfetta: mai dimenticare quel tronco contorto che è metafora dell'uomo. Meglio agire in favore di compromessi realistici, seppur tristi e imperfetti, tra individui, comunità e popoli. Sarà forse il destino di tutti loro rimanere separati e conflittuali, ma potranno almeno convivere in pace, anche se in modo non idillico. Un poeta dei Salmi (84, 11), dice: misericordia e verità si incontreranno; giustizia e pace si baceranno. Ma iJ Talmud segnala una certa tensione tra giustizia e pace e raccomanda un approccio più pragmatico: "perché dove esiste la legge non c'è pace e dove c'è pace non c'è legge". E dove troviamo la legge o il giudizio che contempla in sé la pace? Nella Realizzazione (Sanhedrin 6, 72). In ebraico la radice "realizzare" significa anche "dividere", cioè il compromesso. Il rabbino Nachman da Breslaw diceva: "Il principio della pace è comporre le controversie, e non ti devi spaventare se vedi ... due persone che sono proprio l'opposto una dell'altra ... anzi, questo è il principio dell'integrità, cercare che ci sia la pace tra due cose diverse" (Liqutey Hamoharan I). Avrei da aggiungere la consapevolezza che solo la morte è perfetta. La pace, come la vita stessa, non è un flusso improvviso d'amore, né il miracolo della mistica fusione tra nemici, bensì un atto di compromesso razionale e corretto tra rivali. Vorrei ringraziare l'Associazione degli editori e librai tedeschi per avermi scelto per questo importante premio, riconoscendo così lo spirito di pace di Israele e le posizioni morali e politiche della maggior parte di chi vi crea letteratura. Vorrei esprimere la mia riconoscenza a un caro amico, a uno scrittore che amo, Sigfried Lenz, che mi ha presentato qui oggi con tale affetto, per i suoi romanzi e saggi che mi hanno avvicinato a un lato inedito della Germania. Ringrazio gli amici presenti e, più di tutti, mia moglie, e i miei figli, che mi hanno dato amore e pace. A tutti voi, Shalom. Pauluskirche, Frankfurt.
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