30 po' singolare tra certe tradizioni ebraiche e riti socialisti preesistenti alla rivoluzione. Insomma: la letteratura influenza o no la realtà? Riassumendo, posso dire che, a volte, un narratore può cambiare la vita di molte persone, ma non necessariamente nella direzione voluta. Inoltre, ciò non si verifica dall'oggi al domani, bensì dopo molti anni, e spesso si basa su letture sbagliate e interpretazioni alquanto banali di un'opera. Spesso i libri malvagi, colmi di odio, influenzano più che quelli buoni. Alcuni, però, ritengono che nel "paese dei profeti" continui a mantenersi una tradizione per cui il ruolo profetico viene supplito dagli scrittori. Nelle culture occidentali gli scrittori vengono considerati soprattutto come produttori di un divertimento che può anche avere risvolti raffinati e sofisticati. Nella tradizione ebraica, o meglio, ebreo-slava, dallo scrittore ci si aspetta un atteggiamento profetico. Ogni tanto qualcuno trova allettante quepompieri. Possono fiutare per primi le espressioni che annullano la dimensione umana, e di qua deriva il loro dovere morale di urlare al fuoco quando sentono odore di bruciato (ci sarà mai qualcuno che presti loro attenzione? Ecco una buona domanda: ricordiamo qui l'aneddoto di Kierkegaard sull'attore che gridò al fuoco, che c'era davvero, suscitando nel pubblico un grande applauso). Che spostino montagne o solo virgole, gli scrittori sono esperti nella scelta e nella disposizione delle parole. E penso che selezionare e dare ordine al discorso significhi, almeno un po', fare scelte morali. Dare rilievo a un certo verbo, evitare una frase idiomatica, stravolgere un'espressione, sono decisioni che in sé hanno un significato etico, per quanto microscopico. Come ben sapete, le par.ole possono uccidere, ma, usate con parsimonia, esse possono consolare e curare. Il dilemma che mi si presenta è che cosa debba fare il narratore, l'uomo di lettere, qualora gli sto ruolo, ma dobbiamo ricordare che neppure i profeti biblici, ai tempi loro, riuscivano a far cambiare opinione ai regnanti, né a trasformare il cuore del popolo. Solo un irrimediabile romantico potrebbe aspettarsi che l'influsso di scrittori e poeti, di questi tempi, possa essere più efficace di quella dei profeti ai tempi della Bibbia. Perché mi trovo a capiti di vivere presso il torto, i pregiudizi e la violenza. Che cosa dovrebbe fare quest'uomo che ha solamente una penna, una voce e, a volte, un pubblico più o meno attento? Qual è il tuo dovere mentre la più elementare correttezza esige che tu ti confronti con il male della politica e non resti da parte solo per osservare, descrivere e commentare? Come ti devi comportare nella situazione eventuale di un 'impossibile scelta tra correttezza civile e rettitudine artistica? Sarebbe immorale lo scrittore che trasformasse la penna in un'arma politica? O immorale sarebbe proprio colui che risparmiasse acume nella sua scrittura per non farne oggetto di pubblica discussione? Ma lasciamo stare i profeti: c'è forse qualche motivo per cui gli scrittori debbano essere considerati più sagaci di programmatori di computer, tassisti o politici? Che cosa c'è, in effetti, dietro il comune desiderio che la letteratura indichi la strada e che gli scrittori rappresentino una sorta di coscienza civile? Probabilmente c'è un punto che accomuna l'agente segreto e lo scrittore: anche il romanziere si mette nei panni degli altri. Ma non penetra nella loro cute: "se fossi in lui, se fossi in lei". Capita che l'autore dia spazio a opinioni controverse, punti di vista contraddittori, sentimenti in collisione, ed elargisca a tutti la stesevocare gli spiriti di un passato lontano? Perché sia il mio lavoro letterario che la mia attività per la pace sono influenzate da quel passato, che però non credo debba dominare tutto: mi sono sempre opposto alla "tirannia del passato" in tutte le Mi manca una risposta onnicomprensiva; posso raccontare solo del volubile patto che ho stipulato con me stesso. Sono stato coinvolto nella politica senza abbandonarmi completamente al lavoro grossolano di scrivere pamphlets, discorsi o vaghe allegorie. Quando mi pare di essere d'accordo . ' . sue pzu varze manifestazioni. sa misura di comprensione, simpatia e misericordia. Questa posizione potrebbe dimostrare l'effettiva disponibilità intellettuale ed emotiva dello scrittore a riconoscere la validità di motivazioni e argomenti che in apparenza si escludono l'un l'altro, per comprendere così il cuore di ognuna delle parti in conflitto. Un altro tipo di abilità sorge dall'intimo rapporto che lo scrittore mantiene con il linguaggio: una persona che passa metà della propria vita scegliendo tra possibili aggettivi e avverbi, che esamina instancabilmente verbi e sostantivi, soffre le torture della punteggiatura, è senz'altro qualificata a segnalare in anticipo il momento in cui la lingua è deturpata. Il linguaggio, quando si imbruttisce, segnala atrocità future: quando le persone divengono di volta in volta "elementi negativi", "zecche" o "parassiti", "stranieri indesiderati", anche il valore dell'uomo si riduce. Gli scrittori, quindi, sono ben "attrezzati" per segnalare i focolai dell'incendio linguistico; ma non sono loro i con me stesso al cento percento, non scrivo un racconto, ma un articolo rabbioso in cui cerco di spiegare al governo che cosa debba fare, e quale strada prendere, certo che non mi si darà ascolto. Ma quando sento più di una giustificazione, non una voce sola, capita che le diverse voci diventino più intense e si materializzino in figure, e allora comincia a crescere in me un racconto. Scrivo racconti quando posso introdurmi fra più posizioni rivali, sostenere più argomentazioni opposte, infiltrarmi in trincee emotive ostili e conflittuali. Una vecchia storiella chassidica racconta di un rabbino che in sede di arbitrato decreta che la capra contestata appartiene a entrambe le parti, e che la legge dà ragione a entrambi i contendenti. Poi, a casa sua, la moglie lo rimprovera, perché la sentenza è incongrua: come si può dare ragione a una cosa e al suo contrario? Il rabbino ci pensa un po' e mormora: "In effetti, anche tu hai ragione ...". A volte questo rabbino sono io.
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