Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

universali dell'ebraismo. Due volte in vita mia, nel 1967 e nel 1973, sono stato sul campo di battaglia, e ho visto da vicino il terribile volto della guerra. Sostengo fermamente che l'aggressività non si può reprimere con un atteggiamento di resa; ma due motivi, solo due, giustificano l'uso della forza: la vita e la libe1tà; combatterò se qualcuno cercherà di ammazzare me o i miei cari; combatterò se qualcuno cercherà di renderci schiavi, ma non lo farò assolutamente per il diritto dei padri, per più territori, per la conquista di risorse ulteriori o per ciò che si dice astutamente "interesse nazionale". La guerra israelo-palestinese è l'esempio di un tragico scontro tra giustizia e giustizia, tra due posizioni molto convincenti. Questa tragedia può aver fine con la completa distruzione di una o di entrambe le parti o con un doloroso compromesso, triste e instabile, in cui a ciascuno toccherà solo una parte delle richieste. Nessuno gioirà, ma tutti noi smetteremo di morire e inizieremo a vivere. La Palestina avrà la sua sovranità e sicurezza in una parte del paese. Israele vivrà, altrettanto in pace e sicurezza, nell'altra parte del paese. Gradualmente potrà presentarsi l'eventualità di una riconciliazione, cesserà la corsa agli armamenti, si creerà un'economia e un mercato comune e le ferite del passato si rimargineranno. Il nostro movimento di pace non è filopalestinese. C'è un bisogno urgente e assoluto di giungere alla pace tra Israele, i palestinesi e gli altri stati arabi. L'urgenza nasce non da sensi di colpa, non dal desiderio di espiare dei torti, bensì dalla stessa vita. Gli israeliani sono in Israele e intendono restarci per sempre; i palestinesi sono in Palestina e non la lasceranno mai. Dobbiamo essere vicini di casa ... non troppo lontani. Mentre predico per la divisione di un piccolo paese tra due popoli continuo però a sostenere la tesi che questa non è che una soluzione dettata dalla realtà: gli stati nazionali sono un sistema negativo e fallimentare. Su questo pianeta colpito dalla povertà, densamente popolato, che si sta degradando, dovrebbero coesistere centinaia di civiltà, migliaia di varie tradizioni, milioni di comunità locali e regionali, ma non stati nazionali. Sono problemi evidenti soprattutto in questi tempi, in cui il diritto all'autodeterminazione nazionale in alcuni posti precipita fino alla frammentazione: è un processo che gronda sangue e minaccia di isolare i singoli individui. C'è forse spazio per un sogno diverso. C'è il bisogno di provare altre strade per soddisfare ogni sorta di desideri legittimi di identità e autodefinizione nell'ambito della comunità universale. Dobbiamo costruire un mondo polifonico che sostituisca il caos degli stati nazionali egoisti e separatisti. Lo stato dell'uomo, la nostra solitudine sulla superficie della terra sempre minacciata, di fronte al silenzio gelido dell'universo, alla permanente ironia della vita e alla crudeltà della morte, tutto ciò deve suscitare in noi una solidarietà universale che possa superare il fragore e la rabbia dei nostri litigi. Il patriottismo che sventola le bandiere dovrebbe lasciare il passo a un patriottismo umanista, fatto di terra e foreste, di aria, di acqua e luce, espressione del legame ancestrale con il Creato. In tutto ciò, che cosa può fare un cantastorie, se non raccontarle? Avrebbe senso che uno scrittore sperasse di modificare alcunché nel cuore della gente? Non ne sono molto sicuro. Prendiamo a esempio Tolstoj. Presumibilmente la diretta influenza di questo scrittore sulla sua generazione fu a lungo andare maggiore di quella di qualsiasi altro. Milioni di persone hanno letto i suoi libri e centinaia di migliaia riconobbero in lui un profeta. Tuttavia, ad appena sette anni dalla sua famosa morte, una morte biblica, la Russia fu conquistata non dai suoi allievi, ma da figure figlie dei Demoni di Dostoevskij. Ben presto gli stavroghinia29 ni distrussero i tolstoiani, sgozzarono i personaggi di Turgenev e tornarono a impiccare lo stesso Dostoevskij. Appena un decennio dopo la morte di Tolstoj il suo insegnamento fu dichiarato fuorilegge e definito "cospiratorio" dall'Unione Sovietica. È questa, dunque, la vera influenza della letteratura sulla politica e sulla storia. E con la stessa facilità con la quale ho trovato un esempio russo avrei potuto citarne uno tedesco. E dopo aver detto che la storia ignora completamente i sogni letterari, non mi resta che tirare un profondo respiro e dimostrare di saper contraddire le mie parole. Settant'anni dopo la rivoluzione di Lenin sembra che la Russia stia regredendo, non però verso Tolstoj, bensì, ironicamente, verso una sorta di condizione cechoviana di paralisi e malinconia. Un uomo come me, nato a Gerusalemme e cresciuto in Israele, inevitabilmente vede l'im-· pronta della Bibbia nelle vicende legate alla costruzione di Israele e in alcune delle sue attuali difficoltà. A volte mi sembra quasi che tutto ciò che c'è in Israele sia una creazione letteraria. Lo Stato degli ebrei, di Herzl, era il titolo di un romanzo stampato cinquant'anni prima che Israele diventasse una realtà vitale ed effervescente, a volte sfrenata. Te! Aviv nacque dalla copertina di un racconto utopistico dieci anni prima che vi posassero il primo mattone. Perfino il kibbutz è il frutto di un fidanzamento un , , gli ebrei non sanno perdonare , , .••UN PREGIUDIZIO SI COMBATTE CON L'INFORMAZIONE, LA CONOSCENZA E L'INCONTRO • ogni mese un incontro tra fedi e culture in dialogo

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