Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

28 FotoVincenzoCottinelli. base. Di che cosa possono parlare, assieme, ebrei e tedeschi? Un buon argomento potrebbe essere costituito dai nostri genitori e dai loro antenati; poi, si potrà parlare del futuro. La civiltà europea e quella ebraica furono strettamente unite per un periodo assai lungo. Questo legame quasi coniugale è stato distrutto in modo cruento. Tuttavia, questa relazione ha generato dei figli. Nella nostra cultura vi sono delle componenti genetiche europee, come forte è l'influsso ebraico nella cultura europea. Sebbene il passato sia infestato da spettri fin troppo noti, esiste certo un patrimonio comune che presuppone una possibile creatività futura. Non mi riferisco a una normalizzazione decisamente improponibile; mi auguro piuttosto che si intensifichi il dialogo, a costo di parlare di dolore, di orrore e di delusione. Mi pare che il modo giusto per salvarsi da una dipendenza narcotica dalla storia sia riferirsi a essa non come a un cumulo di dati, né come a una montagna di ricordi deprimenti, ma considerarla un terreno fertile di sapienza, di insegnamenti e valutazioni. Così il passato può servire per costruire un futuro. Vedo gli attentati a profughi e immigrati che si sono succeduti in questi giorni, consapevole del fatto che la Germania ha accolto negli ultimi decenni più profughi di tanti altri paesi europei occidentali; so bene che fanatici e razzisti esistono anche altrove, ma mi chiedo: dove sono le folle che sarebbero dovute scendere in strada a proteggere la Germania da se stessa? Il fuoco acceso nel luogo dedicato alla memoria ebraica a Sachsenhausen aveva probabilmente l'intenzione di cancellare il passato mostruoso della Germania. Ma non è stato il passato a bruciare nelle fiamme di Sachsenhausen - il passato, il nostro e anche il vostro, non si può consumare; ripensandoci, il passato tedesco e il futuro tedesco sono in pericolo e potrebbero estinguersi nel fuoco. All'ordine del giorno non c'è solo il dovere della Germania di difendere gli immigrati e badare ai luoghi della memoria ebraica, ma soprattutto una sfida al popolo tedesco, affinché protegga se stesso dall'aggressione razzista e affronti l'indifferenza. In che cosa ci può essere utile il passato? Come può Auschwitz far pensare noi, viventi o sopravvissuti, se non con la sua coltre di terrore, male e silenzio? Potrebbe fare questo, forse: suscitare in noi la necessaria e urgente coscienza che il male esiste ed è un fatto concreto, non solo come incidente, fenomeno burocratico o sociale, astratto e privo di fisionomia. Il male non è un dinosauro da conservare in un museo. È presente come una possibilità sempre accessibile e permanente, intorno a noi edentro di noi, contrariamente all'idea banale che la paura dei pregiudizi e l'orrore della crudeltà non siano il frutto di un complice legame fra l'insensibile istituzione politica e il semplice uomo della strada, carino e simpatico. L'uomo comune, spesso, non è né semplice, né carino, né simpatico. A dire il vero, ci sono sì società apparentemente civili e altre impregnate di sangue, ma ciò che preoccupa è la diffusa codardia della società "civile" ogni volta che dovrebbe sollevarsi per affrontare i malvagi. Per dirla in breve, l'empietà non vive nel buio, ma spesso sopravvive allo stato latente camuffandosi con astuzia da idealismo o dedizione. Ma come può l'uomo essere "umano", avere dubbi e complessità etica assieme alla voglia o alla capacità di lottare contro il male? Come può combattere il fanatismo senza diventare a sua volta fanatico? Come ci si può battere per un fine sublime senza cedere a istinti bellicosi? È capace, l'uomo, di confrontarsi con la crudeltà senza esserne infetto? Come potrà affrontare la storia senza farsi intossicare da essa? A Vienna, alcuni anni fa, vidi una manifestazione di ecologisti che protestavano contro la vivisezione. Avevano manifesti che rappresentavano Gesù circondato da criceti sofferenti; lo slogan era "Lui amava anche loro". Ammettiamolo pure; sembrava però che alcuni dei dimostranti, un giorno, avrebbero potuto sparare a degli ostaggi umani per porre fine alle sofferenze dei criceti. Simili manifestazioni di fervore idealista o di "fanatismo antifanatico" devono scuotere la tranquillità delle persone per bene, qui e ovunque. Ricordo spesso, come cantastorie e persona con una sensibilità politica, che distinguere tra il bene e il male è piuttosto facile; la vera sfida è apprezzare le diverse tonalità del grigio, disegnare la mappa della malvagità e darle un nome, distinguere tra il male, il peggio e la tragedia. Per tanti anni mi sono dedicato al pacifismo israeliano, ancora prima che nascesse il movimento Shalom 'Achshaw, "Pace ora", nel 1977. Bene, il "movimento per la pace" in Israele non è "pacifista", né è frutto delle sensibilità americane ed europee degli anni sessanta. La Cisgiordania e Gaza non sono il Vietnam o l'Afghanistan; Israele non è il Sudafrica. Il conflitto arabo-israeliano non ha quasi nessuna affinità con i processi storici imperialisti o colonialisti. Io penso che il movimento israeliano per la pace esprima i lati umanistici del sionismo e gli elementi più

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==