Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

propongo la domanda: perché risali indietro nel tempo, nella vita della Diaspora, nel passato? Appelfeld Mi piace paragonare la mia narrativa alla ricerca di una casa. Giunsi in Israele da ragazzo, senza genitori, senza una casa e senza una lingua. Scrivere, per me, rappresentava dunque una sorta di autoanalisi: chi sono, io? Che cosa sono? Che cosa ci faccio in questo clima torrido fra gente estranea? Nei miei primi racconti mi rivolgevo ai profughi immigrati in Israele nel mio stesso periodo, negli anni quaranta: almeno, parlavamo la stessa lingua. Ma la vera comunicazione era in realtà con me stesso. In seguito capii che non era sufficiente, che non era questa la 25 Romania e da altri paesi, e perfino di un arabo; mancano invece i sabra "Uri", "Noah" o "Ruth". Anch'egli rende centrali tematiche prima secondarie: non scrive di eroismo, come S. Yizhar in I giorni di Tziqlag, 5 bensì di una caserma di reclute fisicamente e mentalmente deboli. È un mondo che rispecchia la tua visione: Hithganvuth yechidim (Intrusione segreta) tratta del tuo campo profughi e di come esso si comp01ta al momento di prestare il servizio militare e di sottoporsi al tirocinio. Prendiamo poi il libro Fima di Amos Oz: anche lì compare la figura dell'ebreo sradicato, che è poi il "pronipote" sprovveduto dei protagonisti di Yosef Chaim Brenner; o Dan-Benayah Seri, che presenta una comunità sefardita estranea alle tradizioni europee a noi familiari e comple- "casa" che stavo cercando, e mi rivolsi ai miei genitori, ali 'Europa, ali' ebraismo assimilato che si nega e biasima per il fatto stesso di essere ebreo. E allora capii che c'è ancora un'altra casa o, se vogliamo, un altro piano nello stesso edificio, rappresentato dai miei nonni, che erano per certi versi ortodossi e, per altri, assimilati. Il lavoro dello scrittore mi ha consentito di aprirmi un passaggio tra i diversi piani e mi ha dato la possibilità di esplorare più dimensioni: la letteratura è un tentativo di comprendersi in profondità. L'israeliano nuovo è, insomma, la sintesi tra l'immagine tradizionale del!' ebreo, o l'ebrea, della vecchia tamente avulsa anche dalla società israeliana: un mondo dove il peccato sessuale e l'infrazione di tabù hanno la meglio su qualsiasi comune regola sociale. L'unico che ancora scrive di questa nostra terra come se ne fosse follemente innamorato è, ancora una volta, Samekh Yizhar. La maggior parte degli scrittori della tua generazione, Aharon, ha allontanato dalle sue opere la figura del sabra bello, coraggioso, ashkenazita, quella di Uri e di Ruth. Shaked Anch'io arrivai in Israele da bambino, e da solo. Fortunatamente, più tardi i miei genitori mi hanno raggiunto; ma ha poca importanza, ora: questa sengenerazione e l'effetto dei flussi migratori di etiopi e russi. Appelfeld Forze che per lunghi anni erano rimaste celate e represse, all'improvviso riaffiorano: hai citato Kenaz, Oz e Seri; aggiungerei anche Avraham B. Yehoshua, oppure Chana sazione di essere immigrato, in un paese dove tutti si sentono profughi, senza casa, è una esperienza generalizzata. Oggigiorno tutti - i bambini sopravvissuti alla Shoah, ormai adulti, i profughi arabi, le migliaia di etiopi e il mezzo milione di russi immigrati in pochissimi anni nel paese - si sentono ancora sprovvisti di una patria culturale. E ne puoi sentire la suscettibilità, l'affetto, l'odio e l'atteggiamento che riservano alle istituzioni. In realtà, dai tempi dello scrittore Chaim Brenner sappiamo tutti di essere degli sradicati; tuttavia, questo Stato è riuscito a creare per noi, in qualche misura, una casa comune. Tu hai peraltro tracciato, nel tuo libro Mikhwath ha' or (Ustione di luce), la storia dell'incontro tra le varie genie di miserabili - un incontro, direi, estremamente conflittuale - ma per qualche motivo nei tuoi scritti successivi hai abbandonato questo tema. Perché? Appelfeld Dal mio arrivo in Israele vidi questa terra come un paese di profughi e immigrati. Ti ricordi certo, Gershon, che nel 1981, quando fu pubblicato Mikhwath ha' or, mi accusasti di considerare il mondo intero come un campo profughi, di aver descritto il paese come una sorta di lager per bambini ebrei: sì, allora il mondo mi appariva così. Ma, in Israele, vidi anche la piena incontenibile dei profughi europei e orientali destinati a cambiare il volto dello stato. Io non mi occupo di cronaca; sto cercando l'eterna legge ebraica, la problematica ebraica, il carattere ebraico e il modo in cui essi si manifestano nell'esistenza diasporica e in Israele. Shaked Prendiamo a esempio Yehoshua Kenaz. Nel romanzo Voci di muto amore parla di donne anziane provenienti dalla Bath Shachar. Diversi angoli nascosti e psicologicamente repressi del paese d'un tratto si manifestano apertamente. Penso che ciò sia positivo. Ci siamo liberati anzitutto da una visione ideologica che ci impastoiava come una camicia di forza; poi, da un bagaglio fastidioso di stereotipi sociali. Infine, siamo riusciti a neutralizzare una pressione di stampo bolscevico che pesava su Israele dagli anni quaranta. Ora, la gente può essere se stessa. Stiamo scoprendo un piano ulteriore in questo edificio metaforico: un piano spirituale che adombra nuovi territori ancora da esplorare. Shaked La scoperta degli "angoli bui", come la vita nei quartieri popolari che sia la famiglia polacca di Grossman nel romanzo Il libro della grammatica interiore,6 o quella marocchina in 'Aqqud (Legato) di Meir Suissa - ha giovato molto alla nostra società. Il nuovo interesse letterario e culturale per questi gruppi deboli potrebbe innescare una nuova dialettica, facendo emergere, come nel processo psicanalitico, il represso verso il conscio. In questo modo si po.trebbe ottenere alla sintesi di una personalità nuova. C'è naturalmente il rischio che il processo fallisca, ma resta la probabilità vantaggiosa di acquisire invece una nuova integrazione, molto più complessa e interessante. Appelfeld Mi sembra che non ci troviamo ancora in questa fase. Consideriamo invece il tema della Shoah: quanti della mia generazione, che hanno vissuto l'Olocausto, ne hanno anche scritto? Pochissimi: si contano sulle dita di una mano. La maggior parte degli scrittori ha cercato di reprimere e rimuovere. Inoltre, nel paese c'è anche la categoria numerosa e importante dei religiosi, che non si è ancora pronunciata in termini letterari.

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