Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

18 nale produrrà effetti imponenti e positivi sul benessere di tutta l'umanità". È come se - si perdoni I'approsimazione della similitudine - la nostra letteratura continuasse ad attingere motivi ispiratori a un Mazzini o soprattutto a un De Sanctis. Cosa inimmaginabile, neppure alla lontana. E invece in quella israeliana funziona. Anche quando pare contraddetta da storie di rassegnazione e suicidi, da personaggi contratti dentro la pelle secca della propria piccola individualità, da orizzonti maculati di sangue. Io sono convinto che il lettore (e il lettore italiano in particolare) senta la mancanza e dunque la fascinazione profonda di una scrittura così ancorata a dei destini generali tali da muovere e commuovere. Personalmente, devo ammettere che la prima vera illuminazione, la sensazione di trovarmi di fronte a un panorama eccezionalmente complesso che andava al di là della curiosità e degli stimoli di una letteratura apparentemente periferica ha coinciso con la lettura di Inventario di Yaakov Shabtai. Inventario è un'opera difficile, impegnativa, l'opera di uno scrittore grandissimo che scrive con la spada di Damocle di una morte precoce sulla testa. Non c'è dubbio che una parte consistente della sfida che egli lancia è artigliata nella sua molto limitata aspettativa di vita, ma lo sforzo che egli fa per domare la materia raccontata, per riannodare i fili della sua storia, per arrivare al FotoVincenzoCottinelli. "dunque" passa per il dramma del suo Paese: sceglie i tagli prospettici più dolenti, sceglie i paesaggi sociali che più ferocemente rigettano sui paesaggi esistenziali la loro contraddittoria nettezza, sceglie il rumore di fondo che viene da più lontano e che più si ingorga nell'imbuto silenzioso del presente. Valga per tutte l'immagine della inesorabile trasformazione del disegno urbano di Tel Aviv che accompagna l'amaro disinganno di Goldman, il protagonista del romanzo: "Giorno per giorno e nel corso di non molti anni la città era cambiata sotto i suoi occhi con un'instancabile rapidità, aveva invaso le distese di sabbia e i campi incolti e le vigne e gli agrumeti e i piccoli appezzamenti e i villaggi arabi, poi i mutamenti avevano cominciato a coinvolgere le strade più vecchie, dove qua e là c'erano delle casette a un piano circondate da un giardinetto con alcune piante (...), e Goldman, legato a quelle case e a quelle strade così come a quelle distese di sabbia e a quei campi incolti che l'avevano visto nascere e crescere, sapeva che quel processo di distruzione era inarrestabile, forse persino necessario, così come era inarrestabile il mutamento della popolazione in città che nel giro di pochi anni si era riempita di miriadi di nuovi abitanti, per Goldman nient'altro che stranieri invasori che avevano fatto diventare straniero lui, e questa consapevolezza non attenuava l'odio che provava per questa gente nuova e il senso di impotenza e la rabbia di fronte a questa epidemia, che cambiava e disfaceva tutto". Di fronte al vortice di siffatte pagine, capaci di risucchiare la percezione - insieme catastrofica e lucidamente obiettiva - di una crisi in atto, viene spontaneo pensare a come i nostri anni settanta-ottanta siano stati poveri di segnali così terribili e potenti, malgrado ingorghi del paesaggio socio-politico non meno traumatici di quelli colti dallo scrittore israeliano. L'impressione che ebbi di fronte ad Inventario fu di questo tenore: una sensazione d'assenza colmata improvvisamente da un'opera concepita in un'altra lingua, di fronte a un altro orizzonte, e tuttavia necessaria alla percezione del nostro sfascio nazionale. Da lì in poi anche la lettura di Yehoshua, del suo Signor Mani e di quell'umile capolavoro che è Un divorzio tardivo, ha tenuto conto di questa apertura, di questo coinvolgimento. C'è una nozione di "popolo" nella narrativa israeliana che certamente si misura con tradizione ed "elezione" ma, molto più significativamente, catalizza linfe vitali dall'urgenza di coabitazioni sempre più difficili, modellandosi sulla necessità di rispondere a domande - tragiche e immense - che sono, piuttosto che nazionali, planetarie. I molti Mani che si aggirano per le pagine del romanzo di Yehoshua testimoniano una volontà di pacificazione o addirittura di pace che sa di non poter prescindere dagli "altri": un popolo, il popolo di Israele, è popolo nel momento in cui è capace di raccomandare e difendere un 'identità anche per gli altri popoli. La "pace fredda" di cui parla Avraham Yehoshua è un esito dai contorni incerti di cui è molto difficile prevedere gli sviluppi. Certa è la consapevolezza - tormentatissima, contraddittoria, comunque vitale - che molta narrativa israeliana ha maturato negli ultimi venti anni, facendo del romanzo uno strumento incredibilmente efficace per continuare a porsi domande. Insieme all'antologia "Linea d'ombra" propone un breve segmento del reportage fotografico che Vincenzo Cottinelli ha realizzato nel 1995 in occasione di un suo viaggio in Israele insieme a Clara Sereni. Gli siamo grati di averci messo adiposizione un materiale così significativo sia per lo "studio" degli autori (in particolare l'ispirata sequenza di immagini dedicata alla "scrivania" di Yaakov Shabtai) sia per la sapiente cattura di paesaggi urbani di Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==