Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

17 ISRAELE RACCONTA GLISCRITTORIDELDISAGIOEDELLAPACE a cura di Alberto Rollo* IL ROMANZO ISRAELIANO IN ITALIA Alberto Rollo Non posso mettermi nel numero degli esperti di letteratura israeliana ma il debito che come lettore sento nei confronti di autori come Yaakov Shabtai, David Grossman, Abraham Yehoshua, Yoram Kaniuk, Amos Oz, Aharon Appelfeld e Benjamin Tammuz mi autorizza a introdurre questo dossier israeliano che "Linea d'ombra" e l'Istituto della traduzione ebraica - in particolare nella persona di Nilli Cohen - hanno voluto e costruito insieme. La mia, piuttosto che un'introduzione, deve suonare come un tentativo molto parziale di interpretare la risposta italiana alla narrativa isrealiana, almeno ai testi che sino ad ora sono stati pubblicati nel nostro Paese e che hanno visto mobilitarsi molta parte dell'editoria italiana in una progressiva scoperta di autori e opere che negli anni novanta ha conosciuto un assestamento pressoché definitivo. Con "assestamento" intendo l'ormai salda presenza di autori (Yehoshua e Grossman scrivono ·anche per quotidiani italiani) e la sempre più ampia percezione del ruolo che gli scrittori ricoprono nella vita civile e politica nello Stato di Israele. A far bene i conti, gli autori israeliani che più si sono imposti in Italia e in Europa appartengono alla generazione dei cinquanta-sessantenni, una generazione che, dopo gli effetti della guerra dei sei giorni e l'inacerbirsi di nazionalismo e militarismo, si è trovata fra gli anni settanta e ottanta a ripercorrere tutta intera la giovane storia del Paese, a scavare dentro una società in precipitosa evoluzione, dentro i conflitti ideologici e le identità macerate, fra le pieghe di una comunità tenuta assieme da un progetto talora sentito come destino talora come caparbio impegno quotidiano, talora come elemento intrinseco ali 'ordinaria amministrazione dell'esistenza. Quella è la generazione che, tolti i morti, continua a dialogare con la realtà del proprio Paese, ad analizzarla, a soffrirla in prima persona. Le generazioni più giovani, come testimonia il breve saggio di Yigal Schwarz qui pubblicato, hanno ereditato il disagio dei loro padri ma rompendo in modo più drastico col passato. Quantunque molto diverse fra loro, le opere letterarie di Kaniuk ( 1930), Appelfeld (1932), Shabtai (1934), Yehoshua (1936), Kenaz ( 1937), Oz ( 1939) sembrano solidarizzare intorno a un Qucleo potente, fatto insieme di memoria comune e di sensibilità storica, dove è proprio il passato ad avere un ruolo decisivo, a fare da ponte con il presente. lo credo che l'avvicinamento del pubblico italiano a opere come Inventario o Il signor Mani e il relativo ma consistente successo che esse hanno conosciuto sia proprio relativo a questa considerazione - profonda, tormentata, incisiva - del tempo storico. Per quanto "giovanissimo" (sappiamo che la scrittura narrativa è cresciuta insieme a una lingua recentissima), il romanzo israeliano della generazione detta "dello Stato" è cresciuto velocissimamente intorno a una domanda di identità innervata dentro la nazione e le sue trasformazioni. Le delusioni, la rabbia, il disinganno maturati in un contesto politico quantomeno difficile e in una società civile in continua evoluzione (la convivenza conflittuale con gli arabi, certo, ma anche la massiccia immigrazione dall'Est, l'opposizione fra tradizione laica e conservatorismo religioso) non hanno mai oscurato questa profonda sensazione di appartenenza. Ho ragione di ritenere che in Italia molti - questa è stata comunque la mia esperienza - hanno avvertito il clima generosissimo di tensione storica che aleggia nelle storie che quegli scrittori ci hanno raccontato. Una tensione che nella letteratura del nostro Paese facciamo fatica a ritrovare se non tornando indietro a certa narrativa postbellica (Bilenchi, Vittorini, la Morante) o a raccogliendo la sfida, altissima, di una grande osservatrice come Anna Maria Ortese. Quello che emerge nei romanzi di Oz, Shabtai, Yehoshua è di fatto un insistente panorama postbellico e una altrettanto insistente visione di cose che cambiano, di città che si trasformano, di legami che si rompono e si riannodano, di memorie che fluiscono e rifluiscono secondo un moto ondoso a volte cattivo, distruttivo, a volte morbido, pacificatore. Nulla è meno stabile della realtà su cui gli scrittori israeliani aprono il sipario. E cionostante si percepisce I 'incombere di certezze, saggezze, saldezze che galleggiano sempre, boe del tempo, reperti di passato che s'accendono come barbagli di utopie tormentate dalla furia degli elementi. C'è un rumore, una voce di fondo che calamita o è calamitata da un destino (se non da un sentire) comune. C'è, insomma, quell'immaginare potente che fu di Herzl quando chiudeva il suo lo stato ebraico "E ciò che noi facciamo per il nostro progresso perso- * Quesro dossier è sraro realizzaro grazie alla collaborazione del/' lnsrimre for Tra11s/ario11of Hebrew Literat11re e di Nilli Cohe11.Tutti i diritti dei lavori originali appartengono a ciascuno degli a11toridel/' ACUM: © Benjamin Tammuz. Sapone;© AB. Yehosluw, L'ultimo ufficiale;© Yoram Kaniuk, La bella vita di Clara Shiato. Per A. Appe/fe/d, G. Shaked, Sete di radici: © Galei Zahal ID.F Radio, "Sfarim Rabotai Sfarim" Literature Magazine. Editor: Zippi Con Gros. Per Amos Oz, La via del vento © Amoz Oz, 1962. Per Yigal Schwarz. Narrativa israeliana: la nuova generazione © Yigal Schwarz, su aworizzazione del 'autore. Per Amos Oz. Pace, comprensione, amore© Amos Oz, 1992 Discorso di accetta:ione del Premio /111emazionale per la Pace dell'Associazione editori tedeschi. Per O. Castel-8/00111. Mille Sheqel per un racconto© Zmora-Bitan Publishers /993. su a111orizzazionedel/' awore: pubblicato in lnvoluntary Stories. Zmora-Bitan P11blishers Te/ Aviv /993.

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