Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

1O QUALE SCUOLA/COSENTINO SAPEREDI SAPERE LEPAROLDEEGLINSEGNANTI Vita Cosentino Ci sono tanti bravi insegnanti nella nostra scuola a tutti i livelli di scolarità: insegnanti che lavorano con impegno e creatività, che riflettono su quello che fanno, che producono allievi motivati e criticamente formati. Sarebbe il caso di chiedersi come hanno fatto, con quali esperienze formative di studio e sul campo, in quale contesto di esercizio della loro professione, e durante gli studi. Per discutere di "formazione" ricominciamo da queste parole di Clotilde Pontecorvo ("il manifesto", 28/2/96) e non dall'ultimo contratto della scuola che ha scatenato la corsa ai corsi e agli appalti dei corsi. Con il nuovo contratto succede che non solo l'anzianità dà punteggio, ma occorre dimostrare di aver frequentato cento ore di aggiornamento in sei anni per superare il "gradone" che dà diritto allo scatto di stipendio. È una vicenda che ricorda vagamente l'assicurazione automobilistica: prima era a discrezione poi è diventata obbligatoria assumendo più la fisionomia di un ulteriore balzello da pagare che quella di un vantaggio reale. Invece le parole della Pontecorvo sono quasi un invito per noi insegnanti a ripensare a comunicare le esperienze. Da lei ho imparato ... lo, per esempio, ricordo un terribile smacco iniziale. Appena laureata, insegnavo in una terza media. Facevo con fervore le mie lezioni, finché mi fermò il pianto dirotto del primo della classe che, accompagnato dalla mamma e il papà, mi confessava di non aver capito nulla delle ultime lezioni. Era l'autunno del 1969, e a commento di una manifestazione operaia, avevo spiegato la teoria del plusvalore di Marx. Il suo problema non era tanto il tema, quanto il linguaggio. Scambiavo una terza media per un gruppo dei miei coetanei dell'università e mi rivolgevo loro con l'unico linguaggio che sapessi parlare, astruso e denso di citazioni. Nel mio difficile inizio mi è venuta in aiuto una collega che aveva insegnato anche alle elementari. Da lei ho imparato a occuparmi di cose "piccole" come chiarire l'uso del diario nei primi giorni di scuola o partire da aspetti della loro vita per quanto andavamo facendo in classe. Nella mia vita professionale molto ho imparato per imitazione da chi mi circondava. Meccanismo efficace, ma non semplice, nonostante vi sia nelle scuole una grande ricchezza di competenze diverse, perché sotto lo sbandierato egualitarismo tra docenti vige una sotterranea competizione con forme di gelosia e rivalità. Recentemente sto imparando a usare il computer e la collega esperta che ho seguito come un'ombra, ogni tanto mi rimanda alla lettura dei manuali. Per la verità io non riesco a leggerli perché sono troppo noiosi, e continuo a chiedere qua e là. Diverso naturalmente è il mio rapporto con libri e romanzi, fonti inesauribili di idee e suggestioni che riadatto alle necessità che incontro nel mio lavoro. Infine devo dire che nella mia quasi trentennale esperienza da insegnante ho frequentato anche un gran numero di corsi, e qualcuno ne ho anche tenuto. Le inutili "ricette" Avanzo sulla "formazione" alcune riflessioni maturate in questi ultimi anni. Oggi con le specializzazioni e con i grandi cambiamenti in ogni campo di sapere, l'incompetenza è inevitabile, non solo per chi insegna. Ammetterla è un valore che mantiene attivo il desiderio di sapere. Nelle scuole si incontra anche un certo tipo di insegnante che, per avere freqtientato in gioventù l'università, ritiene di saper insegnare per tutta la vita e non si mette mai in discussione. L'incompetenza è diversa dall'ignoranza, è attiva mentre l'altra è statica perché, chi non avverte di essere in difetto non aspira a ciò di cui non crede di aver bisogno.' Ma una cosa è l'inevitabile incompetenza, un'altra è il senso di inadeguatezza che attanaglia chi insegna di fronte alla produzione a getto continuo di modelli pedagogici e didattici che le scuole dovrebbero applicare. Così come sono da distinguere i corsi o i momenti organizzati dalle università per comunicare i risultati delle loro ricerche (sempre troppo pochi), dal proliferare di enti che stanno in mezzo tra scuola e università e introducono ulteriori stratificazioni, come i formatori dei formatori, come i corsi su come si chiede un corso, in un crescendo che sarebbe risibile se non fosse un business: non a caso formazione è diventato sinonimo di mercato formativo. In realtà già da parecchi anni noi insegnanti, per l'assetto unidirezionale e stratificato della "formazione", dobbiamo rincorrere le teorie appena uscite, quasi la moda del momento. Corrono aÌl'inseguimento anche le case editrici che preparano ogni anno nuove voluminose edizioni (spesso lavorano per aggiunta), con corredi didattici sempre più pesanti e pedanti, che faticosamente le nuove generazioni si trascinano fino in aula. L'insegnante "all'inseguimento" ha già perso il senso della sua competenza, ha abdicato alla sua capacità di sapere, non trova più in sé pensiero per riflettere su quello che fa, per produrre elaborazioni concettuali e confrontarle, per scegliere, decidere, proporre. Non ha la sua voce e chiede "ricette", come puntualmente ci rimprovera ogni docente di corso, mentre ci propina una "formazione" in gran parte dei casi costituita da processi eterodiretti, con forte strutturazione di procedure e di aspetti addestrativi che fanno aumentare in un perfetto circolo vizioso la richiesta di "ricette". Anche i corsi più sofisticati, cioè quelli ispirati alla qualità totale che intendono valorizzare le "risorse umane" presenti nelle scuole, non sfuggono a questa logica. Sono pacchetti rigidi che non prevedono al loro interno nessuna modificazione per uno scambio reale che interviene tra chi conduce e chi frequenta: prendere o lasciare. Per esempio il "Progetto Qualità", ministeriale, riceve puntualmente da ogni gruppo di insegnanti inserito nel progetto, sostanziali critiche sul definire "clienti" studenti e studentesse, perché questo termine introduce una concezione mercantile che stravolge il senso della scuola pubblica, ma queste obiezioni non vengono recepite. È mortificante! La presa di coscienza Ossessivamente poi si usa la parola "formazione" che ha finito per sostituire la parola "aggiornamento". Le parole non so-

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