8 QUALESCUOLA/ARMELLINI Chi forma chi È fin troppo ovvio che un buon insegnante di matematica, o di storia, deve avere una buona conoscenza della matematica, o della storia. Ma non si capisce perché, subito dopo aver conseguito una laurea in queste discipline, occorrerebbe fargli incamerare un sovrappiù di formazione specialistica: o l'università è capace di far imparare i capisaldi delle discipline che insegna - e allora un normale corso di laurea è più che sufficiente - oppure non ne è capace-e allora un'aggiunta di due anni dello stesso tipo di formazione non può certo risolvere il problema. Quanto alla pedagogia, da quando il ruolo dello studioso si è scisso nettamente da quello dell'insegnante (cosa che non avveniva ai tempi di Pestalozzi, Freinet, Montessori), i suoi percorsi epistemologici sembrano calcare le orme di quei dotti del Seicento che dettavano legge sul funzionamento dell'universo e sui moti degli astri rifiutandosi recisamente di dargli uno sguardo diretto con il cannocchiale di Galileo. La separazione fra chi insegna e chi teorizza sull'insegnamento è uno dei fondamentali motivi dell'inaridimento del sapere pedagogico e dell'avvilimento del mestiere dell'insegnante. In altri paesi europei i docenti universitari che si occupano di didattica devono passare, per contratto, molta parte del loro tempo nelle classi, a contatto diretto con insegnanti e studenti; penso che questo salutare bagno di realtà li aiuti a elaborare modelli interpretativi e operativi ragionevoli, maneggevoli, sottoponibili al vaglio dell'esperienza: cosa che nel nostro paese avviene assai raramente. L'università e la didattica Del resto è noto che in Italia l'attività didattica occupa l'ultimo posto tra gli interessi e le preoccupazioni della larga maggioranza dei professori universitari. Sembra alquanto paradossale che coloro che dovrebbero insegnare a insegnare provengano proprio da una categoria che si preoccupa così poco del suo stile di insegnamento: in fondo, la più autentica pedagogia del pedagogista non è quella enunciata a parole, ma quella praticata all'università, nella sua relazione con i suoi studenti. Nei corsi d'aggiornamento si enunciano illuminate teorie secondo le quali i bambini e le bambine non sono scatole vuote e non bisogna trattarli come oggetti ma come soggetti; ma ci si guarda bene dall'applicare questa strategia pedagogica anche agli insegnanti destinatari del corso. Non c'è da stupirsi poi se nelle scuole si diffondono quegli atteggiamenti gregari e rivendicativi che si rimproverano giustamente alla corporazione degli insegnanti: se chi mi insegna a fare il mio mestiere non tiene alcun corito di ciò che so e che so fare, non mi resta che adagiarmi sulle ricette didattiche preconfezionate che giungono dall'alto (e brontolare rancorosamente quando scopro che non funzionano). Come il clown o la pornostar Ciò che motiva la spartizione della formazione dei docenti tra specialisti disciplinari e pedagogisti è l'idea del!' insegnamento come "trasmissione" di saperi codificati: da un lato le discipline da insegnare, dall'altro le tecniche per farle penetrare, a dosi crescenti, nella testa dei discenti. Specialisti e pedagogisti spiegano ali' insegnante ciò che deve sapere e saper fare, in modo che lui o lei possano spiegare ai bambini ciò che dovranno sapere e saper fare per essere accolti a pieno titolo nella società degli adulti; illustrano anche gli strumenti adatti a "misurare" la quantità di apprendimento entrato nella testa del bambino o della bambina e le strategie adatte a correre ai ripari quando la dose non è sufficiente. Ma la scuola, quando va come deve, non è questo. È il luogo (forse l'unico, a parte la famiglia, in questo momento storico) in cui si incontrano generazioni diverse, su uno sfondo per molti aspetti lacerante di crisi di valori e di modelli. Pensare che tutto si risolva in un asettico e unidirezionale passaggio di valori e di saperi è illusorio. Fattori come la crescente distanza culturale fra le generazioni, la perdita di prestigio sociale della scuola e dell'istruzione, la sfasatura tra cultura scolastica ed extrascolastica richiedono che chi insegna sia prima di tutto capace di motivare all'apprendimento. Da questo punto di vista i principali requisiti di un buon insegnante sono la passione e la curiosità per ciò che insegna e per le persone che ha di fronte, il gusto per l'avventura e per l'imprevisto insiti in ogni relaziooe umana, il senso della complessità e d'elio straordinario valore sociale del suo lavoro, la consapevolezza della vastità della propria ignoranza e la propensione a ripensare ogni giorno al significato di ciò che fa in classe con i suoi studenti. Come lo stregone, il clown e la pornostar, un buon insegnante lavora con il corpo, con la voce, con le emozioni. Come l'antropologo, esplora usi e costumi di una tribù sconosciuta, si sforza di gettare ponti fra culture diverse, cerca di costruire contesti comunicativi comuni. Questo genere di cose non si impara esponendosi passivamente all'ascolto degli ultimi sviluppi del sapere specialistico o delle più recenti rassegne di obiettivi, indicatori e descrittori elaborate da qualche supercilioso sezionatore dei comportamenti umani. Ampliare la gamma dei punti di vista Per quel che mi riguarda, il maggior contributo alla mia formazione di insegnante è venuto da un'esperienza giovanile di educatore in un'associazione volontaria, dagli scambi di esperienze con colleghe e colleghi esperti e appassionati e dal1'incontro con narrazioni come quelle di Janusz Korczak, Mario Lodi, don Milani: esseri umani diversissimi, accomunati da una forte spinta etica e da un rapporto appassionato e fantasioso con i ragazzi e le ragazze. Per ciascuno di loro l'esperienza educativa non si poneva come una trasmissione unilaterale di ,valori e saperi, ma come costruzione cooperativa di un mondo possibile in cui i modelli sociali dominanti (a volte feroci, come nel caso di Korczac) potessero essere messi in discussione e sovvertiti: le tecniche, sempre discutibili e reinventabili, venivano di conseguenza, e ognuno si costruiva ogni giorno le sue. Si obietterà che i casi citati sono eccezionali, che non si può pretendere che ogni insegnante sia un genio o un eroe, che bisogna portare i grandi numeri a un livello medio di decenza. A me sembra che la trasmissione unidirezionale di metodologie didattiche standardizzate, anziché sollevare le situazioni più mediocri, rischi di deprimerle ulteriormente: il generale deterioramento della qualità delle esperienze scolastiche dagli anni del trionfo delle tassonomie e delle programmazione fino a oggi ne è una riprova. Per quanto scarse siano le doti di un attuale o futuro insegnante, credo che l'unico modo per aiutarlo a migliorare consista nel farlo diventare protagonista della propria formazione, offrendogli la possibilità di ampliare, attraverso esperienze e incontri significativi, la gamma dei suoi punti di vista sulla straordinaria complessità del mestiere che svolge o che svolgerà.
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