92 INBREVE Sahar Khalifa Terra di fichi d'India traduzione e postfazione di Claudia Costantini, presentazione di Dacia Maraini Jouvence, Roma 1996, pp. 212, Lire 22.000 Con La porta della piazza, la scrittrice Sahar Khalifa aveva descritto il versante femminile della quotidianità di Nablus, in Cisgiordania. Ci aveva obbligati a prendere atto del- ! 'assenza maschile dovuta all'occupazione israeliana (che provoca l'emigrazione degli uomini) e all'Intifada (che li costringe alla clandestinità). Ci aveva fatto partecipare ai ritmi particolari di una vita scandita da scontri, perquisizioni, coprifuoco e reclusioni forzate, una vita in cui è avvenimento comune che i soldati israeliani irrompano nelle case, nelle camere da letto, e vengano alle mani con donne scannigliate in camicia da notte. Con Terra di fichi d'India- l'edizione originale è del 1976 e il racconto si snoda tra il 1967 e il 1973 - ci trasporta, invece, nella Cisgiordania del periodo precedente ali' Intifada, nei meandri della difficoltosa situazione di chi, palestinese, deve imparare a vivere nei territori occupati da Israele in seguito alla guerra di giugno. Il romanzo sembra soprattutto voler sottolineare le possibili deleterie ricadute dell'abbandono delle terre da parte di quei palestinesi che hanno deciso di andare a lavorare nelle imprese israeliane. Ma a questa denuncia di fondo, che alla luce dei recenti avvenimenti si è dimostrata tristemente preveggente, si affiancano altri, altrettanto importanti, temi: l'inanità della borghesia palestinese che crede di combattere l'occupazione indicendo conferenze-stampa e discutendo con i giornalisti stranieri; la dicotomia di una società lacerata tra anelito di liberazione territoriale e recrudescenza di un tradizionalismo arcaico; la matrice comune delle ideologie contraddittorie che convivono in una collettività continuamente sottoposta a malversazioni. Sahar Khalifa possiede il raro dono di una scrittura scarna ma delucidante e procede per lievi accenni dai quali, però, il quadro emerge in tutta la sua completezza. E così Terra di/1chi cl' India finisce col divenire inestimabile testimonianza della complessa realtà in cui vive un popolo le cui case sono spesso "condannate a morte" (pag. 106) dalle ruspe governative, un popolo che si vede negare la minima assistenza sanitaria e che subisce prigionie ai limiti dell'umanamente sopportabile. È una testimonianza partecipe e fedele, del vissuto - pregno di lotte, delusioni, frustrazione ma anche di gioie, amori ed entusiasmo - di una gioventù, quella palestinese, che la Storia ha obbligato a crescere troppo in fretta, "una generazione su cui solo Dio la spunta" (pag. 77). Elisabetta Bartuli Nodi a cura di Marco Bel politi Jean-Michel Kantor Marcos y Marcos, Milano 1996, pp. 489, Lire 28.000 Alla fine di un secolo di eterna crisi delle arti si comincia a intravedere che, tra le possibili vie d'uscita (il ventaglio va - o andava dal! 'insurrezione armata ali 'ascesi) una delle meno improvvisate, delle più esatte, delle più ricche d'immagini icastiche e di fonne non banali, è una forte connessione tra le arti stesse e l'antropologia. L'antropologia non è uno dei soliti giochini da letterati. È uno strumento di conoscenza che può permetterci di ripartire da zero e ripensare (come il Canetti di Massa e potere o il Lévi Strauss del Crudo e il cotto) le nostre civiltà, i loro manufatti, la loro produzione intellettuale, i loro caratteri naturali e quelli storici (e la loro interdipendenza) alla luce di categorie interpretative basilari ma ricche di enonni implicazioni. È per questo che scrittori come Paz, Perec o Ponge sono amati tanto dagli scienziati quanto dagli artisti. Su questa strada si è messa anche una rivista, "Riga", giunta al suo decimo numero, che pubblica ricchi fascicoli monografici quasi sempre su artisti (Perec, Duchamp, Gombrowicz, Calvino) che tendono a sconfinare dal territorio assegnato loro dalle accademie. Stavolta "Riga" si presenta con un fascicolo dedicato a un tema di grande fascino e grande complessità: i nodi. li tema è affrontato, lungo quasi cinquecento pagine, dal punto di vista religioso, filosofico, iconografico, matematicotopologico, antropologico, artistico, ludico. Se qualcosa manca è proprio uno studio sul nodo in letteratura. Si potrebbe dire a buon diritto che il nostro secolo letterario, segnato anch'esso dalla fisica dei quanta che ci toglie per sempre l'antica illusione della solidità e continuità delJ'universo, si svolge tutto nel segno dell"'Only connect" shakespeariano assunto a suo otto da E.M. Forster: nell'universo in frantumi l'unica strategia di conoscenza è stabilire nessi tra i frammenti dispersi nelJo spazio. Non è sulla letteratura ma sulla realtà che essi vorrebbero farci riflettere, su una realtà troppo spesso paragonata, per pigrizia intellettuale, a un labirinto: "Ebbene, se il labirinto indicava l'aspetto inestricabile di un problema, il nodo ha il vantaggio di riferirsi a qualcosa che attualmente è insolubile, ma domani no". Il nodo è "qualcosa per cui esiste, o esisterà entro breve, una 'soluzione"'. Che però non si tratti di ottimismo a buon mercato lo attesta la complessità e la complicatezza (non sempre indispensabile, a dire il vero) degli scritti ospitati nel fascicolo. È bene avvertire il lettore che questo Nodi richiede concentrazione e impegno, ma poi ripaga largamente la spesa in termini di denaro e di energia intellettuale. Con una tale ricchezza di opzioni (i contributi sono trentasette) ciascuno avrà modo di farsi la sua personale antologia. A titolo di assaggio posso snocciolare la mia: l'articolo sui nodi giapponesi, quello di Corrado Bologna sul nodo di Gordio, il vasto e curioso lessico di Marco Belpoliti e i molti saggi ai crocevia tra matematica e divertissement, come quelli di Stefano Bartezzaghi, Roberto Di Martino e Giuseppe Di Napoli. Enrico Fovanna Il pesce elettrico Domenico Scmpa Baldini & Castaldi, pp. 272, Lire 24.000 L'inizio è quello di un road book: un gruppo di tre amici-colleghi per amicizia, amore e professione, parte per recuperare Pietro, coraggioso giornalista da anni rinchiuso in un ospedale psichiatrico turco per ragioni politiche. Il viaggio, però, non è vissuto lungo la route 66, né sulla lunghissima litoranea che porta a Tarifa, dove ci si imbarca per il Marocco; sono invece gli splendidi paeseggi del Kurdistan che incantano gli occhi di Stefano, Barbara e Alfredo attraverso i finestrini impolverati di una Renault Toros. I tre condividono solo la prima parte del percorso, lasciando a Stefano il seguito e la conclusione di una storia dai risvolti non solo personali; man mano che si inoltrano nelle pieghe del! 'entroterra selvaggio o nel biancore della costa egea, gli incontri con le persone del luogo si fanno sempre più risolutivi, chiarendo via via le circostanze della scomparsa di Pietro e della sua reclusione. Ogni nuovo dettaglio, però, conferma e smentisce al tempo stesso le notizie precedenti, al punto da lasciare, fino all'epilogo, un tassello mancante. Sarà Selene a indicare la strada a Stefano, destinato come ogni sognatore a "vedere l'alba prima del resto del mondo". Da Il pesce elettrico, primo libro del giovane giornalista piemontese, si esce un po' amareggiati, ma con un leggero sorriso, forse per l'effetto di qualche raki in più. Fovanna ha avuto il merito di conciliare narrazione di qualità e ottimi dialoghi con un intento importante, quello di riportare agli occhi e alle orecchie dei meno attenti le immagini e gli echi di un'altra guerra, consumata nel silenzio. Ed è anche grazie a tale impulso che a Milano, qualche settimana fa, è stato inaugurato il Centro Culturale Curdo. Leonardo Deho
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