distruttrice, che chiama i personaggi a un unjco destino, in qualsiasi punto della terra essi si trovino. La scena si apre su una cittadina del sud-ovest degli Stati Uniti, la cui vita viene sconvolta dallo scoppio della guerra; i giovani, reclutati, partono per raggiungere l'esercito, gli immigrati giapponesi sono confinati in campi di detenzione, senza distinzione alcuna fra quelli fedeli a Hirohito e quelli schierati con gli Stati Uniti, gli indiani Hopi che vivono nella pianura adiacente, vengono cacciati dai loro accampamenti in seguito all'utilizzo della zona da parte dell'esercito per la sperimentazione di armi nucleari. A Hiroshima seguiamo invece le sorti di una povera famiglia coreana, vittima della politica colonialista del Giappone, nonché di giovani uomini e donne giapponesi, chiamati a dare la loro dedizione completa alla causa imperiale. Il destino di molti di questi personaggi si incontrerà il 6 agosto 1945, giorno in cui sopra Hiroshima arse la grande "palla di fuoco". La parte conclusiva del romanzo ha luogo molti anni più tardi: la seconda guerra mondiale è lontana e già altre guerre le sono succedute in Corea e in Vietnam. Nel reparto per malati di cancro di uno squallido ospedale degli Stati Uniti, incontriamo persone ormai defunte che sembrano rivivere, o meglio, morire di nuovo in altri personaggi, in quanto la distinzione tra morti e morti-viventi non è tracciata. Si tratta di uomini che portano nei propri corpi i segni rivelatori della loro condizione di vittime: che sia l'indiano che per tutta la vita ha estratto uranio dalle miniere o il militare statunitense mandato a prendere parte agli addestramenti nell'uso di armi atomiche. Immobilizzati a letto dalla malattia, ma liberati in una comune dimensione sospesa fra la visione e il sogno, cercano una strada che renda giustizia della loro sofferenza e che permetta loro, in nome di tutte le vittime uccise, di uccidere a loro volta gli aggressori che stanno àl di sopra di loro, in modo da ribaltare la piramide fino a raggiungere i vertici. Li vediamo così caricare un elicottero con del terreno radioattivo e dirigersi sulla Casa Bianca dove l'imperatore Hirohito sta per essere ricevuto dal presidente degli Stati Uniti. La visione però termina con i loro corpi giacenti privi di vita sui letti dello squallido ospedale, come a dirci che per uscire dal meccanismo di vittima-aggressore che imprigiona l'individuo non basta eliminare quello che riconosciamo come il nostro aggressore, in un disperato tentativo di inversione dell'ordine che non cambia effettivamente le sorti del mondo. Punto di partenza imprescindibile per Oda è la presa di coscienza da parte dell'individuo della sua doppia natura di vittima e di aggressore, che gli fa scoprire di essere inserito in un meccanismo generale, che determina le sorti del mondo, in cui ogni persona può essere al contempo vittima di qualcuno più potente e aggressore nei confronti di qualcuno più debole. Uscire da questa scala di relazioni, che forma la struttura della "macchina della guerra", per Oda è possibile solo se si comprende che, nella maggior parte dei casi, le persone comuni diventano aggressori proprio perché sono vittime, non malgrado il fatto di essere vittime. Il meccanismo può essere spezzato solo con un atto di obiezione personale che porti l'individuo a dissociarsi dai ruoli assegnatigli dai vertici, a rifiutare di prendere parte n qualsiasi modo allo sfruttamento, all'ingiustizia, alla guerra, a negare la complicità del proprio silenzio e della propria accettazione attiva o passiva. La possibilità di un mondo nuovo si apre solo con la liberaDALGIAPPONE/ODA MAKOTO 91 zione e l'affermazione della nostra condizione di uomini, che ci richiama al rispetto dell'umanità intera. Ciò significa, per esempio, per l'operaio che estrae uranio dalle miniere, il rifiuto di contribuire, con il proprio lavoro, alla produzione di strumenti di morte; significa, per le persone tutte, il rifiuto di subire le decisioni imposte dai governi senza interessarsi alle implicazioni che esse possono avere a livello nazionale o internazionale; signjfica rifiutare la logica dell'obbedienza agli ordini che scarica l'individuo della responsabilità personale. Da tutto questo deriva l'importanza attribuita da Oda all'azione, al coinvolgimento in prima persona, ali' impegno civile, preferendo però una militanza al di fuori di strutture organizzate, che controllano e limitano le iniziative individuali. Un autentico e forte movimento per la pace, per Oda, si ha solo a partire da un'aggregazione di persone coscienti di se stesse come partecipanti individuali, nel rispetto degli altri e nell 'autoconsapevolezza delle proprie azioni. Se il principio individuale dell'io (ware) è il punto di partenza, esso si allarga agli altri ware, in modo da costituire non un indistinto insieme di warera (noi), ma un 'unione consapevole e solidale di ware-ware (io-io), unione aperta e non settaria. Essa rifugge dall'esaltazione di gruppi di appartenenza e dalla cruda opposizione warera-karera (noi-loro, vale a dire noi e l'altro, noi e il nemico), che raggiunge la sua forma più distruttiva con la guerra. In virtù di questo "pacifismo creativo", come è stato definito dalla critica, Oda continua instancabile a far sentire la sua voce e quella di un Giappone che "rinuncia per sempre alla guerra" e al mantenimento di qualsiasi potenziale bellico, contro le forti spinte della destra, nonché di alcuni settori della coalizione di centro sinistra, ad abbandonare il principio di pacifismo assoluto espresso dalla costituzione giapponese, tacciato di essere d'ostacolo all'assolvimento dei propri doveri di fronte alla comunità internazionale. Ma proprio l'idea dell'Onu come bene e giustizia assoluti, arbitro dei conflitti al di sopra delle parti, che Oda mette in discussione, in quanto esso si è più volte dimostrato quello che in realtà è, vale a dire un'unione di paesi armati, dove le piccole nazioni non hanno alcuna voce in capitolo. Lungi dal sostenere una disattenzione del Giappone ai propri doveri, Oda preme anzi per un loro ottemperamento, ma nel pieno rispetto dei principi costituzionali, il che comporterebbe per il Giappone una sorta di "servizio civile" fra le nazioni, vale a dire la partecipazione solo a iniziative non militari volte alla solidarietà internazionale. In una direzione opposta alla politica estera giapponese degli ultimi anni che mira a guadagnare al Giappone l'ingresso nel consiglio di sicurezza dell'Onu come membro permanente, costante è l'appello di Oda a tenere viva l'attenzione sul tema della pace e a mantenere la peculiarità della propria costituzione, voluta dagli Stati Uniti nell'immediato dopoguerra, ma fatta propria dal popolo giapponese che tenacemente l'ha difesa contro i tentativi di modifica sollecitati anche dallo stesso paese che I 'aveva imposta. Oda, che ha fatto del pacifismo e dell'antimilitarismo i punti fondamentali della sua attività letteraria e del suo impegno civile, sembra così non rinunciare all'idea di un Giappone che si ponga come obiettore di coscienza nei confronti della guerra e che possa, con il proprio esempio, influenzare le scelte degli altri stati, in una direzione non militarista. "È un compito - dice Oda - che spetta ali' intero genere umano, ma è proprio l'unicità della nostra esperienza storica che può fornire a noi giapponesi la spinta per un contributo insostituibile."
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