Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

detto alla mamma? Forse, si sarebbe messa tranquilla", commentò Yurie con un sospiro di sollievo. "Quello lì ... è il carpentiere dell'università. Non siamo abituate a frequentare quel genere di persone. Ma perchè Kikue sta con un uomo così?". "Che c'è di male se è un carpentiere?". "Non c'è niente di male, ma non sarà certo un intellettuale". "Non è detto che gli intellettuali siano necessariamente brave persone". "Se la pensi così non c'è problema, ma non possiamo certo dirlo alla mamma. Cosa sarà successo prima, che Kikue facesse amicizia con quell'uomo o che Kyòsuke si trovasse un'altra donna? Sembra che Kyòsuke sia un uomo famoso. Dicono che anche l'Università Y lo ha richiesto come professore. Era un uomo molto intelligente". Secondo Momoe, insomma, Kikue non era una donna che potesse bastare a Kyòsuke. "lo l'ho pensato fin dall'inizio. Kyòsuke non ha mai ascoltato quello che diceva Kikue. Già da allora. E sembrava che non avesse neppure niente da dirle. Si limitava a fissarla in continuazione, con uno sguardo da animale". "Kikue sembrava una mamma orsa sdraiata con i cuccioli sopra di lei". L'immagine di mamma orsa e degli orsacchiotti era indovinata. Yurie quasi non sapeva che tipo di persona fosse Kyòsuke. Si era trasferita ali' estero subito dopo la laurea e, quando era tornata in Giappone, i soggiorni di Kyòsuke in America si erano già fatti frequenti. Quella volta che era venuto in Giappone con la famiglia, l'aveva incontrato solo di sfuggita. "Magari Kikue aveva questa relazione da tanto tempo. Ha detto che il padre del carpentiere fa il pescatore nel Maine. Lei aveva al dito un anello con una grossa turchese. Glielo ha regalato lui. Siamo andati tutti e tre insieme al mercato e abbiamo mangiato della carne alla griglia. Quando erano insieme, Kikue non faceva che parlare dei figli. Anche lui partecipava al discorso. Credo abbia dei figli già grandi. È una persona normale". "Che ne è stato della moglie?". "Mah. Visto che nessuno mi ha detto che è morta, probabilmente sarà da qualche parte". Nei discorsi di Kikue che Momoe aveva riportato c'era qualcosa che aveva tranquillizzato Yurie. Anche le persone che aveva intorno - pensò - avevano fatto le scelte giuste agendo a modo loro. Tempo dopo, Kikue fece sapere di essersi trasferita in un posto che chiamava 'Noba Sukoshia', in Canada. A Yurie, che doveva andare a Montreal per lavoro, venne voglia di andarla a trovare. Sembrava che 'Noba Sukoshia' fosse il nome giapponese del New Scotland. Arrivò a Haliphax da Montreal, un 'ora circa di aereo. Kikue era venuta a prenderla in automobile. "Quanto dista questo posto da casa tua?", le chiese. Kikue rispose senza cercare di minimizzare: "Circa duecento miglia". Duecento miglia sono più di trecento chilometri. Yurie era commossa: Kikue aveva guidato così a lungo per venire a prenderla. "Non ci vediamo da più di quindici anni. Anzi, ne saranno passati venticinque, dall'ultima volta", disse Kikue. "Lui si era offerto di guidare al mio posto, però ho pensato che fosse una buona occasione per parlare noi due da sole". "Grazie. Kiku-chan, 5 sei così forte ...". DALGIAPPONE/OBA MINAKO 87 "Se non sei forte, non puoi vivere in questo Paese". Voleva dire che in Giappone potevano vivere anche i deboli? "Momo mi ha già raccontato tante cose, ma avevo voglia di vederti comunque". Con un sorriso sereno, Kikue caricò i bagagli della sorella, che si era seduta accanto al posto di guida, e le raccomandò di allacciarsi la cintura. "Hai intenzione di ricavare un romanzo da quanto sto per dirti? Per me, puoi farlo. Bada, però: potrei raccontarti una storia inventata. Così, se in quello che scrivi ci fosse qualcosa che non mi piace, darò la colpa al mio modo di raccontare. E se mi dovessi dipingere in modo orribile, non te ne vorrò: nessuno dei miei conoscenti sa leggere il giapponese! Yu...".6 Kikue stava per pronunciare il nome della sorella, ma aveva esitato. "Ti posso chiamare Yuri? Non so da quando, ma avrei questo desiderio. Dentro di me, Yurie...". "Va bene, è meglio: chiamami Yuri". "In questi venticinque anni ho mormorato tra me e me Yuri, Yuri, ed eri tu, non la 'sorella maggiore'. Lei continuava a darmi un senso di oppressione". "Non era mia intenzione". "Sto solo parlando di ricordi ai quali sono affezionata, di quando eravamo bambine, però tu, Yurie...". "Non ero Yuri?". "No, in quel periodo eri Yurie, la sorella maggiore. E come tale facevi tutto meglio di me. Quello che io non riuscivo a fare, neppure con molto sforzo, per te era facilissimo". Probabilmente, Kikue stava parlando dei voti della scuola elementare. Tuttavia - ricordò Yurie - la sorella sapeva canticchiare motivi appena ascoltati, mentre lei non riusciva a tenerli a mente con precisione neppure dopo averli ripetuti dieci volte. Inoltre, invece di ammirarla, aveva disprezzato la sorella minore, che riusciva subito a parlare senza esitazioni, proprio come un nativo, sia i dialetti che le lingue straniere. Per di più, la gente non finiva mai di dire quanto fosse bella Kikue. Anche la diretta interessata sembrava esserne convinta. Una volta Yurie, che era stata lasciata da un ragazzo, se ne stava in casa senza fare niente, in preda a una misteriosa malattia. Kikue aveva commentato con sarcasmo: "Le persone di talento sono fragili, hanno la salute delicata". Naturalmente, la madre aveva proibito alle sorelle di parlare di fatti collegati a quell'episodio: era convinta che non ci fosse niente di più terribile delle sofferenze d'amore. In quella occasione, Yurieaveva risposto a Kikue con il proverbio: "Chi è bello ha vita breve". E come se guardasse in alto, verso una montagna, aveva fissato la sorella, che a sua volta era rimasta incantata da quelle parole. Aveva pensato, però, con una certa tristezza, che "Belli, vita breve" sarebbe suonato più lapidario. Kikue aveva poi continuato: "Si dice anche "A dieci anni bambino prodigio, a quindici ragazzo geniale ..."".7 Yurie aveva passato i vent'anni: nella sua fantasia, si era vista come un 'idiota. A quei tempi, Kikue e Yurie non riuscivano a ignorarsi. E anche il loro fingere indifferenza non era che l'atteggiamento di chi si inchina alla montagna, che sta sempre lì e che non si può spostare. Si inchinavano di fronte alle doti misteriose e inquietanti che possedeva l'avversaria. Quando litigavano insultandosi, si costringevano a vicenda a sottolineare ancora di più ciascuna i pregi dell'altra. Perfino il fatto che la rivale non riuscisse in cose che, personalmente, si facevano con grande facilità, veniva ritenuto una specie di dono di natura. Quando una delle due veniva presa dall'ira, finiva per sentirsi sconfitta dalla sorella che se ne stava lì, tranquilla.

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