quotidiani dell'epoca, poesia - non è stato la cosa primaria. Il mio era un bisogno forte e assoluto di entrare fisicamente in una storia che già, comunque, era mia. Non dimentichi che questa vicenda si è impadronita di me che ero solo una bambina: questo libro non è che un atto di fedeltà. Ho eseguito un ordine più forte di me, che avvertivo dentro, pur senza capirne l'origine. Ho obbedito, perché l'ho sentito autentico, non perché l'ho compreso. Sto pensando quanto sia difficile far parlare di scrittura un'autrice che mi butta addosso il peso misterioso e vagamente esoterico di una "missione destinata", quando, all'improvviso e non su mia sollecitazione, Magagnoli dichiara: "Si è tanto parlato di scrittura femminile. Io non mi sono posta minimamente questo problema, però credo che tutte le battaglie che ci sono state mi abbiano dato più libertà di andare dove comunque dovevo andare. Forse sembrerà un paradosso, ma Severino, che è il mio biografo, per me viene ben prima del femminismo". Quali sono le letture che fanno da retroterra a Un caffè molto dolce? Ho letto e riletto Borges, che per me non è cerebrale, bensì emozionale. Il fatto di essere entrata nell'ambito degli scrittori pubblicati, mi ha portata a leggere i contemporanei italiani. Il mio preferito? Sergio Atzeni con Passavamo sulla terra leggeri. E poi tanta poesia, Cortazar, Garcfa Marquez. Nel suo romanzo, accanto ai protagonisti veri e propri, c'è un personaggio inconsueto: il vento. Il vento che spazza le strade di Buenos Aires, ma anche quello che accompagna Severino Di Giovanni ovunque egli vada, persino nella cella di prigione da cui uscirà solo per andare a morire. Il vento ... Buenos Aires è una città ventosa. E anche Genova, la mia città, è un luogo ventoso. Il vento ha una voce, picchia contro le finestre di notte, ha molte storie da raccontare. E questo suo Severino, uomo d'aria e di sangue? In Severino non cercavo l'eroe, mi faceva anche paura. Il fatto è che non l'ho mai visto interamente come un morto. La mia sensazione è sempre stata di un cerchio tracciato per terra: al suo interno ho trovato Severino, i suoi e anche me stessa. Eravamo tutti dentro quel cerchio, anche se, in apparenza, io sono estranea, italiana, più giovane. Sono stata accettata, messa in mezzo. Come se Severino si fosse servito di lei? Ho sempre avuta chiara l'idea dell'ordine, dell'imperativo, ma non mi sono mai sentita convocata da Severino, né usata. Eppure neanche oggi, a libro concluso, Severino è congedato. Quali sono i suoi nuovi progetti di scrittura? Prima di Un caffè molto dolce avevo scritto un romanzo che non considero finito e che, infatti, non ha mai visto la luce. Voglio tornarci sopra. Si tratta anche in questo caso di un romanzo storico e la sua impostazione originaria è molto negativa. Il fatto è che io, oggi, non lo sono più così tanto. Anche con Severino ho attraversato una montagna di violenza e ho cercato di stemperarla. Il mondo lo trovo già abbastanza malmesso, per avere il desiderio di impoverirlo ancora di più con la mia scrittura. È questo il motivo che mi ha spinta a eliminare da Un caffè molto dolce anche quelle dieci righe sulla tortura che nelle stesure precedenti ci avevo messo. Non credo nella denuncia: dire troppo amplifica, estende. Desidero dunque svecchiare il mio primo romanzo. NARRATIVAITALIANA/MAGAGNOLI 81 Non posso partire per una nuova avventura, se non ce n'è una vera necessità. Da dove le viene il suo interesse per la storia? Ho avuto una formazione da economista. Quello per la storia, che pure è una disciplina che non prendo sul serio al cento per cento, è un amore privato. Non ci posso fare niente: per gli scrittori capaci di raccontare di "lui e lei" o per i Crichton, non posso che provare invidia. Non sarò mai capace di fare altrettanto. Bisogna scrivere quello che ci è congeniale, da soli, nelle tenebre, senza scuole. Io vorrei scrivere solo di cose di cui sento la necessità per me stessa. E come giornalista? Non è un caso che abbia scelto un giornalismo molto specializzato. Mi sento più libera, devo fare meno compromessi, non devo fare forzature. Io non credo nell'attualità e questo per una giornalista è un bel problema. È d'obbligo finire con una domanda sul "tango", altro protagonista del suo romanzo argentino, pe1fetto accompagnamento musicale di una storia d'amore e di morte, di speranze perdute e illusioni feroci. Al fondo del tango c'è una grande autocommiserazione. Si tratta di una musica vecchia, che canta persone che non hanno avuto quello che pensavano di meritare. E il canto della lamentela. Ha, al fondo, dei sentimenti che conosco, ma dei quali vorrei liberarmi. Non è un caso che il tango nasca tra gli immigranti, perché la questione dell'emigrazione è un coagulo di sofferenza. Anch'io, nel mio pellegrinaggio argentino, ho patito le distanze immense che fanno saltare i nostri metri di misura. Non posso chiamarla sofferenza, ma certo è stato un gran combattere. Se nel mio libro ho ridotto al minimo brutalità e ferocia è perché la mia è stata un 'esperienza bella, d'amore, amicizia e scoperta. È IN LIBRERIA !te~t!~!a~ 48 Rivista trimestrale europea edizione italiana Crisi dell'idea di progresso Bobbio. Bodei. Conguilhem. Quinzio. Voltaggio Per una sociologia del Postcomunismo Yictor Zaslavsky Scrittori allo specchio Umberto Eco L'arte del reportage Ryszard Kapuscinski Il mito di Gerusalemme Baccianini. friedland. Margalit Abbonamento 1996: annuo: L. 70.000 (prirotd: L. 90.000 (enti) suskniton..: L. 1:-:0.000; cstl:ru L. 100.000: cumulati\u una \,.'di11onc\..'Sh:ra L. \.ì0.000 Vcrsamcnt1 sul c.c.p.1111.12~~11m., tcstatu a EDIZJO:-;J SCll::-;TJl'ICIIE 11..\LJA:-;E spa Via(_'hiatamunc. 7 - l-iO121 '.\apuli. u i..:unassegno allo sh.:ssu indniLLu
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