Maria Luisa Magagl\oli UNA DOLCEFEDELTA Incontro con Maria Nadotti A Maria Luisa Magagnali, autrice dell'interessante romanzo opera prima Un caffè molto dolce (Bollati Boringhieri, 1996), le interviste devono piacere poco. Durante il nostro incontro, avvenuto a metà settembre in una saletta della Mondadori di Milano (è lì che Magagnali si guadagna da vivere come redattrice della rivista "Antiquariato"), le mie domande sembrano scivolarle addosso per andare ad afflosciarsi inerti in qualche angolo, malinconiche palline da ping pong evidentemente servite o tagliate con troppo vigore. E sì che in luglio, al nostro primo contatto telefonico, l'autrice aveva accolto con risoluta disponibilità la mia richiesta di sottoporla a quello che oggi ha l'aria di un piccolo supplizio. Basta che non sia d'agosto, era stata la sua unica condizione, perché in quel mese Milano diventava per lei off limits per via di una bizzain allergia a un polline che s'abbatte sulla città con implacabile, stagionale regolarità. Ci eravamo lasciate così, con un appuntamento telefonico per il 3 settembre. A pericolo (suo), anche per quest'anno, scampato e con un'assoluta curiosità mia verso quella scrittrice che con un colpo di (forse) involontario ingegno narratologico si poneva da subito come personaggio letterario virato al surreale. Al nostro incontro io mi presento col mio computer da grembo, con gli anni rivelatosi strumento ben più prezioso e agile di qualsiasi registratore (riservato ormai alla cattura di poche vocifeticcio). Mi scuso con l'autrice perché, prendendo i miei appunti, non potrò sempre guardarla e farmi guardare e ci saranno momenti in cui le sembrerà di "sentirsi" parlare da sola. Dice che la cosa non le dispiace, che non dovendosi concentrare sulla nostra relazione o scambio, potrà lasciarsi assorbire meglio dai suoi pensieri, ragionare più attentamente sulle proprie parole. Le chiedo dunque di partire dalla gestazione, che so lenta e avventurosa, di quel suo primo romanzo tenuto a lungo nel cassetto. Romanzo che, oggi, fa di lei un "'esordiente" per fortuna non dodicenne, non enfant prodige, non vendibile sui teatrini della fenomenologia televisiva o dei trend paraletterari. "È vero", comincia Magagnali, "Un caffè molto dolce è passato attraverso varie stesure e, dopo quella definitiva, è rimasto chiuso per quattro anni in un cassetto. Il mio primo viaggio in Argentina risale al 1985 e a quell'anno risale anche il mio primo impulso a imparare lo spagnolo e a entrare in sintonia con gli anni venti e l'anarchia". Prima ancora che un'avventura letteraria, questo romanzo è dunque un'avventura della conoscenza, un'esperienza di vita, un saldo con se stessi? La storia di Severino Di Giovanni, anarchico abruzzese emigrato in Argentina e fucilato nel 1931 ali' età di ventinove NARRATIVAITALIANA/MAGAGNOLI 79 annni, è entrata nella mia vita molto presto - ero poco più che una ragazzina-, attraverso un pugno di fotografie che mi colpirono molto. Ho sempre pensato che da grande me ne sarei occupata. Di questo sono contenta, della mia fedeltà a una storia d'infanzia. Ma chi è esattamente Severino Di Giovanni e perché tutta questa fascinazione, per di più accesa da poche immagini, nei confronti di un personaggio infondo oscuro e controverso? È vero, si tratta di un personaggio che in Italia pochi conoscono. In Argentina, invece, Severino è celebre, perché incarna la sovversione che viene da lontano, è la personificazione dell'idea che la rivoluzione sia un fenomeno d'importazione. Ma il suo personale, aurorale, cedere davanti alla seduzione della via violenta alla soluzione dei conflitti sociali, politici, economici? Infondo, Un caffè molto dolce viene pensato e scritto in anni segnati, anche in Italia, dal terrorismo e da un uso della violenza ben più diffuso di quanto predicato dalla dottrina anarchica. Non posso parlare di fascino della violenza. Semmai, studiando profondamente la storia di Severino di Giovanni, ho visto nella violenza un grande sonno. Violenza come ipnosi, come essere chiusi in una cella mentale. Spesso, addentrandomi in questa storia, ho avuto la sensazione di aggirarmi in una situazione di prigionia e che la scelta di vivere la violenza non sia che un tentativo disperato di rompere la costrizione della scelta. Severino può essere considerato un uomo libero, che spezza tutti i legami che lo trattengono. lo, però, lo vedo in modo diametralmente opposto. Il suo agire politico è un grande sonno, un'assoluta mancanza di libertà. In lui ho visto una specie di automa interiore. E cosa ha significato coabitare per anni con i segreti di quest'uomo, portarseli dietro e dentro, andarne a ricostruire i percorsi nei luoghi di Severino, nella sua lingua d'adozione, tra la sua gente, spiandone mosse e moventi, diventando lui? Ho avuto molta fortuna, perché sono stata accettata dalle persone che gli furono legate. La sua è una storia romanzesca, che ha interessato molti prima di me. Io però sono stata accettata e poi ho avuto fortuna nella quotidianità della vita.Dall'avventura di questo libro ho ricavato molte vere amicizie. E come è avvenuto il superamento dei tanti spartiacque che la separavano da Severino, la barriera geografica, temporale, linguistica, sessuale? Sono diventata una persona un po' diversa. Non è stata un 'avventura intellettuale, anche se ho dovuto studiare una montagna di cose. Se fossi stata mossa da un bisogno puramente intellettuale non avrei avuto tutta la fortuna che ho avuto. Le faccio un solo esempio: la donna di Severino, che è una persona di cultura e non certo un'anziana signora tremolante, prima di me non aveva mai accettato di ricevere nessuno. Adesso siamo arniche anche nelle cose quotidiane. Perché lei, con un gesto che somiglia a tutti i gesti della sua vita, mi ha aperto le porte di casa. Non voglio di1mi brava, non mi piace riconoscermi meriti, ma mi piace la gratitudine. Tutti i personaggi che compaiono nella mia storia sono persone in carne e ossa e tutti hanno amato il libro: per me, come per loro, è stata una botta di felicità, d'amore. Paure? Sì, certo. Ali 'inizio, di non essere accettata. Mi dava fastidio
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