Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

6 EDITORIALE/MORBELLOR, ASTELLO chiaro però che gli eventi in ex-Jugoslavia non possono certo essere presi a paradigma per la realtà del nostro paese, neanche per quanto riguarda il mondo del tifo organizzato. Dalla politica alla curva, dalla curva alla politica: è il percorso che tra gli anni settanta e gli anni novanta hanno compiuto slogan, simboli, striscioni, mode, bandiere, parole d'ordine del tifo organizzato in Italia. I gruppi politici "antagonisti" degli anni settanta hanno condizionato pesantemente il sorgere di organizzazioni di ultras nelle curve degli stadi d'Italia. Bandiere con il "Che", lotta dura senza paura, eskimo nelle curve di "sinistra"; "fedeltà", ascia bipenne, falangi, "boia chi molla" nel tifo di "destra". Scavalcati gli anni Ottanta, oggi il percorso sembra inverso. Sono ben 26 i consiglieri di circoscrizione eletti nei quartieri delle città del Lazio tra le fila dei partiti di destra e reclutati direttamente tra gli appartenenti ai gruppi ultras, per non dire di Alberto Lomastro di Verona arrestato insieme a un suo compagno per istigazione alla violenza razziale dopo aver esposto in curva un manichino nero con un cappio al collo accompagnato dalla scritta negro go away, e il cui nome, giusto nei giorni del nobile gesto, compariva su una scheda elettorale per la camera dei deputati, a fianco del simbolo dell'Msi-Fiamma tricolore. In un qualunque raduno prealpino della Lega Nord sciarpe, bandiere, adesivi, striscioni, slogan, oggi anche divisa e colore sociale: il verde, naturalmente. E poi la presenza di un'ostentata virilità di modi e parole "lumbard" che è tutt'uno con la gestualità volgare e coreografica di tutte le curve d'Italia: braccia aperte tese in alto "a imbuto" che scendono a congiungersi sull'organo genitale maschile. Per non dire di un linguaggio sempre più aggressivo, fazioso, pronto all'insulto ("parlare in un comizio non è come discutere in un salotto ..." è il motto di Bossi). Lo stadio pare essere rimasto uno dei pochi luoghi genuini di socialità, in cui andare a leggere gli umori e le tensioni del "popolo". Non si spiegherebbe altrimenti l'attenzione maniacale con cui ogni lunedì i quotidiani riportano i cori e gli striscioni, gli insulti e gli scherni delle curve rivali, per trame preoccupate e un po' superficiali analisi su violenza, razzismo, intolleranza. La curva, il popolo ultras in particolare, sono una realtà frammentata ed eterogenea. Si ritrovano nei gruppi del tifo organizzato studenti, operai, impiegati, disoccupati accomunati dallo stesso bisogno di identità, di appartenenza, di gruppo, con la stessa voglia di protagonismo, la necessità, almeno per una volta alla settimana, di aver ben chiari in mente amici e nemici, obiettivi, strategie, senso del giusto e dell'ingiusto. Difficile quindi tracciare l'identikit dell'ultras, come d'altra parte è difficile qualsiasi analisi generazionale che parta da una sola attività della vita dei ragazzi: non esiste !"'ultras", "il ragazzo della discoteca", "il giovane che usa l'ecstasy", "lo sportivo", se non in qualche tabella analitica. Esistono invece ragazzi che fanno tutte o alcune di queste attività e che, in questo passare dall'una all'altra, giocano il loro bisogno di relazione, identità, trasgressione. Dice Nicola Nucci della redazione del quindicinale "Supertifo", la "bibbia" degli ultras: "È dopo la morte di Vincenzo Spagnuolo (il tifoso genoano ucciso da una coltellata prima della partita Genoa-Milan del campionato scorso) che si è verificata una vera e propria rivoluzione all'interno del movimento ultras. Ciò è dovuto sia a un'azione più incisiva delle forze dell'ordine sia a un vero e proprio ricambio generazionela e del tifo organizzato. Il decreto Maroni seguente ali' assassinio del giovane genoano ha imposto nuove misure restrittive, tra le quali la diffida a presenziare a incontri calcistici, con la conseguente decimazione di alcune tra le tifoserie più agitate. Dopo quel tragico episodio, per la prima volta in forma spontanea, i rappresentanti dei gruppi ultras si sono ritrovati per discutere. E così invece di cariche, lanci di sassi, spranghe e coltelli si è provato a usare la ragione, il linguaggio, il rispetto. Un incontro storico nel mondo delle curve, più per l'importanza del gesto che per i contenuti stessi dei discorsi". Di fatto però dall'episodio di Genova si è accelerato il fenomeno di scioglimento di alcuni gruppi ultras tradizionali come le brigate gialloblù a Verona, la Fossa dei Grifoni del Genoa, gli irriducibili della Lazio. Spesso si tratta di iniziative puramente formali, in quanto le persone e la struttura costitutiva dei gruppi rimangono in piedi, pur venendo a mancare una connotazione più specifica, la sede, la presenza assidua di simboli e nome del gruppo. È stata una scelta dovuta, da un lato, alla necessità degli ultras di essere meno connotati, più nascosti (a Verona le Brigate hanno rischiato l'incriminazione per associazione a delinquere), dall'altro, alla nascita di coreografie e forme di tifo che, seppur decise e guidate da "capi", coinvolgessero l'intera curva, senza distinzione tra gruppi e semplici appassionati. "Si è anche verificato il fenomeno della nascita di gruppi piccoli - continua Nucci - per lo più formati da giovanissimi smaniosi di emergere, di farsi vedere e insofferenti rispetto ai capi storici della curva. Non conoscono la storia e i "valori" ultras, quelli dell'amicizia, della solidarietà reciproca, dell'appartenenza al gruppo, non hanno fatto l'apprendistato in curva, non riconoscono alcuna autorità. Non conoscono quel codice non scritto che tende a ricondurre lo scontro tra tifosi a una dimensione simbolica e mimetica, riducendo così rischi e danni. Sono questi i gruppi più pericolosi, meno controllati e controllabili. Non hanno "capi" riconosciuti che in qualche modo possano mediare, rappresentare, trattare, contenere". D'altra parte alcuni gruppi storici hanno ormai perso di credibilità in curva. Non è raro che alcuni leader abbiano fatto del tifo un vero e proprio business. La vendita di sciarpe, adesivi e magliette finalizzata all'autofinanziamento oggi è un po' più "privatizzata". Alcuni hanno aperto negozi di questi articoli, per non parlare di quanti ricoprono ruoli riconosciuti e pagati dalle società calcistiche (rari ma significativi casi) o della gestione di pacchetti di biglietti fomiti dalle stesse società. L'ex presidente dell 'Ac Roma, Giuseppe Ciarrapico, aveva scelto proprio tra i ragazzi della curva le sue guardie del corpo, e si serviva dei capi ultras perché fomentassero contestazioni contro questo o quel giocatore della propria squadra, magari per motivarne un'eventuale cessione o per ridimensionarne le pretese economiche. I rapporti con i presidenti sono uno dei punti critici della questione. Dialogo, uso strumentale del tifo, biglietti in cambio di tranquillità sugli spalti sono gli aspetti di un problema il cui dato più evidente è quello dell'omertà. Nella maggior parte dei casi non interessa né ai presidenti né ai capi ultras entrare tra le pieghe di rapporti, compromessi e contatti non sempre limpidi e dichiarabili. Solo ogni tanto, come segno di malessere, compiono contestazioni, scioperi del tifo, striscioni bruciati, atti intimidatori, proteste contro patti non rispettati. La curva è vissuta come "spazio liberato", dove alcuni comportamenti e linguaggi, altrove non leciti, lo sono. Anzi è proprio la trasgressione il segno di questa libertà. In questo aspetto, si possono notare alcune analogie con il fenomeno dei centri sociali autogestiti. È il proprio territorio che va difeso contro tutto e tutti. L"'altro" è nemico, tanto più se è in divisa e con il ruolo istituzionale di "guastafeste". La curva, in questo, è immagine fedele del quotidiano. Se nelle periferie urbane, nei quartieri in mano a forze mafiose, nel sud del paese, l'unico rapporto dei ragazzi con lo stato è dato dalla presenza di uomini in divisa,

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