Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

ADA Anna Maria Carpi Era dopo Natale ed era venuta la neve - così incominciava la storia - il bambino era partito per la settimana bianca e i giocattoli erano rimasti soli nell'appartamento. I giocattoli non erano capaci di accendere la tv né di mettere una cassetta e si sentivano proprio abbandonati; solo la palla era contenta perché così poteva stare un po' ferma e riposare. La palla era un po' stupida. Le taitarughe invece si agitavano, volevano intraprendere qualcosa, e l'orso Nembo-Ber pure. Sapete cosa? era saltato su il burattino Momo che aveva un gran testone e il vestito a quadretti con le maniche lunghe ma sotto niente, né pancia né sesso né gambe. Momo era uno che voleva sempre qualcosa: perché non andiamo via? aveva proposto. Bambi si era spaventato: e dove? Io ho un'idea, aveva detto una delle tartarughe, ci trasferiamo in un 'altra casa, dove c'è qualche bambino! Oh sì oh sì, avevano fatto coro gli altri giocattoli, e si erano messi in fila per andare, con Momo in testa. Ma se la porta di casa era chiusa? obbietta il maestro: i vostri genitori non la chiudono quando andate via? Uffa, Aurelio. I giocattoli passavano dalla finestra, suggerisce Max. E se abitavano al decimo piano?! obbietta Alvise. Ada ci sta riflettendo, Greta, la sua amica, tace, ingrugnata, Michela guarda gli altri, e aspetta che qualcuno trovi la soluzione. Be', taglia corto Aurelio, diciamo che in quel momento la porta era aperta perché era arrivata la colf. Sì, sì, fanno i bambini a più voci. Allora i giocattoli chiamavano l'ascensore. Però nell'ascensore non ci stavano mica tutti. Alcuni giocattoli dovevano scendere per le scale. E se qualche vicino li vedeva e li bloccava? dice Aurelio. Ma loro non facevano rumore, Bambi e Nembo-Ber erano di stoffa, le tartarughe avevano messo le pantofole e Momo stava attento a non sbattere la testa - e i bambini entusiasti si mettono a rifare quei passi felpati giù per le scale, fru fru, quic quic, pif pif... Ognuno fa un giocattolo. E per arrivare in un 'altra casa come facevano? Io prendevo il fuoristrada, strilla Alvise. E tu, Michela? Michela non sa. Allora? Michela alza le spalle. Michela prende il tram, suggerisce Max. Taci tu, cosa t'immischi, fa Michela con una gomitata. E tu Ada? E Greta? Loro vanno in aereo, in bisnisclas, salta su Carlino. Oggi pomeriggio si tratta d'illustrare la storia, e sono tutti seduti ai tavolini, in silenzio, i gomiti sparati dai lati e i nasi sul foglio. Piove, fuori è tutto grigiopiombo, ogni poco qualcuno strappa il suo foglio per ricominciare con un altro, o c'è un pennarello che rotola per terra, e il proprietario arranca giù dalla sedia con un sonoro uffa e guarda sotto il tavolo. Anche il maestro ha preso blocco e pennarello. E tu, Aurelio, cosa disegni? Io ... faccio la casa vuota. La casa vuota? obbietta Alvise, ma il vuoto ... non si vede mica. A te, Aurelio, chiede Max, ti piace Verona? Sì, dice il maestro, se non ci fosse sempre questo grigio, e lo smog. Sono le quattro e sembra già notte. A casa tua c'era sempre il sole? chiede Alvise. Dov'è casa tua? chiede Marlene che lavora con fuori la punta della lingua e facendo stridere il pennarello. A Ricadi, vicino a Tropea. Sai dov'è? E perché sei venuto qua? Anche Ada lavora con impegno: le cosciotte nude, lisce, di gomma, divaricate e schiacciate sulla sedia, sotto il volante della sottanella di lana beige. Più sotto cominciano i calzettoni, sempre immacolati. Curioso, osserva Aurelio, non porta collant. Ai piedi, poggiati e ben fermi sul linoleum, ha delle pantofole rosse guarnite di una testa di Topolino. Ieri, osserva Aurelio, aveva i pantaloni, pantaloni grigi, di panno, con la pettorina, tipo tirolese. Non è il suo forte il disegno, e nemmeno la musica. Ha più fantasia quando deve parlare e raccontare. Tu dove abiti, Aurelio? chiede Max, in un rovinio di pennarelli. Un po' fuori, verso S.Bonifacio. Anche a me piacerebbe abitare in centro storico, s'intromette Carlino, vicino a scuola. Il centro è caro, dice Aurelio. Però i monumenti ti piacciono? chiede Marlene. La mia mamma è di Italia Nostra. Stamattina a scuola c'è ricevimento, ma i genitori vanno tutti dritti ai "maestri della mattina"; i maestri del pomeriggio, come Aurelio, sono una specie di tate che non contano. Nella saletta ci sono tre o quattro mamme di varie età; dalla Biason, che insegna alla seconda, c'è una magra in jeans e tacchi bassi, niente lusso, però un che di fine e di extra che non si sbaglia. Ascolta la Biason con le mani aggrappate alla tracolla della borsa, di corpo è una ragazzina, ma in faccia, con quel ché di terreo, da fumatrice o da insonne - osserva Aurelio - si vede che è sui quaranta, ha i nervi a pezzi e non le piace scherzare. Dice la Biason: la bambina è molto avanti, anche nel carattere, ha una sicurezza di sé come avesse non otto anni ma diciotto. La madre se lo annota mentalmente, senza particolare emozione, e gli occhi le cadono su Aurelio, che sta cercando qualcosa in uno schedario. Ma non c'è naturalmente niente da vedere: pullover e jeans, trent'anni o giù di lì, niente segni particolari, uno come tanti. Col background familiare che ha Ada ... sta sviolinando la Biason. Ahah, e questa sarebbe dunque sua madre, registra Aurelio. Una come Ada, prosegue la Biason, potrebbe fare a meno di venire a scuola, però è ovvio che il contatto con gli altri bambini ... per un figlio unico ... La "ragazzina" annuisce, si sa che il figlio unico è un figlio a rischio, che averne due sarebbe stato meglio, e intanto sbircia l'orologio. Poi passano a Greta, evidentemente per incarico della mamma di Greta che non è potuta venire, e anche su Greta la Biason non lesina: fisico un tantino acerbo, ma quoziente d'intelligenza sopra la norma, eccetera. Quell'odiosa Greta che bada brutalmente solo a se stessa - considera Aurei io; dimostra cinque o sei anni e pare un maschio. Un maschio piccolo, un po' indietro, com'è stato anche lui per un pezzo; lui però era un espansivo, con parenti e vicini, e poi aveva quella sua passione per gli odori, i profumi. Un dopopranzo che tutti erano al mare era entrato in una casa di vacanze che aveva trovato aperta e aveva rubato un flacone. La donna è uscita ma il sorriso sulla faccia della Biason non si è ancora spento, il sorriso vergognoso e lusingato di una femmina appassita che abbia appena ricevuto una profferta o un complimento erotico. Questa era la mamma di Ada, Ada Bignami, gli spiega, ancora emozionata, mettendo via delle carte: il padre fa l'economista, scrive sui giornali, è sempre all'estero ... Così tutto il peso della bambina ricade sulle spalle della madre, che pure insegna, all'università.

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