Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

È molto difficile parlare della sua arte scenica. Restano come spine nella memoria molte immagini, l'improvviso svelarsi dell'architettura fantastica d'un misero dormitorio in Storia naturale infinita, il cerchio dei coatti venuti di lontano in Dritto ali' inferno, o il telo che recitava da solo, nel finale estatico de L'altro sguardo. Ma queste "spine" più che collezionare ricordi pregevoli, ricordano le difficoltà a ricordare. Uno tende sempre a personalizzare quando parla di Antonio Neiwiller, anche perché le sue opere erano meticolose e fuggitive e ti lasciavano l'impressione di doversene andare per condurti a qualcosa d'altro. L'illusione di consistenza più vicina era dunque la mente e la persona del loro autore. Rimaneva anche il sapore della sgradevolezza, il saper rivelare le figure sgradevoli non per creare ripugnanza, ma svelandone la bellezza, come un pittore che invece di dipingerli ti insegnasse a guardare certi suoi modelli. L'ultima volta che vidi un suo spettacolo, a Bergamo, alla maggioranza della gente non piacque, non disse loro quasi nulla. Ma ricordo uno spettatore - un regista e coreografo belga - che allo stesso festival doveva presentare il proprio spettacolo l'indomani. Non riusciva a controllare la scossa che aveva ricevuto dall'opera di Neiwiller. Lo aspettò a lungo per parlargli a tu per tu. Neiwiller aveva pescato un'altra affinità elettiva. Lo spettacolo era L'altro sguardo. Ho l'impressione che di Neiwiller creatore non resterebbe nulla o quasi nulla se ci si dovesse basare sulle testimonianze degli spettatori professionali, sulla raccolta delle recensioni. Sono gli spettatori accesi, non le maggioranze di pubblico e gli specialisti, che liberano la storia del teatro dalla sua cronaca. Il francescano che celebrava la messa funebre, a San Lorenzo Maggiore, era molto simpatico e perbene. Non tentò di prevaricare, non predicò, ma accettò che si leggesse per predica quel testo miscredente e assetato d'aldilà che è Per un teatro clandestino. Probabilmente era un frate davvero credente. Aveva aspettato un'ora e mezza senza dar segno d'impazienza. Malgrado ciò, il rito delle botte e risposte liturgiche non poteva eliminarlo. E ben poche fra le persone presenti credevano alle parole che avrebbero dovuto ritualmente pronunciare. Ancora una volta, e senza colpa d'alcuno, anzi in un'atmosfera chiesastica particolarmente pulita, si instaurava però il rituale dell'ipocrisia. Ma sorprendentemente, benché fosse facile rispondere, pochissimi rispondevano. Per pudore. Eravamo tutti - o quasi - gente di teatro. Gente che traffica con la finzione, per i quali la menzogna pubblica o peggio la mezza verità è particolarmente imbarazzante. Mi parve che quella riluttanza, quel pudore a rispondere parole non credute fosse un modo di resistere alla banalizzazione. Perché il teatro vive solo di trascendenza. Ed è imbarazzante sentirsela nominare in frasi fatte. " ... Questo immenso naufragio di galassie, dove neppure la morte è una liberazione ...", scriveva Antonio. Come puoi recitargli intorno le formule della messa, a uno così, sia pure da morto? Conosco benissimo quella porticina, a Volterra, che immette nel teatrino del Conservatorio di San Pietro dove lavorammo per mesi durante l 'Ista, nel 1981, dove poi lavorò "L'Avventura" e ora risiede "Carte bianche". È qui, il 23 luglio 1993, che fanno L'altro sguardo. Neiwiller avanza lentissimamente nella sala lasciata nel buio profondo. Solo la sua faccia è illuminata, faccia da comico napoletano e da film espressionista. Recita Majak:ovskij. Avanza lentissimamente. Voce scabra e indimenticabile. È molto grasso, un panzone. Ma non se ne vergogna. Dà l'impressione di vivere senza troppi scrupoli nel proprio corpo. Arriva PERANTONIO NEIWILLER/TAVIANI 73 abbagliante. Continuiamo a sentire la sua voce. Rientra. Trasformato: una figurina esile, alta. Penso: Falstaff? La sua nostalgia buffa e struggente. "Quand'ero paggio del duca di Norfolk, ero sottile, sottile, ero un miraggio, vago, leggero, gentile, gentile ..." Ma non è soltanto una straordinaria scena. Perché vengono le lacrime agli occhi? Perché t'acchiappa quella nostalgia tipica erara nel teatro, che mentre vedi sai che non puoi saziartene né fermare quel che vedi? La scena continua. Certo, non è Antonìo. È un altro o un'altra, con piccoli trampoli a rendere la figura filiforme. È lo snodo importante dello spettacolo. Eppure sembra senza sosta, senza storia. Un'immagine precaria. Qualcosa di molto più e molto meno d'una preghiera. alla porticina. L'apre per uscire. Oltre la porticina c'è una luce Antonio Neiwiller. FotoCesareAccetta.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==