Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

72 PERANTONIO NEIWILLER/TAVIANI AntonioNeiwiller. FotoCesareAccetto. anni della guerra e fra le rovine dell'immediato dopoguerra. Un paragone esagerato, forse sentimentale. Eppure mi pareva quello giusto. E oggi resistenza a che cosa? Alle rovine? Piuttosto, direi, alla marginalità della cultura, evidente quanto altrettanto evidenti sono le camorre che governano. Senso dell'instabilità. Come se tutte le belle cose che possediamo e ci proteggono, e che diciamo ci spettino di diritto, a cominciare dal denaro regalato al teatro, potessero svanire da un momento all'altro. Più che coscienza politica, senso del terremoto. E soprattutto: resistenza alla perdita della fame. Forse in nessun'altra parte d'Italia, mi dicevo magari esagerando (ma non credo), tanti intellettuali e artisti potrebbero restare in piedi tanto a lungo, aspettando, e restando gente degna. Enzo Moscato, Andrea Renzi, Toni Servilio, Iaia Forte, Stefano De Matteis, Loredana Putignani, Mario Martone, Sergio Marra, Renato Carpentieri, Giancarlo Savino, Pappi Corsicato, Roberto De Francesco, Tonino Taiuti, Anna Bonaiuto, Antonio Capuano ... Effettivamente è sciocco dire: qui non ci vorrei vivere! Una città che cos'è? Non sono forse le persone che ci potresti conoscere? Ora capivo il piacere di amici come Piergiorgio Giacché e soprattutto Goffredo Fofi per Napoli. Piacere esternato fra qualche scuotimento di testa di Moscato o di Neiwiller, ma certo dovuto a quel senso di dignità dell'intellighenzia altrove quasi perduto. Il senso della cultura e dell'arte come sfida quotidiana non solo a se stessi, ma alla società circostante. Quando finalmente il feretro arrivò e nella chiesa si celebrò la messa funebre, al posto della predica venne letto il testo di Antonio Neiwiller Per un teatro clandestino, del maggio 1993. Non è vero che la storia ricorderà Antonio Neiwiller a causa dell'impegno dei suoi famigliari-nell'arte-e-nel-lavoro che continuano ad amarlo rendendone viva e attraente la memoria; loricorderà per la capacità sua di seminare e piantare memoria nei "famigliari", trascurando il presente. Si parla del suo rigore, ma in cosa fu rigoroso se non nel perseguire una qualità senza riscontro? Fu umile, ma non privo d'ambizioni, anzi ambiziosissimo: le sue visioni preferì iniettarle pure in poche decine di persone, piuttosto che renderle solubili e attraenti. In realtà non preferì affatto. Non poteva far diversamente, non era capace d'altro. Così combatté contro la schiavitù del teatro a dipendere da quel che succede ed è successo? Credo che consistesse in questo, più che nelle scelte di stile, la sua appartenenza alla tradizione delle avanguardie. E per questo - credo - poteva coniugare lavoro di frontiera e tradizione attorica napoletana. Nei suoi spettacoli metafisici e rozzi, la rabbia delle avanguardie storiche si innestava in quella del degrado napoletano ed evocava in contrappunto la dolcezza di quell'uomo buono che era il loro autore.

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