Mi ricordavano com'eravamo stati noi, di "Teatro e storia", attorno al feretro di Fabrizio Cruciani, il 3 settembre d'un anno prima. Quando i compagni di lavoro paiono fratelli, zii, cugini, nipoti e nipotine, vuol dire che lo scomparso era una persona straordinaria. Il feretro accumulava ritardo su ritardo. Ogni tanto delle telefonate ne annunciavano l'arrivo imminente. Invano. Pensavo: ora vedrai che l'atmosfera sbraca. La gente conversava quietamente sul sagrato. Pochi con gli occhi rossi, gli altri con aspetto normale. Mancavano le facce spalmate di tristezza da funerale. Solo il pianto o la serietà. Passò di molto mezzogiorno, l'ora convenuta. Le conversazioni non sbracarono né divennero chiacchiere. Quella voglia di scherzare di nascosto che piglia irrefrenabile ai funerali non prevaleva con la sua banalità. C'era umorismo e dolore, invece, fra tutti quei napoletani e non napoletani che parevano - parevamo - concittadini. E anche qualcosa d'altro che non sapevo definire. A un certo punto ci fu persino un lazzo della sorte. E mi parve davvero di sentire la risata profonda di Antonio Neiwiller prevalere sul traffico infernale attorno alla piazzetta, sulle martellate per i banchi delle statuine del presepe che proprio quel venerdì cominciavano a esser costruiti per la tradizionale vendita natalizia. Quell'anno c'era la novità della statuina di Antonio Di Pietro, in maniche di camicia e cravatta, con la giacca grigia gettata sulla spalla destra e gli incartamenti di "mani pulite" nella mano sinistra, secondo l'iconografia d'una reiteratissima sequenza televisiva di repertorio. Le statuine napoletane avevano quasi tutte alla base la tradizione televisiva, sia quelle del presepe sia quelle di Totò e di Eduardo nei vari personaggi delle videocassette. La scena fu grottesca: il feretro era già in ritardo di un'ora e mezza e finalmente eccolo arrivare. Si vede la cima dell'auto da morto galleggiare di lontano sopra il traffico. S'avvicina. L'auto da morto, quella buffa coincidenza, fende indifferente la piccola folla e se ne va giù per la sua strada. È vuota. E Antonio? Dov'è andato? Il cielo è grigio, l'aria umida. Di tanto in tanto pioviggina. Quella Napoli era l'esempio della città in cui non avrei voluto abitare. Mi pareva rappresentasse il nostro futuro, il nostro degrado. L'ultima volta che ho parlato a lungo con Antonio Neiwiller è stato in un ristorante affollato e maleducato d'una città-gioiello, Bergamo Alta. Lui mi raccontava come la "cultura" della Napoli popolare fosse collassata dopo l'arrivo dell'eroina, che ruppe la solidarietà interna ai quartieri. Mi diceva dei giovani napoletani che aveva incontrato in treno venendo a Bergamo, e con i quali non voleva avere nulla in comune. Ma la ricca Bergamo Alta, sicura d'essere nel giusto, era certo ancor più sottilmente volgare. "Berlinese": non riesco a togliermi dall'orecchio l'accento con cui aveva detto questa parola, a Volterra, nel corso d'un dibattito su Napoli il teatro e il cinema. Lui non si sentiva napoletano. Si sentiva cittadino del mondo. E se avesse dovuto scegliere una città, semmai berlinese. La sua voce profonda, cavernosa, quel modo irrimediabilmente napoletano di strascicare l'ultima sillaba, napoletano aristocratico, ma anche simile al tono d'un medico che prescrive una medicina difficile o d'un filosofo che ripete la sua fo1mula. A Volterra era il 24 luglio; a Bergamo domenica 26 settembre 1993. Antonio Neiwiller è morto il 9 novembre. È la vivente dimostrazione della forza della storia sotterranea del teatro, perché è storia che raramente e malamente si fa stoPERANTONIO NEIWILLER/TAVIANI 71 AntonioNeiwiller. FotoCesareAccetta. riografia. Per lo storico di professione questo modo della storia d'esser viva - o meglio: questo modo della vita di non essere storia - è sempre un disagio. li libero fluire delle azioni che non fanno sosta né diventano sostanza - sostantivi - è una lezione d'umiltà. Abbiamo bisogno di storie. Ma se le abbiamo vissute è impossibile riconoscersi in esse. Il traffico nella piazzetta, trascorso mezzogiorno e l'uscita da scuola, era odioso. Lambrette prepotenti con tre o quattro persone a bordo, bambina col grembiulino bianco, fratello maggiore, padre e madre. Motorini cavalcati da uomini grassissimi che parevano avere tra le gambe un cavallino da pupi, come i guerrieri di Magritte. Ti passavano accanto senza rallentare, suonando per avvertire se t'arriviamo addosso è colpa tua. Sgassavano per farsi largo. Puzza di carburante da togliere il fiato. E tu lo sai che tutto questo è pura impressione e ingiusto fastidio. Ma è anche come una messa in scena del mondo che non vorresti né vivere né abitare. E improvvisamente mi rendo conto di che cosa fosse quel "qualcosa d'altro" che c'era nell'aria. Tutta la gente raccolta lì davanti alla chiesa, gente di spettacolo, conservava per due ore d'attesa una serietà che non era serietà, ma volontà di resistenza. Resistenza al contesto. Resistenza al contesto, perché non c'è niente da scherzare. Da ridere sì. Ma non da scherzare. Mi chiedevo se non fosse così l'intellighenzia d'una città italiana negli
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