MONDO ULTRAS LEDUESPONDEDELL'ADRIATICO Giorgio Morbello, Luca Rastello "Ustascia", "Cetnici", sono gli insulti, inconsueti per il resto d'Europa, che riecheggiavano negli stadi jugoslavi a partire dalla seconda metà degli anni ottanta quando sul campo si affrontavano una squadra croata e una serba. Sono i nomi delle formazioni estremiste nazionaliste, rispettivamente croata e serba, che avevano orchestrato la mattanza jugoslava nella seconda guerra mondiale: a fianco dei nazisti i primi, che si distinsero nella caccia all'ebreo, al serbo e allo zingaro, in nome della monarchia e anche a fianco degli italiani i secondi, non meno feroci e non meno esperti nell'uso delle cavità naturali per la sepoltura degli avversari vivi. Il tifo estremo ha raccolto e catalizzato in Jugoslavia nel corso degli anni ottanta le inquietudini giovanili di un tessuto sociale incapace di definire la propria identità: sono gli anni successivi alla scomparsa di Tito, gli anni in cui le élite politiche delle sei repubbliche che costituiscono la federazione Jugoslava, strette dalla crisi economica e dalla tensione sociale crescente, trovano nelle irrisolte polarità nazionaliste la chiave per dare nuova legittimazione al proprio ruolo traballante. In qualche modo, dunque, la domanda di destinazione, di appartenenza, di idealità che agita le generazioni giovani allo sbando in contesti che offrono scarsissime garanzie sociali, si incanala - non solo per natura, ma per un intreccio di convenienze e opportunità politiche - in direzione della contrapposizione etnica. Soprattutto tra le due etnie maggioritarie, e storicamente conflittuali: i serbi e i croati. Ben altra cosa - è bene ricordarlo, per evitare confusioni gravi - è il caso bosniaco. È sotto le bandiere etniche che si coalizzano i clan del tifo, ed è in questa coincidenza di appartenenze che si formano alcune leadership che negli anni di guerra assumeranno ben altro ruolo. N~lla Jugoslavia del 1986, attraversata da violenze, saccheggi, distruzioni operate in concomitanza con gli incontri di calcio, si mette in luce Talijan, ]'"italiano", uno degli ultras più accesi, che ritroveremo fra poco con un altro nomignolo. È il leader indiscusso e carismatico del Delije, la nuova formazione del tifo estremo nata dalla fusione di tutti i gruppi ultras della Stella Rossa di Belgrado, è proprio Talijan, I '"italiano", uno sveglio che in Italia ha imparato un sacco di cose, dalle rapine che lo hanno portato tra le mura di San Vittore, all'organizzazione del tifo ultras sotto striscioni e parole d'ordine estremiste. Ha imparato anche l'arte del contrabbando e un sacco di altri misteri. Fra cui quello di pasticcere, che svolge ufficialmente in un locale di sua proprietà nella capitale. Sulle curve si fa presto a diventare eroi, padri, piccoli duci, e I "'italiano" è uno che sa magnetizzare i suoi "tigrotti" (li chiama così, i tifosi disposti a tutto purché sia lui a guidarli). L"'italiano" sa unire il carisma al talento commerciale: non è estraneo alla rapidissima diffusione del consumo di stupefacenti negli stadi jugoslavi, ed è certamente al centro della non meno massiccia introduzione di armi, armi di qualsiasi tipo, sugli spalti. Il movimento internazionale delle armi è la sua specialità: l'affinerà negli anni successivi, ma ha già avuto modo di metterla alla prova per conto dei servizi di sicurezza federali, l "'ital iano". I tifosi lo seguono, lo chiamano con una miriade di nomignoli, Mark, Arek, Kapetan, ma quello definitivo se lo è scelto da solo: Arkan, l'intoccabile. Un soprannome turco, per amor di antifrasi, per far paura ai musulmani (lui li chiama "turchi") del Kosovo, dove nel frattempo lui, Zeljko Raznjatovic, Arkan, ha avviato una brillante carriera politica. Siamo alle soglie della guerra, Arkan diventa rapidamente il comandante Arkan, la sua orda da stadio è pronta, calda, motivata, gonfia di un sentire comune maturato all'ombra degli slogan nazionalisti, razzisti estremisti. E il presidente serbo Milosevic che si avvia alla guerra lo sa, forte della sua amicizia con Arkan e del suo fiuto da volpe, mette a disposizione del comandante campi di addestramento in Vojvodina, armi, strutture, consulenze. I tigrotti, reclutati sugli spalti, arrostiti al fuoco lento dei cori da curva, si trasformano in una milizia d'élite, un corpo paramilitare compatto e spericolato che inaugura nella maniera più feroce e fantasiosa la stagione della "pulizia etnica", cioè il massacro dei civili. Si fanno conoscere a Vukovar, città croata della Slavonia orientale, assediata da tre mesi dal! 'esercito federale quando, nel dicembre 1991, vi si sposta !"'intoccabile", con le sue tigri. Sono stati mandati là perché l'esercito, ancora unitario, ancora pieno di ufficiali che si sentono jugoslavi, riluttanti a bombardare una città jugoslava, nicchia, perde tempo, non si getta nell 'offensiva decisiva, permettendo ai difensori croati della città di assurgere al rango di mitici eroi. Sarà Arkan con i suoi a sbloccare la situazione e quando, alle spalle dei suoi uomini, i soldati federali entreranno nella città espugnata, scopriranno una nuova dimensione, scopriranno di essere oltre una soglia da cui non si fa ritorno. I mesi successivi, gli anni successivi sono le tappe di una brillante carriera. Il "comandante" diventa una vera potenza politica e militare, sarà dotato di armi pesanti, i suoi "tigrotti" (diecimila secondo alcune fonti, trentamila secondo altre) sono una vera brigata dotata di compagnie, mortai e artiglieria. , Arkan è ormai un eroe, una leggenda. E un banchiere. E uno degli uomini più ricchi di Belgrado, il suo nome compare nei consigli di amministrazione delle banche e delle aziende che decidono la politica serba, accanto a quelli dello stesso presidente Milosevic e di Rodovan Karadzic. Le "tigri" sono la più potente mafia della zona e navigano nella notte belgradese fra carriere fulminee, arricchimenti da brivido e morti improvvise. Il capo può tornare alla sua vecchia passione, mai dimenticata: è fra i proprietari della squadra della capitale. Ora può guardare lontano, a Campobasso per esempio, dove un suo amico finanziere, presidente della locale squadra di calcio (un collega), proprietario di imprese e finanziarie in Serbia, si fa paladino delle ragioni del Sud contro il secessionismo leghista del Nordest e, insieme al discusso sindaco di Taranto Giancarlo Cito, fonda un partito che chiama Lega Sud. Arkan dona un milione di marchi (oltre un miliardo) alla Lega Sud del suo amico Giovanni Di Stefano che poco tempo fa ha dichiarato: "Non ho paura della secessione. In Bosnia ci sono 5.000 uomini armati pronti a combattere per noi. E ognuno di quelli vale almeno cinque marines". Non è altro che l'eco di quanto detto a giugno dallo stesso Arkan: "La Serbia non permetterà uno smembramento dell'Italia, al vostro Paese non deve succedere quello che è successo a noi". A chi gli chiede delle "camicie verdi" di Bossi risponde olimpico: "Diventeranno rosse. Di sangue". Uno slogan da stadio, appunto. I meccanismi con cui si generano consenso, appartenenza, nuovi ideali sono più o meno gli stessi ovunque e l'analisi di quanto è success9 al di là dell'Adriatico può dare alcune indicazioni interessanti. E
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