VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 65 L'umanità cieca riesce perfino ad assuefarsi all'inferno di un mondo ridotto a latrina, a discarica, a un gigantesco cadavere che si decompone. Gli uomini (come d'altronde gli animali) si abituano a tutto, anche a vivere in un mondo senza speranza, senza futuro e quindi senza un vero presente o, per meglio dire, con un suo inservibile succedaneo. Ma anche senza passato, perché quello dei vedenti era un altro mondo, tutt'altro mondo, e in questo "regno duro, crudele e implacabile dei ciechi", in questo cielo bianco senza stelle, i sentimenti umani si sono trasformati. Sono stati scesi tutti i gradini dell'indegnità e dell'abiezione, regredendo fin oltre l'orda primitiva, fino al caos primordiale, alla chimica della vita. E la pioggia che scende più copiosa non è (anche se potrebbe, per equivoco, sembrarlo) la Provvidenza manzoniana e non promette altro lavacro che quello dei corpi martoriati dagli stenti. Senza il bene della vista, non c'è alcun bene, non c'è morale o pietà, né umanità in senso stretto. Quello dei ciechi è un mondo senza estetica (che senso hanno ormai i musei?) né etica, senza alcunché di bello e di buono. Se qualcuno mantiene ancora il senso del giusto ed è ancora in grado di stabilire che nella comune tragedia ciascuno deve dare secondo le sue possibilità e ciascuno deve avere secondo i suoi bisogni (il più disatteso dei proclami di Marx), è solo perché ricorda il mondo visibile che ha perduto o perché un 'infelice regina costretta all'iniquità di vedere per tutti si è votata a una indefessa "azione pedagogica". Ma indicare la retta via in questa notte in cui tutte le vacche sono bianche è impresa vana, prima o poi destinata allo scacco, perché è letteralmente impossibile scorgere il domani e tutte le categorie del pensiero vacillano sotto l'urto del delirio universale. L'uomo non è più in grado di sognare che la propria cecità. È privo, orbo di tutto, perfino del conforto della religione. È rimasto senza Dio o con un Dio cieco e impotente o, ultima possibilità, con un Dio che non ha il diritto di vedere lo scempio che egli stesso ha creato. L'episodio più sconvolgente del romanzo è quello, quasi in chiusura (ed è il vero epilogo, l'acme emotivo e filosofico della narrazione), in cui la protagonista, entrata in una chiesa, vede, come in una blasfema allucinazione, un Cristo bendato sul!' altare e tutte le sacre immagini, dipinti e statue di madonne e santi, con gli occhi tappati, velati da una pennellata di pittura bianca, nascosti da una striscia di tessuto: sistematico e folle accecamento del cielo, forse opera di un prete che ha smarrito la fede e la ragione prima della vista, e ha voluto compiere l'estremo e "radicalmente umano" sacrilegio, il deicidio simbolico di annunciare che "Dio non merita di vedere". A differenza che in Camus, dove la peste assumeva ben presto la routine monotona di "un 'amministrazione prudente e impeccabile, che funzionava bene", la cecità di Saramago è un sovvertimento totale dell'organizzazione sociale, un mondo alla rovescia. Il dottor Rieux ha ancora fede negli uomini e può pur sempre dire: "Sono nella notte, e cerco di vederci chiaro". Saramago invece ci propone il paradosso di un medico impotente, un oculista cieco: "l'unico medico che non ci servirà a niente", lamentano i suoi compagni di sventura. Ma per entrambi gli scrittori, in fondo, il flagello non è che un altro modo per esprimere la vita. Saramago, con la sua tremenda e magnifica allegoria, propone una profonda riflessione sulla contemporaneità (il titolo originale, Ensaio sobre a Cegueira, lascia trapelare meglio l'impianto anche teorico e, per l'appunto, saggistico dell'opera). Che è anche una meditazione sul linguaggio, sulla scrittura e sul racconto. Si insiste molto sulla insostituibilità del verbo "vedere", sulla sua centralità lessicale e semantica, che in sostanza è effetto necessario del primato sensoriale della vista. La cecità è soprattutto indicibile, inesprimibile, inenarrabile. Il narratore per essere cronista onnisciente, onniveggente, ancorché interno ai fatti, ha bisogno di salvare un paio d'occhi dall'oscuramento generale. Occhi che saranno i suoi e i nostri. Essendo la cecità totale senza parole, senza un suo linguaggio, poiché è inimmaginabile, intraducibile in figurazioni, Saramago ricorre, con esiti financo comici, che scaricano la tensione, ai modi di dire ("balzava agli occhi") e alla casistica proverbiale ("in terra di ciechi l'orbo è re") relativi alla vista, ironizzando sulla "mania predicativa dei proverbi". Sono le circostanze a determinare il nostro modo di esprimerci, ma "bisogna fare attenzione ai paragoni": i ciechi continuano a parlare come se avessero occhi vivi. E le parole nascondono sempre qualcosa, anche le più semplici, basta un pronome o un aggettivo per fare affiorare sentimenti o incrinarli. Nell'universo cieco, la voce, la parola, è tutto. Alla fine - circolaimente - è il verbo che resta. Parallelamente scorre l'autoanalisi della narrazione, chiamando in causa un "relatore complementare" che presta il proprio linguaggio preciso e ordinato ai personaggi, intervenendo per giustificare certe crudezze ("anche queste sporche realtà della vita vanno considerate in un racconto"), suggerendo che un evento è una "parabola". Testo stratificato, quindi, questo Cecità, che in qualche modo assolve lo stesso compito pedagogico del suo personaggio principale: spalancare gli occhi e guidarci in questo mondo di ciechi. Il finale - si diceva - è apparentemente consolatorio, affrettato, prevedibile, a lungo atteso come una liberazione dal1'incubo e perciò di primo acchitto deludente. Per un attimo siamo presi dal terrore (che non a caso si dice cieco) che la moglie del dottore non veda più, in una sorta di rovesciamento delle patti. In fondo, mal comune è mezzo gaudio, e diventare ciechi in un mondo che ritorna a vedere sarebbe una troppo amara ironia della sorte. Ma è solo un attimo abbacinante. Tiriamo un sospiro di sollievo chiudendo il libro. In realtà Saramago ci ha avvertititi: "non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono". Come non riconoscere, infatti, il nostro mondo in questo mondo di ciechi, immondezzaio in cui per "vecchia abitudine" si passa accanto alla morte senza vederla? Siamo ciechi senza saperlo, per paura, per orrore, per quel miscuglio di indifferenza e cattiveria che è il nostro precipuo impasto. Questa valle di lacrime bianche è la nostra, è qui e ora. Siamo noi i ciechi che discutono dei massimi sistemi mentre tutt'intorno l'apocalisse infuria. E non c'è altro miracolo che continuare a vivere. Ne La via lattea di Luis Bufiuel, Cristo ridona la vista a due mendicanti ciechi bagnando i loro occhi con la propria saliva. Ma essi dopo pochi passi si arrestano insicuri davanti a un fossato sondando con i bastoni il terreno antistante. Ciechi per grazia di Dio che, come noi, non sanno di non vedere.
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