Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

64 VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE si diffonde in progressione geometrica. Tutte le persone che vengono a contatto con i primi ciechi perdono anch'esse quasi subito la vista, come invase da un "insondabile biancore", una luce che si accende dentro oscurando tutto il mondo esterno. Quando l'oculista, alla ricerca di una diagnosi per questa strana agnosia luminosa (duplice contraddizione, ché certo né serena, come vuole l'etimologia, né lucente può dirsi questa glauca notte dei non vedenti), si accorge d'essere divenuto cieco, avvisa il Ministero della Sanità dell'ipotesi assai plausibile, che si stia verificando un'ignota epidemia. Le autorità pertanto dispongono di internare in un ex manicomio tutti i casi di "mal bianco" conosciuti. La precauzione è comunque vana. Il morbo infuria coinvolgendo strati sempre più ampi di popolazione. I rigori disumani della reclusione, vigilata da soldati pronti e ben lieti di reprimere manu militari ogni tentativo di forzare i limiti del ghetto, non servono a circoscrivere il contagio. Ben presto il manicomio si riempie, trasformandosi in una ributtante bolgia. A corto di cibo, quasi privi d'acqua, costretti a seppellire i propri morti in un cortile, lerci, nell'impossibilità totale di provvedere alle più elementari misure igieniche, segregati in una umiliante promiscuità, nel fetore nauseabondo della lordura e degli onnipresenti escrementi, i ciechi cercano disperatamente di sopravvivere e di riorganizzarsi. Alcuni riescono a conservare un simulacro di dignità grazie alla guida di una donna tenace, la moglie dell'oculista, l'unica che ancora ci veda, miracolosamente immune. Altri s'affrettano invece a ripristinare un sistema di soprusi e violenze che la comune disgrazia sembrava aver reso anacronistico. Provvisti di una pistola, con l'aiuto di un normale cieco - da tempo quindi avvezzo ad orientarsi nelle tenebre - che funge da contabile, inventariando in Braille derrate e bottino, un gruppo di prepotenti impone a tutti gli altri reclusi (il manicomio infatti è divenuto foucaultianamente prigione) di devolvere ogni bene in cambio del cibo. Esauriti tutti gli oggetti preziosi, si passa alla richiesta di pagamenti in natura. Le donne sono costrette a prostituirsi. Il microcosmo implosivo dei ciechi ("il mondo è tutto qui dentro", afferma la protagonista del racconto) diventa bordello, carnaio osceno, orgia. Ma dalle donne, guidate dalla moglie del medico, armata di micidiali forbici, parte la rivolta. Sgozzato il capo dei banditi si scatena una grottesca guerra tra orbi cui mette fine un provvidenziale incendio purificatore. I ciechi, in preda al panico, sono costretti a guadagnare !'interdetto spazio esterno per sfuggire alle fiamme. Ma fuori non ci sono più soldati pronti a sparare, non c'è più nessuno. Tutto il mondo è diventato un grande manicomio di ciechi; un immenso lazzaretto. La vita adesso è poco più facile. Torme di ciechi vagolano in tondo come animali alla ricerca di cibo per le vie della città morta tra cani randagi, ormai simili a iene, e giganteschi ratti. La moglie del medico provvede come può alle esigenze del suo piccolo gruppo (il marito e i suoi pazienti: il primo cieco con la moglie, un ragazzino strabico, un vecchio guercio, una giovane donna di facili costumi e di sani valori) a cui si aggiunge un cane quasi antropomorfizzato, solerte e compassionevole pastore di questo misero gregge. Regina senza scettro, schiacciata dal peso della propria missione, la donna fa riserva di cibo in un supermercato sotterraneo scampato alle ricerche di tutti i ciechi (bellissimo il brano della sua discesa nelle tenebre, quasi iniziazione al mistero della cecità), raccoglie l'acqua piovana, reperisce abiti, cerca di mantenere un livello di pulizia accettabile in un mondo che ormai è un'enorme pattumiera putrescente. E a sera, alla fioca luce di un lume a olio, legge un libro alla sua triste brigata, mantenendo in vita insieme alla speranza il legame ideale con il mondo di ieri, di cui solo i suoi occhi sono garanti. Come in Fahrenheit 451, finché vi saranno libri (l'incontro con lo scrittore cieco, che si ostina a scrivere un resoconto delle sue tribolazioni che nessuno potrà mai leggere, è una delle pagine più belle del romanzo) resterà acceso un barlume di fede e di speranza. Ma quando ormai la donna è allo stremo delle forze, al punto di desiderare la cecità per sottrarsi all'impegno insostenibile di essere responsabile per tutti, di essere l'unica a cui il destino ha lasciato gli occhi per testimoniare tutto l'orrore del mondo, ecco che, inesplicabilmente com'era venuta, la cecità comincia a scomparire. Uno alla volta tutti recuperano la vista. Il mondo è salvo. Ma è solo un'ingannevole happy end. In questa facile e serrata trama troviamo pagine di intensa drammaticità, personaggi di straordinario vigore, episodi che mozzano il fiato per la sconvolgente rivelazione che dischiudono (visionariamente, con ossimorico paradosso) ai nostri occhi di lettori. Come per l'eroina di Saramago, leggere, seguire le parole che si dipanano e si strutturano in storia, in racconto, è l'unica consolazione all'ansia di cecità che ci attanaglia, addentrandoci in questo libro impietosamente analitico che scandaglia il pozzo nero delle nostre inquietudini. Tutta la parte in cui si descrive la follia, la claustrofobia, la regressione animale e primordiale dell'internamento; la graduale perdita del rispetto di se stessi, la miseria abbrutente della vita di camerata, ricorda gli analoghi orrori narrati da Primo Levi. Se questi sono uomini, viene da chiedersi di fronte a questa turba ondivaga e tremebonda di naufraghi, a questa folla amorfa di montoni al macello, che deve soddisfare i bisogni del corpo in un calvario degradante. Ma simile è anche l'assurda razionalità del potere, la sua sadica organizzazione del delirio, del dolore e dell'orrore (I 'altoparlante che scandisce a intervalli regolari un demenziale decalogo che procrastina una morte stabilita e pianificata ali' ingrosso nelle alte sfere). Se lo scherno crudele dei soldati è vecchio quanto la via crucis verso il Golgota, le tecniche di rastrellamento e reclusione di massa rievocano il terrore del Cile di Pinochet, gli stadi stracolmi di oppositori. Camus si era dichiaratamente ispirato al Defoe de La peste di Londra. Saramago pare piuttosto rifarsi alla fobia scatologica di Jonathan Swift, al disgusto per il corpo che defeca, orina, traspira, scoreggia, rutta, vomita, fornica, eiacula, per la miseria di questa carcassa assillata dai propri bisogni fisiologici, e che deve ubbidire agli imperativi del ventre; alla necessità insopprimibile di mangiare ed evacuare, anche quando I 'esistenza non ha più senso e si riduce alle più elementari funzioni biologiche. Privato degli occhi, "l'unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un'anima", l'uomo diventa ottuso e sordido automa, osceno meccanismo di riempimento/svuotamento, di pulsioni anch'esse cieche e irrefrenabili. L'inferno, dicono i teologi, è insopportabile per i dannati non tanto per i tormenti che vengono loro inflitti, quanto piuttosto per i suoi rancidi, mefitici miasmi.

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