Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 63 nabel ha scelto la via larga e certo remunerativa del martirologio, del santino. Non del ritratto d'artista. Il Basquiat che esce dal suo film risponde in pieno al bisogno di icone forti, di figure di culto, vittime, esclusi, reietti, meglio se donne, neri, ispanici, gay, lesbiche, da cui è attraversata la cultura statunitense di questi anni. Ma non dice nulla, assolutamente nulla, al di là dell'immaginetta, della descrizione di maniera, dell'illustrazione superficiale, di ciò che si muoveva in quegli anni a New York e di cui l'artista Basquiat è inequivocabilmente sintomo e voce. La pellicola, non a caso, si apre su uno dei colpi più bassi (il livello è quello di Carrington e Verlaine/Rimbaud, secondo le sceneggiature di Christopher Hampton) e improbabili del biografismo cinematografico recente: Museo d'Arte Moderna, New York City, 1970 o giuù di lì. Chi si aggira estatico, occhi spalancatio, mano nella mano dell'illuminata e lungimirante madre, un'africana-americana middle class in severo tailleur color colomba? Proprio lui, il piccolo Jean-Michel, in giacchetta e cravatta, a imprimersi indelebilmente nella mente e nello sguardo niente popodimeno che "Guernica" di Pablo Picasso, in quegli anni ospite degli spazi un po' angusti del non ancora rinnovato MoMA newyorkese. Perché - e questo ci precipita in medias res - il Basquiat da suburbia di Julian Schnabel è prima di tutto un "segnato" dal destino, un prescelto. E, come tutti i geni, ha inscritto nel proprio DNA, a dispetto di origini sociali, colore della pelle, ambiente che lo circonda, quel marchio di fuoco che lo fa essere "artista" ancora prima di esserne consapevole o di averne gli strumenti. Da lì è facile immaginare come la storia del beato e ma1tire pittore giovinetto possa svilupparsi: irradiato dalla potenza della sua visione, logicamente, negli anni successivi Basquiat passerà dalle rudi superfici dei muri metropolitani e dalle notti sotto le stelle in Centra] Park al confmto delle grandi tele e delle personali in gallerie sempre più esclusive, fino alla collaborazione con Andy Warhol e al successo, a quotazioni da capogiro, alla morte (anticipata da un pestaggio enfaticamente accompagnato dalle note inflazionate della sinfonia n. 3 di G6recki). Delle sue mappe calligrafiche e apocalittiche, del suo idoletto infantile e sincretico, delle sue furibonde storyboard o della sua evoluzione pittorica a pattire dalle (spesso micro) opere firmate Samo più regale coroncina, il film di Schnabel letteralmente non parla. Come se la vita di un artista, frugata e rivelata (e per altro piena di omissioni, perché in ciò che Schnabel dice di Basquiat non c'è né coraggio né libertà di giudizio), potesse da sola far luce sulla sua opera. Non saprei davvero dire quanta ingenuità e incultura ci siano in questo film, e quanta malafede. Di certo, visto che Andy Warhol è uno dei personaggi che più agiograficamente vi si aggirano (nell'interpretazione di David Bowie, o meglio, dei feticci - abiti, parrucche, occhiali - messi cortesemente a disposizione ddella produzione dalla Fondazione Warhol di New York), vien da pensare che almeno una ripassatina ai film di questo artista e filmmaker di genio Schnabel avrebbe potuto pur darla. Come sono lontani lo sguardo critico e incantato, la cinepresa curiosa e sapiente di un Emile De Antonio, intenditore d'arte e documentarista indipendente. A chi fosse costretto a vedersi comunque Basquiat, consiglio di riprendere in mano proprio il suo insuperato Painters Painting. Con l'augurio che gli serva da antidoto. CIECHISIAMO NOI MarcelloBenfante "Ma che vuol dire la peste? È la vita, ecco tutto." Albert Camus, La peste. "Signore, è passato un uccello, l'ho capito dal rumore delle ali." "Figlio di David, mostrami dov'è il bianco, dov'è il nero." Lui Bufiuel, La via lattea. L'ambizione del potere è sempre stata quella di rendersi invisibile (pur ostentando i simboli del proprio dominio) vedendo nel contempo tutto. La sua utopia perfetta è quindi il Panopticon, la prigione-modello progettata da Bentham in cui i sorveglianti sono in grado di spiare ogni momento della vita dei carcerati restando però esclusi dalla loro vista. José Saramago con il suo ultimo romanzo Cecità (Einaudi, pagine 315, lire 30.000) ha dato forma alla perfetta distopia: l'invisibilità assoluta del mondo con la conseguente scomparsa di ogni potere politico nella sua forma classica. La cecità narrata da Saramago è un'epidemia inesplicabile che è stata giustamente paragonata alla peste di Camus. Il parallelo è più che legittimo (e vi torneremo), ma ovviamente va considerato che il romanzo di Camus ha alle spalle la millenaria storia della peste a partire da Tucidide, passando per Lucrezio, giungendo al Boccaccio, quindi a Daniel Defoe, Manzoni e Poe, per citare alcuni fra gli esempi più fulgidi. L'incubo dell'epidemia è però ricorrente anche nella narrativa fantascientifica, nei cui confronti Saramago è altrettanto debitore. Dopo Wells, che nel suo archetipo La guerra dei mondi fa debellare l'invasione marziana da banalissimi bacilli, la science-fiction ha insistito, ali 'opposto, sempre più nel considerare la penetrazione dell'alieno come virus, un morbo capace di annientare l'umanità. L'abnorme, incontenibile crescita del fenomeno Aids ha confermato ed esacerbato quest'orrore/terrore del contagio, trasformandolo nella grande ossessione dei nostri giorni, continuamente rielaborata ed esorcizzata dall'intrattenimento di massa. Cecità, straordinario apologo di quello che viene da più parti indicato come il più grande scrittore portoghese vivente, si iscrive dunque nella grande tradizione apocalittica (a pa1tire dai testi biblici), letteraria e pittorica, ma va pure ricollegato, senza timore di una deminutio, al filone popolare e fanta-filosofico di un Ballard o di un Bradbury. La vicenda è semplice e lineare, un crescendo di angoscia e ribrezzo che a Saramago è costato dura fatica e sofferenza scrivere, come egli stesso ha dichiarato, e che a tutti noi lettori richiede non minore pena, non minore strazio e travaglio, proprio perché si tratta di grande letteratura capace di evocare le nostre paure più recondite e ancestrali. Si comincia con un automobilista fermo al semaforo in attesa del verde che non vedrà mai più. Improvvisamente colto da una bianca, lattea cecità, l'uomo comincia a diffondere il suo male ai primi soccorritori - tra cui un ladro di automobili che approfitterà della circostanza - i familiari, l'oculista a cui si rivolge disperato, i pazienti in sala d'attesa. Lo sconosciuto morbo, questo inesplicabile "malocchio",

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