Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 61 bilità contemporanea il tema dello stupro (e peggio, dello stupro con omicidio) non si può conciliare con risvolti non dirò comici, ma neppure grotteschi: e proprio perché si tratta di risvolti, cioè di aggiustamenti, di ritocchi, che non scalfiscono l'assunto narrativo di base. Altro che sprangate in faccia. Se l'obiettivo era di presentare una scena di violenza carnale in termini provocatori e non convenzionali, davvero non ci siamo. Semmai, si ha un senso d'enfasi monocorde, di appiattimento: giacché al netto delle abortite complicazioni tonali, Rispetto si riduce all'oggettivazione d'un comportamento esecrabile, che disturba, se vogliamo, ma non sorprende e non sconvolge. Spiattellata e illuminata da ogni parte, anche la violenza più ferina colpisce il lettore come una lama smussa - a maggior gloria, dobbiamo concludere, del potere espressivo della reticenza, della superiorità evocativa del non-detto. Ben altrimenti riuscito, a proposito di meticciato stilistico, è invece l'ultimo brano del volume, Ferro, dove un poco meno repellente eroe narratore passa d'un balzo, grazie al colpo di fulmine per una donna cyborg, dal piano d'una realistica abiezione a quello di uno stralunato comico fantascientifico, congedandosi con accenti di surreale, metallico idillio. Ammaniti vuol avvincere, stupire, impressionare; a volte ci riesce, e diverte. Vuole anche spiazzare il lettore, sconcertarlo, disorientarlo; ma corre il rischio di perdere a sua volta la bussola. Pur di impressionare, appare disposto a tutto: compresa l'eventualità di scuotere il lettore per il bavero senza più sapere perché, urlando nemmeno lui sa più bene che cosa. E infatti a volte il lettore di Fango esita circa l'atteggiamento di lettura da assumere: ma ciò dipende semplicemente da omologhe esitazioni sul versante della scrittura, non da un'intrinseca complessità o facoltà perturbante del messaggio. Lo stesso avviene nel caso di Aldo Nove, interessante quanto immaturo autore di raccontini brevi dal valore molto variabile, talvolta singolarmente azzeccati, troppo spesso volti a effetti di gratuita sgradevolezza; non vale invece per Tiziano Scarpa, dotato di mezzi espressivi decisamente più scaltriti, e sorretti da un'estrosa, rutilante comicità (il pericolo qui è semmai d'un eccesso di manierismo e frondosità verbale). Siamo alle conclusioni, inevitabilmente provvisorie. Il primum di questa narrativa è squisitamente retorico: ghermire l'attenzione del lettore, tener ferma la presa. Non sempre basta, ovvio, per ottenere buoni risultati. Ma è interessante il capovolgimento rispetto alla media della nostra produzione letteraria, che in genere s'attesta su equilibri dignitosi quanto insapori. In questo quadro, l'esibizione della violenza è, mi pare, un fattore secondario: a volte, una scorciatoia. Nessuna sorpresa che spesso - in mancanza, ripeto, d'una couche di produzione letteraria di consumo che funga da modello di riferimento - l'effetto ottenuto assomigli più alla saturante e convulsa esagitazione di Natural Born Killers che all'ilare iperrealismo grottesco di Pulp Fiction. Diciamolo chiaramente: quanto a capacità provocatoria, la violenza - sia sul piano tematico, sia su quello verbale - ha, come ogni altro isolato fattore narrativo, il respiro breve. Da un lato, la provocazione fallita degenera rapidamente in rissosità gratuita, in ossessiva e futile scompostezza, destinata a lasciare il tempo che trova; dall'altro, anche per l'horror, l'Arcadia è sempre dietro l'angolo. Ci sono già pubblicità scherzosamente orrorifiche, canzoncine per bambini che parlano di zombi, cartoni animati che hanno per protagonista uno scheletro, programmi per ragazzi i cui presentatori dialogano con un teschietto sovrimpresso; a tacere degli intrugli stregoneschi del Professor Horribilus, incombenti dagli scaffali dei giocattolai. Lo splatter va bene, insomma: nessuna preclusione di principio. Purché però delle varie razze di splatter non ci ritroviamo tra i piedi solo le più addomesticate e scodinzolanti, magari spacciate per iene e lupi mannari. BASQUIAT, UN'OCCASIONE SPRECATA MariaNadotti Se non fosse per il profondo disagio e l'onda di ricordi dolorosi che produce, di questa "passione di Basquiat secondo Schnabel", presentata all'edizione 1996 della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, non varrebbe neppure la pena di parlare. Film di un artista su un artista, girato in pieni anni novanta (le note dell'ufficio stampa ci informano che Schnabel ci ha messo sei anni a condurre in porto la sua opera prima cinematografica, da lui fortemente voluta, nonché scritta, diretta e oggi arrogantemente promossa), Basquiat è infatti tutto ciò che un'opera sulla creatività e sulla sua possibile rappresentabilità non dovrebbe essere. Non un'occasione sprecata, dunque, bensì una lezione in negativo. I critici cinematografici italiani non sembrano essersene accorti e hanno accolto con simpatia (o soggezione?) quella che, da un punto di vista filmico, non è che un'operina modesta, convenzionale, narrativamente banale, prudente, qua e là perfino servile. JeffreyWright, DavidBowie,Gary Oldmane DennisHoppersulsetdi Bosquiot.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==