60 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE una letterarietà fin troppo composta. Se negli squarci descrittivi il rischio è solo d'una certa convenzionalità ("Fuori è una giornata fredda e limpida. La linea frastagliata dei monti si disegna con nettezza contro l'azzurro del cielo sopra i bassi coronamenti delle case calcinate"), qualcosa s'incrina nella rappresentazione della psicologia dei personaggi: i quali, pressoché dialettofoni a viva voce, conoscono monologhi interiori di stampo quasi ottocentesco: "Il burrone continua a spalancarglisi dinanzi agli occhi mentre procede guardando fisso a terra per evitare altri passi falsi. Su, forza, ancora pochi tornanti. Pure il gelo ci mancava. Non ha mai nevicato così [...] Forza, dài, piano, ecco, reggiti alla roccia, no, non guadare giù, non guardare. Ecco, bene, così. Si sistemerà tutto. Aiuto, mamma, aiuto. Non vorrà più vedermi". Intendiamoci.L'erba cattiva è un libro istruttivo e ben riuscito, che molto insegna sulle varie "cattiverie" che possono allignare nelle innumerevoli, mutanti incarnazioni della normalità. Pure, non tutti i conti tornano; e si capisce bene che, volendo raffigurare la perversa miscela di futilità e di violenza che intossica la realtà contemporanea, si avverta la necessità di battere anche (preciso: anche) strade diverse. Ben vengano dunque i narratori corrivi e i protagonisti monologanti di Fango e Woobinda, e la relativa illuvie di parolacce e frasi fatte, di marchi commerciali e calchi televisivi. Ho accennato a una questione di "modi" della narrazione. Il problema del tipo di narrativa di cui stiamo parlando, in sostanza, è di salvaguardare e insieme di governare la forza d 'urto insita nella realtà che rappresenta. Ciò richiede dispositivi formali che consentano di accrescere o ridurre, a seconda delle necessità, la "distanza" dalla vicenda narrata, regolando il grado di coinvolgimento del lettore, in un'alternanza di cruda immediatezza realistica e di giocosa sofisticazione letteraria. Non è un problema inedito, naturalmente: nel codice genetico del romanzo moderno - come ha scritto Franco Brioschi - coabitano un'istanza extraletteraria (la pretesa di rappresentare la realtà per quello che è, al di là delle convenzioni e stilizzazioni degli altri generi) e un'istanza metaletteraria (la riflessione sui meccanismi rappresentativi attivati). Ma il problema tende a riproporsi, ogni volta che si cerca di acquisire alla rappresentazione letteraria nuove porzioni di realtà. Ora, a mio avviso, le opzioni principali che si presentano sono due, tutt'altro che incompatibili fra loro, ma chiaramente distinte. La prima consiste nel puntare sull'elaborazione dell'intreccio, sull'alterazione dell'ordine del racconto, su effetti di anticipazione, posticipazione e simultaneità, su annodamenti sagaci e impreveduti delle fila della trama. La seconda consiste nel- ! 'abbassamento del punto di vista: nell'adozione di un'ottica narrativa molto ristretta, per lo più coincidente con lo sguardo di personaggi inconsapevoli o immaturi. È questo un procedimento straniante ben noto all'arte del narrare, e periodicamente riscoperto grazie all'utilizzo di nuove categorie di "ingenui": stranieri, selvaggi, ragazzi, bambini, psicopatici, minorati. Se non si trattasse di un modulo che il cinema ha appreso dalla letteratura - e che la letteratura, narrando tramite parole, è in grado di applicare con duttilità e finezza decisamente superiori - verrebbe la tentazione di invocare come etichetta di comodo un altro film di cui a suo tempo s'è molto discusso, Forrest Gump (il mondo non vi sembrerà più lo stesso, recitava lo slogan, dopo che l'avrete visto attraverso gli occhi di Forrest Gump). Ma forse è un'indicazione che in effetti può bilanciare utilmente l'overdose di rinvii a Quentin Tarantino. La narrativa italiana, forse per l'eredità d'una grande tradizione lirica, è propensa a lavorare sulla caratterizzazione dei protagonisti (specie se narranti), piuttosto che sulla drammatizzazione e sulla costruzione degli intrecci; e perciò gravita su orbite più vicine al film di Robert Zemeckis, che non a Pulp Fiction. (Mi auguro che nessuno se ne abbia a male: non sarebbe davvero il caso). Un'eccezione ragguardevole, come si diceva, è L'ultimo capodanno del!' umanità, intrigo di vicende che emulsiona banalità e stravaganze d'un variegato gruppo di personaggi, accomunati dall'apocalittica ecpirosi d'un condominio sulla Cassia. Poche volte accade d'imbattersi in un racconto italiano (un romanzo breve, in realtà) che mantiene un ritmo così vivace e serrato, e senza minimamente deludere nel finale; tanto da stupirsi che non sia stato edito in un volume a sé. Ma forse proprio l'inclusione in un libro corposo e in più punti disomogeneo può risultare istruttiva. Intanto, merita un cenno la quarta di copertina, stralcio (vero o fittizio: ma probabilmente vero, perché no) d'una lettera dell'autore ali' editore, che difende, magnificandola, la struttura del libro; una piccola apologia, in forma d'auto-incensamento. Per inciso, il tono degli interventi di parecchi nuovi narratori (penso soprattutto, oltre che ad Ammaniti, a Nove e a Scarpa) hanno una certa aria di famiglia: un misto di ilare sfacciataggine e di spicciativa spavalderia, soffuso di un'ironia che s'indovina non meno studiata che sincera (un tratto generazionale, forse, o magari il frutto d'una strategia di marketing che aggiorna lo stile autopromozionale di Aldo Busi). Ma a parte questo, è appunto l'eterogeneità dei testi raccolti in Fango - titolo non folgorante, sia detto per inciso - che ci può rivelare qualcosa di contraddizioni che non sono proprie solo della narrativa di Ammaniti. Fango comprende alcuni racconti in cui tutto funziona, mi pare, a dovere: dal tradizionale ma efficace thriller di Ti sogno, con terrore al brioso horror comico dello Zoologo. Debole è invece il racconto eponimo (sottotitolato Vivere e morire al Prenestino), un esempio di trucido sforzato e burattinesco, ben lontano dalla "sprangata in faccia" millantata nella quarta di copertina. Il testo che pone maggiori problemi è però Rispetto, storia d'uno stupro collettivo che finisce in un'orgia di sangue, narrata in prima persona da uno degli assassini. Il protagonista appare subito per quel che è, ]'esponente di un'umanità volgare, bestiale e scellerata; e la vicenda sembra fatta apposta per muovere, più che all'indignazione, al disgusto. Ma non è al disgusto (alla "denuncia") che Ammaniti mira; né alla semplice mimesi (senza dubbio assai efficace, qui come altrove) d'un gergo giovanilistico tutto trivialità e stereotipi, snocciolati con ritmo spezzettato e ruttante. L'intento sarebbe di suscitare emozioni più complesse, più torbide: la quarta di copertina parla infatti di un 'Ombra a cui gettare in pasto il breve brano. Ed è vero che alla cruda rappresentazione d'un sadismo criminale Rispetto aggiunge qualche dettaglio che sfida i limiti della verosimiglianza, come l'ombrellone conficcato nell'occhio e il conseguente zampillìo di misti fluidi organici. Troppo poco, però, e troppo tardi, per cambiare le regole di un gioco impostato diversamente. Intendiamoci: in discussione non è il principio della mescolanza di generi o registri espressivi, ci mancherebbe altro. Ma questo non significa che ogni combinazione e dosaggio di elementi sia accettabile. Ne11afattispecie, per la nostra sensi-
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