Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

VEDEREL, EGGEREA,SCOLTARE 59 glio un certo tipo di pulp fiction, molto più che non Pulp Fiction (o Le iene). In questa luce, l'unico momento davvero "tarantiniano" della più recente narrativa italiana mi pare il racconto iniziale di Fango, L'ultimo capodanno del!' umanità; gli altri brani del libro di Ammaniti, o - tanto per fare un esempio - Occhi sulla graticola di Tiziano Scarpa o Woobinda di Aldo Nove, con Tarantino non hanno molto a che spartire. Beninteso, si tratta di una semplice constatazione, non di un giudizio; ad onta del talento di Tarantino, sarebbe davvero eccessivo trasformarlo in una pietra di paragone per distinguere l'oro dal princisbecco. Non di meno, credo sia opportuno sottolineare l'equivoco (del resto già notato da alcuni) che ha viziato fin dal principio il dibattito sul pulp letterario: l'adozione di una categoria interpretativa ambigua, non sempre adeguata a descrivere i fenomeni dei quali s'andava parlando. Tanto più che, non dimentichiamolo, in Italia una pulp fiction non esiste. Non esiste una letteratura (letteratura, non cinema o fumetto o altro) popolare, sensazionalistica e di successo, su- Claudio Camarca. Foto LeonardoCéndamo/G Neri. scettibile di rielaborazione colta. Non esiste un equivalente dei film di terzo o quart'ordine che Tarantino usa parodiare. Dunque, l'oggetto dell'eventuale parodia non può che essere extraletterario, ovvero non italiano: e questo cambia non poco le cose, perché è sul piano dello stile che un'opera letteraria è comunque tenuta a qualificarsi. Non del bello stile: dello stile. Dunque, della lingua. Con questo, sarebbe sbagliato liquidare l'intera questione come un malinteso terminologico. Non è affatto così. La prova ad esempio - e contrario - L'erba cattiva, il romanzo di Andrea Carraro edito all'inizio dell'anno da Giunti. Come Il branco (Theoria 1994), il libro da cui Marco Risi ha ricavato l'omonimo film, L'erba cattiva narra una vicenda di violenza e degradazione, ambientata in quella particolare incarnazione della modernità che è la vita nei contorni di Roma. Protagonista è una famiglia composta da un padre disoccupato e alcolizzato, una madre angustiata e sottomessa, e tre figli maschi, abitati da varie frustrazioni e inquietudini. Il primo vorrebbe sposarsi, ma stenta a mettere insieme i quattrini necessari; l'ultimo, scolaro men che mediocre, coltiva il sogno d'una carriera calcistica, che a un certo punto sembra sul punto di Silvia Ballestra. FotoBassoCannarsa/G. Neri. avverarsi nella forma d'un ingaggio nella Viterbese; il secondo, cupo e solitario, sfoga la sua tetraggine andando ogni sabato sera per pornocinema e viados. Attorno, un "coro" paesano di giovani giovinette e giovinastri, comari pettegole, imprenditori senza scrupoli, strozzini. Il decorso della storia, non del tutto imprevedibile, conduce a un tragico finale, in cui un viluppo di incancreniti rancori, di umiliazioni, di ricatti sfocia in un gesto omicida. Come ideatore di trame e di personaggi, Carraro ha indubbiamente dei numeri. Man mano che la narrazione procede, agli occhi del lettore si squadernano con efficace evidenza i vari aspetti d'un mondo squallido, socialmente disgregato, intriso di crudeltà morale, dove imperano i valori del denaro e del sesso, e dove perfino l'amicizia può assumere le forme della persecuzione. Particolarmente riuscite appaiono le parti dialogate, giocate in larghissima prevalenza su registri dialettali o gergali, non senza modulazioni stilistiche ("E lasciatelo mangia' in grazia de dio!. ..". "A lui mica je serve de magna' ..."). Un problema si pone invece nel rapporto fra la voce dei personaggi e le parti narrate, che non di rado inclinano a Aldo Nove. FotoBassoCannarsa/G. Neri.

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