Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

58 VEDEREL, EGGEREA,SCOLTARE Tiziano Scarpa. FotoBossoConnorso/G. Neri. Giuseppe Culicchio. Foto LeonardoCéndomo/G. Neri. Niccolò Ammoniti. FotoBossoConnorso/G Neri. buti del cinema di Quentin Tarantino, più che il significato dell'espressione. In compenso, è nato da poco un quindicinale che si chiama proprio "Pulp", e che si occupa essenzialmente dei generi narrativi propri della letteratura di massa (ovvio il predominio dei libri stranieri): dunque, di pulp fiction, nel senso proprio del temine. E lo fa con un piglio brioso e spregiudicato, ovviamente antiaccademico, gradevole e intelligente. Anche in questo caso, peraltro, bisogna precisare che "Pulp" non è un pulp magazine. La rivista presenta infatti un'impostazione curata e a suo modo raffinata, con postmoderne ricercatezze tipografiche quali la variazione di caratteri, disegni, corpi e perfino colori ali 'interno dello stesso testo (quanto ai refusi, sono un inconveniente rimediabile). Insomma, se dovessimo fare un paragone gastronomico, assomiglia a uno di uno di quei locali denominati "locande" o "osterie" che però sono a tutti gli effetti ristoranti, e d'un certo rango (quando non di lusso), dove anche cibi o arredi poveri equivalgono a una scelta di stile. Non per rimpiangere le osterie d'una volta, sia chiaro. Né per compiacersi della loro scomparsa: il discorso è un altro. Gli scambi fra i vari livelli della produzione letteraria sono sempre sintomi di una vitalità culturale, da salutare con favore; ma i termini degli scambi devono essere, per quanto possibile, ben messi a fuoco. In altre parole, data la propensione della letteratura d'autore a desumere forme, temi e modelli dalla produzione "bassa", d'intrattenimento e di consumo, è bene tener distinta, in linea di principio, la distinzione fra il "basso" e l'oggettivazione ironico-straniata del "basso"; e capire, caso per caso, in quale modo l'autore si ponga di fronte a questa distinzione, cioè se intende confermarla, rifiutarla, sfumarla, metterla in crisi, evocarla per destituirla di valore, fingere di eluderla per rimetterla in gioco su un diverso piano. E, naturalmente, se riesce nei suoi intenti. Così si finirebbe forse per scoprire che, al netto dell'ambivalenza verso il bersaglio insita nella natura di satira e parodia, qualche giovane narratore non fa altro che aggiornare i modi di certa letteratura medicea. La presunta novità potrebbe rivelarsi una sorta di rusticale postindustriale, di nenciale massmediologico (e non parliamo ancora, si badi, di quella snobistica degustazione del Kitsch che puntualmente degenera in un Kitsch al quadrato). Ma torniamo brevemente a Pulp Fiction. Se c'è qualcosa di impressionante nel capolavoro di Quentin Tarantino, è la padronanza dei meccanismi di costruzione dell'intreccio, il perfetto dominio della sintassi narrativa. Come si ricorderà, il film si presenta suddiviso in quattro parti e un prologo, ma gli episodi narrati sono tre (la missione dei due sicari, con la conversione d'uno dei due, la serata trascorsa dall'altro con la donna del capobanda, la storia dello sgarro del pugile). Il primo episodio è infatti spezzato in due segmenti, posti rispettivamente all'inizio e alla fine del film. La zona di sutura è anticipata dal prologo, che segue l'ottica di figure comprimarie (la coppia di ladruncoli della caffetteria), mentre la conclusione è anticipata, sia pure di scorcio, a metà film, in quanto si salda con l'inizio dei due episodi successivi: i quali a loro volta cronologicamente si sovrappongono, salvo la maggiore estensione del terzo rispetto al secondo (che consente al personaggio interpretato da John Travolta di comparire in tutt'e tre). Ora, di fronte a questa magistrale capacità di organizzazione del racconto, quasi tutto il resto, compresa l'esibizione della violenza, perde rilievo: e riguarda la pulp fiction, o me-

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