Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 57 la polizia e il giorno dopo un lungo articolo in prima pagina del Corriere, a firma del suo sommo, raffinatissimo critico musicale, condanna l'intrusione, la profanazione, l'insulto all'arte. Ma se un altro coraggioso musicista l'avesse fatto, ai tempi delle leggi razziali? "La temuta guerra arrivò, precipitando tutti, persino i nazisti, nel terrore e oscurando insieme alle case e alle strade, anche le menti." Qualcosa di simile ho provato e visto il 10 giugno 1940; insegnavo al liceo classico di Busto Arsizio e venne l'ordine di andare tutti in piazza, studenti e professori, ad ascoltare il discorso del duce: era la dichiarazione di guerra. Alla fine l'adunanza si sciolse in silenzio, facce dure, passi lenti, segni e sogni di paura. Dopo Hans Deichmann, sono andato a rileggere Thomas Mann, il suo discorso a Nuova York, nel giugno del 1945. Molte coincidenze, molti giudizi affini sulla Germania e sui tedeschi dipendenza, inferiorità, servilismo; il "meschino livello plebeo ... di un Hitler", il crimine inutile, mostruoso lusso aggiunto; la Germania sempre in ritardo nel recepire le conquiste dell'Europa Occidentale e sempre rapida nel deformarle ... Ma tutto detto e visto da lontano e dall'alto, pomposamente, letterariamente; i vizi sempre affiancati alle virtù e ai meriti storici; e "l'orrenda sorte della Germania", non la sua responsabilità e quella dei tedeschi, di tutti i tedeschi; la grande storia, dal Sacro Romano Impero al misticismo, da Lutero al diavolo, dal romanticismo alla macchina mitologica di nazismo e razzismo. Mentre Hans Deichmann parla da dentro, di cose e persone, di fatti vissuti, patiti, creati; insomma la microstoria con le sue verità, il rischio, la miseria, l'orrore, l'esperienza e la pratica, in luogo della lettura e della scrittura.) L'ARCADIADELL'HORROR SULLAPULP-FICTIOITNALIANA MarioBarenghi Negli ultimi tempi letterati, critici e narratori hanno fatto un gran parlare di pulp. La discussione ha alternato, come un po' sempre accade, proposte interessanti e semplificazioni frettolose, interventi meditati e improvvisati chiacchiericci. Difficile valutare se di tutto questo rimarrà traccia; è tuttavia probabile che, quanto meno, ne risulterà rafforzata una tendenza latente nella cultura attuale, cioè un aumento di considerazione e d'interesse verso la cosiddetta letteratura "di genere". E, dati i cromosomi aulici che da sempre condizionano gli sviluppi della nostra letteratura, non sarà un danno. Il dibattito, tuttavia, era stato avviato con scopi ben più ambiziosi. Dall'incontro avvenuto a Reggio Emilia sulla nuova narrativa (promosso da rinomati reduci della neo-avanguardia) al seminario organizzato dalla scuola Holden di Baricco (che inalberava l'impegnativo tema "Narrare dopo Pulp Fiction"), l'intento era di diagnosticare, se non un mutamento storico, un avvicendamento generazionale, una soluzione di continuità rispetto al passato. Un'idea fondata, valida? Probabilmente è troppo presto per dirlo: bisognerà attendere le future prove dei narratori chiamati in causa (i vari Ammaniti, Caliceti, Nove, Scarpa) e le eventuali ripercussioni sugli altri, non importa se più o meno giovani, e più o meno affermati. Nel frattempo, mentre la discussione sembra segnare il passo, credo che non sia inutile puntualizzare un paio di elementi. Iniziamo dal termine pulp. Come ormai tutti sanno, in origine questa parola designava un tipo di carta di poco prezzo; poi è passata a indicare - per metonimia - un tipo di riviste stampate su quella carta, e quindi il tipo di letteratura che quelle riviste pubblicavano: una produzione d'intrattenimento, "di genere" appunto, per lo più facile e dozzinale, senza pretese d'arte. Da noi però, fuor d'ogni dubbio, il vocabolo pulp è entrato in circolazione solo grazie al successo del film di Quentin Tarantino: il quale, proprio per il fatto di intitolarsi Pulp Fiction, esulava dai confini della pulp fiction. II titolo, conviene ricordarlo, è una cosa importante. Scegliere un titolo anziché un altro significa suggerire attese diverse, sollecitare diversi raffronti, predisporre a differenti reazioni. Il titolo orienta l'atteggiamento estetico del pubblico, ne attiva l'interesse e ne guida la partecipazione; e questo vale sia per i lettori di romanzi, sia per gli spettatori di film. Non a caso in passato molti film americani venivano, oltre che doppiati, ribattezzati, per lo più con enfasi sull'aspetto avventuroso o romanzesco: memorabile fra tutti il Jeremiah Johnson di Sidney Pollack distribuito da noi come Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (frase probabilmente pescata a caso in un albo di Tex). Oggi invece, sempre più spesso, i titoli americani non vengono tradotti affatto. Quando sia cominciata questa voga, non saprei (gia con Biade Runner si risalirebbe all'inizio degli anni ottanta); da un certo punto in poi è divenuta inarrestabile, e nessuno s'è stupito non solo - che so - di un Top Gun, che qualche problema di traduzione l'avrebbe posto, ma anche d'un banalissimo Mission (La missione, niente di più e niente di meno), o di Rain Man, che rispetto a L'uomo della pioggia insinuava un che di spiccio e sintetico, e, incongruamente, di quasi aggressivo. Il punto è che un titolo non tradotto, sia pure solo per amor di monosillabo, tutto fa fuorché rimanere invariato. Anzi, il senso - il messaggio - ne risulta inevitabilmente, subdolamente distorto; né mi pare se ne giovi la conoscenza media della lingua inglese (ma questa è un'altra storia). Alla lettera Pulp Fiction significa Storia da quattro soldi. Che cosa sarebbe successo se nelle sale italiane fosse stato presentato con questo titolo? Avrebbero inciso sui commenti le inevitabili risonanze brechtiane? E soprattutto: avrebbe avuto il film la medesima accoglienza da parte del pubblico? Mah. Di sicuro, però, i critici letterari non si sarebbero messi d'un tratto a discettare di pulp, così da provocare un piccolo pasticcio semantico. Trasferito nella nostra lingua, "pulp" (che ormai verrebbe da pronunciare all'italiana, come "gulp") s'è appiccicato a immagini di consistenza corposa, di ricercata grossolanità, d'impasto carnale e truculento, di compiaciuta manipolazione: qualcosa fra la polpa, la polpetta e lo splatter (altro termine di importazione abbastanza recente, che non designa una razza canina), una sorta di passepartout critico buono indifferentemente per indicare la mimesi del degrado metropolitano, l'ostentazione d'un parlato greve e grezzo, il riciclaggio di questo o quell'aspetto della comunicazione mediatica, l'uso di trovate sensazionali, la deformazione caricaturale o parodica, purché giocata in chiave brutale e/o grottesca, con abbondante guarnitura di turpiloquio. Insomma: gli attri-

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