Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

56 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE versamento dall'altra lingua, il che giova a tener desta nel lettore l'attenzione alla fonte. Una scrittura a pezzi allineati, accumulati, sovrapposti o contrapposti, senza spazi per altro che non sia il contenuto, il tempo, il fatto, il luogo; una scrittura dalla quale tuttavia può sbucar fuori un fremito di commozione, un grumo di sentimenti, una scarica di negazioni, un giudizio universale, una imprevedibile immagine di assoluta poesia. Così sull'ultima piattaforma dell'ultimo vagone di un treno polacco, nei pressi di Birkenau nel 1991, Hans Deichmann bloccato dall'ultima porta, osserva sfuggire "i binari che non scherzavano affatto con la loro persistente infinità". Tragicamente, quasi metafisicamente bello! Oppure, il 25 aprile 1945, l'assoluto silenzio di via Manzoni, poi il rombo dei motori dell'ultima colonna militare tedesca che lascia Milano; la paura di essere colpito lui, unico bersaglio disponibile, la gioia di essere sopravvissuto. La satira, l'umorismo, il sarcasmo, la provocazione, la beffa, l'ironia e l'autoironia, lo scherno, la derisione compaiono quasi in ogni pagina, ora a commento, ora impliciti nel racconto. Che non è in prima persona, ma nella persona dell'inventato cronista Hans Deichrnann. Gli oggetti sono i titoli dei ventidue capitoli, brevi episodi o lunghi racconti (in ordine di composizione, non cronologico) fra il 1914 e il 1991, in Germania, Francia, Austria, Svizzera, Italia (dal 1932 al 1945), Polonia: sono occhiali, biciclette, un ascensore, automobili, una valigia, una tenda, un berretto, un bicchiere, i binari, un pitale, un letto, dei piatti ... Vicende familiari, politiche, di lavoro (nella 1G Farben), di azioni partigiane; incontri, amicizie, feste, inviti, giochi e giocattoli, regali, eccetera; vicende umane, dove anche un uomo senza ragion d'essere può essere qualificato un oggetto e animali nobili come i cavalli da sella suscitare pietà, quando partono per il fronte, nel 1914. I piccoli nazisti, singolarmente o ammassati, sono gustose ironiche istantanee, normalmente solo in negativo; ma "un nazista che si comportasse bene, che, per esempio, non denunciasse nessuno, riusciva a mandarlo in estasi"; e parallelamente: "Lei è antinazista? Allora l'assumo". Di Hitler- un Gastarbeiter, un lavoratore immigrato impadronitosi della Germania! [come se in Itala un extracomunitario, un marocchino diventasse presidente della repubblica, ma qui probabilmente saprebbe far meglio] - Hans Deichrnann ricorda l'incontro allo stesso tavolino della carrozza ristorante di un diretto Magdeburgo-Berlino, nel dicembre del 1932, pochi mesi prima del suo avvento al potere: "sporco, l'abito pieno di macchie di grasso, il colletto e i polsini della camicia unti e bisunti, per non parlare delle mani ... Hitler che mangiava, altro motivo per prendere il largo"; nonché lo Heil Hitler da Hans Deichrnann rigorosamente gridato nei gabinetti della sua ditta, dove un cartello espressamente lo sconsigliava. Di Mussolini ricorda il 17 aprile del 1926, quando Hans Deichmann, a Roma come turista, lo aveva visto con un grande cerotto sul naso uscire da Palazzo Chigi - "il colpo di unirlandese aveva sfiorato il bersaglio". Di Pio XII, anticomunista e germanofilo, autosqualificante l'udienza concessa in pompa magna a un gruppo di militari tedeschi (più Hans Deichrnann), in cui il papa chiede a ciascuno se fosse stato "bravo": cosa voleva dire? Coraggioso, ardimentoso? contro chi? Oppure obbediente? a chi? perché? Costretto a passare nove mesi negli uffici amministrativi della IG Farben a Francoforte, senza imparare nulla, la trova "una città orribile; tollerabile solo grazie alla presenza degli ebrei". Frequentatore della comunità di amici di Genia Schwarzwald, a Grundlsee, in Austria, per molti anni, Hans Deichmann non si era "mai chiesto chi fosse ebreo e chi no. Aveva incontrato solo ebrei perfettamente integrati, sicché per lui non esistevano differenze; ora, all'improvviso, gli si chiedeva invece di notarle, e di operare una discriminazione fra chi godeva ancora di immunità e chi era già esposto". Nel luglio del 1943, durante una visita al cantiere della sua impresa ad Auschwitz, ne vide l'orrore: "i genocidi avevano raggiunto il culmine e tutti ne parlavano [ma come? se dopo nessuno ne sapeva niente?], a Hans Deichmann fu chiaro che i raccapriccianti crimini non avrebbero mai avuto termine se non ci si fosse adoperati con ogni mezzo e nel più breve tempo possibile a porre fine alla guerra. Decise quindi che da allora in poi avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per contribuire ad accelerare la conclusione del conflitto, cioè la disfatta della Germania". Anche se la sua attiva, quotidiana opposizione al nazismo era iniziata ancor prima del suo incontro con Hitler. Nell'autunno del 1945, tornato dall'Italia in Germania "come vincitore con grandi aspettative per ogni possibile novità che non fosse solo rinnovamento, dopo tre anni Hans Deichmann si ritrovò profondamente deluso per la mancanza di rapporti spirituali tra tedeschi e per il loro rifiuto di assumersi la responsabilità dei crimini nazisti, irrinunciabile premessa a ogni cambiamento". La sua attività come presidente del tribunale di denazificazione dell'Obertaunus, ostacolata con ogni mezzo - falsità, calunnie, burocrazia - dal basso e dall'alto, durò poco più di un anno; sino al luglio del 1948. Lasciò la Germania - attribuendosi il titolo d'onore di rifugiato di Adenauer - nel novembre dello stesso anno, per ristabilirsi in Italia, dove tuttora risiede. Oggetti è un libro da leggere: è istruttivo, divertente, passionale dove necessario; è vero, aggettivo difficile oggi da attribuire a qualcosa di storico; utile ai giovani e meno giovani, soprattutto tedeschi, che della loro patria sanno nulla, o poco e in forma distorta. (Appendice Ho partecipato a una ventina di campi di lavoro volontario del Servizio Civile Internazionale; uno anche in un paesino della Renania, dove si costruivano alloggi per i profughi dalla DDR. Una sera, dopo il lavoro, senza che alcuno lo avesse chiesto, ci hanno caricati sopra un camion e portati a sentire un discorso di Adenauer: era tempo d'elezioni. Sotto un enorme tendone, geometricamente suddiviso, mediante opere di tavolato, in comparti rettangolari, a ogni gruppo il suo, secondo la provenienza, in piedi, come bestiame al mercato; a nessuno interessava, pochi - la maggior parte erano stranieri - capivano la lingua del canceUiere. Unico caso di volgare, brutale interferenza politica da me sperimentata in un campo di lavoro: né nel.laDDR, né in Polonia, né in URSS, né in Israele. Ho quindi gustato, nel mio piccolo, l'essersi Hans Deichmann definito un profugo di Adenauer. L' 11 novembre 1938, a Francoforte, il concerto del venerdì, tre giorni dopo l'incendio delle sinagoghe: folla come sempre, compreso "Arthur v. Weinberg, uno degli ebrei più noti e un tempo più influenti della città, seduto nel suo palco sopra l'orchestra, come se nulla fosse accaduto". L'arte, la musica come templi invalicabili, altro pianeta. Così a Milano, al tempo dei bombardamenti americani sul Vietnam, Maurizio Pollini una sera, prima di iniziare, vuol leggere una breve dichiarazione di solidarietà con le vittime, ma ne è impedito dall'accanito dissenso della maggior parte dei soci del Quartetto. Chiamano

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