Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

54 VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE ~ 1 persona in tutto il campo che stesse pensando a me, che si stesse dicendo, oh Cristo sarà meglio che faccia una scappata a vedere come se la cava il tenete Wolff! Macché. Non gliene fregava niente a nessuno"), l'incomprensione e l'oscillazione tra indifferenza e solidarietà (temi questi che attraversano l'intera opera di Tobias Wolff) appaiono amplificati perché immersi in una realtà ostile e fondata sulla logica primitiva della sopraffazione. Questo contesto finisce allora per riproporre altre questioni cruciali con le quali la società americana si trova a fare i conti, come il rapporto tra bianchi e neri, qui evidenziato nelle umiliazioni che il sergente di colore Benet deve subire in un bar pieno di bianchi nel capitolo "Riparo un torto". Interessante è poi una chiave di lettura che Wolff ci offre per interpretare la guerra del Vietnam, e che cioè questa sia stata in sostanza un tradimento dei padri verso i figli, padri che accettano di consegnare i figli alle fauci della guerra, lasciandoli partire senza opporsi come invece accade nel sogno ad occhi aperti alla fine del capitolo "Alto tradimento". Il bagaglio con il quale Wolff ritorna da una esperienza del genere, contiene, oltre agli incubi notturni, all'ulcera e alla colite, la certezza che al morire in modo eroico " ... nei propri scarponi" sia da contrapporre il lavoro oscuro e antieroico della vita di tutti i giorni con cui si cerca di salvare un minimo di dignità anche solo attraverso la resistenza. Pensiero, questo, consegnato all'ultimo capitolo che ha non a caso un titolo di taglio cinematografico, "Ultima inquadratura", perché si chiude con una dissolvenza sull'immagine di un amico di Wolff, Hugh Pierce, che si lancia con il paracadute in quel vuoto che di li a poco lo avrebbe inghiottito per sempre. VOLO DI RITORNO UN'ANTOLOGIA DIRACCONTAI FROAMERICANI Franca Cavagnoli "Il ronzio si fece più vicino. Poi, quando si trovò proprio sopra di me, sembrando una croce d'argento nel cielo azzurro, allungai la mano e cercai di afferrarlo. Era come infilare le dita in una bolla di sapone. L'aereo proseguiva, come se ci avessi solo soffiato su. Provai ad afferrarlo di nuovo, convulsamente, cercando di tenerne stretta la coda. Le mie dita strinsero l'aria, e un'ondata di delusione mi montò in gola ...". Nel tentativo di afferrare l'aeroplano, il bambino ruzzolerà a terra, il luogo irrimediabilmente più lontano da quel cielo nel quale desidera volare. Volo di ritorno, da cui è tratta la citazione, è il titolo di un racconto di Ralph Ellison nonché dell'antologia di racconti afroamericani esemplarmente curata da Maria Giulia Fabi per Le Lettere di Firenze (Volo di ritorno, trad. di L. Ballerini, A. Calanchi, M.G. Fabi, D. Fink, F. Pivano, C. Spallino, 1996, pp.484, Lire 38.000), un volume che racchiude più di un secolo di narrativa breve afroamericana - dal 1859 al 1977 - nella raccolta più ampia mai pubblicata in Italia. I racconti, per lo più inediti e presentati in ordine cronologico in modo da illustrare lo sviluppo di questo genere nell'ambito della letteratura afroamericana, offrono una panoramica molto varia della popolazione nera, a lungo prigioniera dei clichés del cinema e soprattutto della letteratura euroamericana: il nero vittima dell'oppressione e dei pregiudizi razziali o il nero violento e brutale. "I protagonisti e le protagoniste di questi racconti sono molto diversi/e", scrive Maria Giulia Fabi nell'introduzione, "per età, per genere sessuale, per provenienza geografica, per estrazione sociale, per livello culturale, per consapevolezza di sé e della propria storia". Uno dei pregi della raccolta, infatti, sta nell'andare oltre gli stereotipi e offrire un ritratto della popolazione nera ricco di sfumature, sottolineando le continuità della tradizione afroamericana ma anche le sue discontinuità. I racconti scelti spaziano dall 'ironico al comico e al grottesco, dal poetico al tragico e testimoniano di una tradizione letteraria antica quanto la tradizione euroamericana, permettendo di individuare le reciproche contaminazioni. "La specificità inventiva afroamericana", scrive Fabi, "diventa tanto più evidente quanto più le tematiche affrontate - per esempio il viaggio - sono familiari a lettori e lettrici di opere americane già canoniche. Da un lato questa specificità è influenzata dal "posizionamento" degli autori e delle autrici neri/e, la cui esperienza delle istituzioni e dei "sogni" americani è segnata da esperienze storiche di oppressione quali la schiavitù, la segregazione razziale e la discriminazione sistematica che caratterizza anche il nostro presente. D'altro lato essa è anche il risultato tanto di un patrimonio culturale sincretico di tradizioni africane e di adattamenti al "Nuovo Mondo", quanto di un'immaginazione creativa che ha trasformato tutto ciò in un linguaggio artistico che, nella sua originalità, continua a rielaborare tematiche tradizionali della letteratura afroamericana, e che arricchisce di significati simbolici metafore caratterizzanti quali l'invisibilità e il ridere". Accanto ad autori noti al pubblico italiano come Ralph Ellison, Richard Wright, James Baldwin e Alice Walker, in Volo di ritorno troviamo autori quali Zora Neale Hurston, Jean Toomer, Charles W. Chesnutt e Nella Larsen, che, sebbene tradotti nella nostra lingua e pubblicati da editori quali Frassinelli, Marsilio e Sellerio, sono purtroppo noti soltanto a un manipolo di specialisti. Tra gli autori da noi inediti figurano voci di spicco della cultura afroamericana come Langston Hughes, Paul Laurence Dunbar e Paule Marshall. Fra le curiosità della raccolta c'è il racconto di Frank J. Webb, Due lupi e un agnello, che viene presentato per la prima volta dopo più di un secolo dalla prima edizione, non essendo mai più stato ristampato, neppure in inglese, dopo la prima pubblicazione avvenuta nel 1870, mentre il racconto che apre la rassegna, Le due proposte, è anche il primo racconto afroamericano a stampa, pubblicato nel 1859 da una donna, Frances Harper, e incentrato sulla questione femminile, una delle questioni politiche più importanti del periodo. La vigna stregata di Chesnutt (1887) è celebre per la freschezza del linguaggio e l'abile uso del dialetto nero, che l'autore aveva dovuto imparare proprio per poter essere pubblicato, come ricorda Barbara Christian nell'illuminante saggio incluso nel volume, "poiché negli anni ottanta dell'Ottocento l' establishment letterario aveva designato l'uso del dialetto come marchio caratterizzante dello scrittore nero". Alcuni racconti sono veri e propri piccoli capolavori. Fern

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