Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 53 L'ESERCITODELFARAONE SUTOBIASWOLFF GiancarloVellucci Il nome di Tobias Wolff non è mai circolato molto dalle nostre parti nonostante la pubblicazione nel 1990, per i tipi della Mondadori; del suo primo romanzo autobiografico This Boy's Life diventato, in modo quanto meno discutibile, Memorie di un impostore. Eppure, questo scrittore americano, nato a Birmingham in Alabama nel 1945 e attualmente insegnante di scrittura creativa alla Syracuse University, si è costruito in patria e in Inghilterra una solida reputazione come autore di racconti calati in una realtà quotidiana, quella per lo più del Midwest, fatta di vite vissute in una dimensione di diffusa precarietà a livello economico, affettivo e psichico; vite avviluppate in una trama di equivoci, solitudine e di tensione frustrata verso il bene, descritte attraverso uno stile asciutto e diretto, privo di retorica, degno erede di una tradizione, quella del realismo americano, che può essere ricondotta ad autori come Sherwood Anderson ed Emest Hemingway, maestro dichiarato di Wolff. Il realismo della scrittura di Wolff è stato messo in evidenza proprio in Inghilterra dalla rivista Granta che lo ha lanciato agli inizi degli anni ottanta assieme a Raymond Carver e Richard Ford, sotto l'etichetta di "Dirty Realism''· Sempre sulle pagine di Granta è stato pubblicato per la prima volta il romanzo breve The Barracks Thief che in seguito è valso all'autore il prestigioso premio Pen/Faulkner Award. Ma veniamo a questo Nell'esercito del Faraone (Einaudi 1996, trad. di Susanna Basso, pp. 204, lire 26.000, ed. orig. In Pharaoh's Army, 1994): è anch'esso un testo autobiografico, seguito ideale di This Boy's Life, che descrive il periodo trascorso dall'autore nel!' esercito, di cui l'esperienza in Vietnam a cavallo tra il 1967 e il 1968, costituisce il momento centrale. Ancora il Vietnam dunque, presenza con la quale la cultura americana è tuttora impegnata a fare i conti a più di vent'anni dalla caduta di Saigon e che ha dato luogo a una massiccia produzione, che passa dal teatro al cinema e alla letteratura come ben documenta il volume collettivo uscito recentemente sull'argomento, Vietnam e Ritorno, curato per la Marcos y Marcos da Stefano Ghislotti e Stefano Rosso. Ma che Vietnam è quello di Tobias Wolff? È innanzitutto un luogo visto attraverso l'ironia e il disincanto di un giovane, il tenente Wolff, diventato ufficiale non per meriti e predisposizione al comando (è l'ultimo del suo corso a Fort Sill e viene definito dagli istruttori "poco partecipe" e "trasognato" risultando sempre tra i soldati puniti), ma perché è l'unico in grado di mettere in scena lo spettacolo di chiusura dell'addestramento: "Perciò decisero di tenermi e mi affidarono il compito di scrivere una farsa. È così che sono diventato un ufficiale del1'esercito degli Stati Uniti d'America". La goffaggine del tenente Wolff nell'esercitare funzioni di comando, nello stare all'interno di una logica gerarchica, fa assumere alla sua figura dei contorni chapliniani, basta citare l'episodio della disastrosa esercitazione paracadutistica sotto il suo comando: i suoi errori di calcolo fanno finire tutta la squadra tra i liquami maleodoranti di una discarica. Le stesse motivazioni che portano il giovane Wolff ad arruolarsi sono estranee a qualsiasi logica militarista; egli infatti sceglie l'esercito perché non sa cosa fare della sua vita, ma anche per accumulare una esperienza che avrebbe potuto sfruttare un giorno come scrittore seguendo l'esempio di Hemingway. Dati questi presupposti, la sua estraneità alla logica della guerra e della violenza è totale e, unita all'ironia con la quale osserva il mondo che lo circonda, produce un antimilitarismo assai pervasivo ed efficace, anche perché non parte da una tesi precostituita, da un atteggiamento già definito di rifiuto della guerra. In questo senso non c'è mai una dichiarazione esplicita, ma l'intenzione di evidenziare con il semplice sguardo sulla realtà una nozione che da essa trae tutta la sua forza e la sua evidenza, e che non ha bisogno di un diretto pronunciamento per essere chiara. Se è vero che c'è questa ironia di fondo che attraversa Nel- !' esercito del Faraone, il libro resta profondamente drammatico perché si muore da una parte e dall'altra. La morte, inoltre, colpisce con la casualità più totale producendo una paura che si cerca di esorcizzare ricorrendo ad amuleti e a rituali scaramantici. La particolarità della posizione del tenente Wolff ali' interno della guerra è anche legata al fatto di trovarsi a stretto contatto con i Sud-Vietnamiti come consigliere militare in un loro battaglione di artiglieria. Questo gli fornisce un osservatorio privilegiato da cui riflettere sulla natura dei rapporti che gli Americani intraprendono con loro: rapporti che vengono lucidamente registrati nell'oscillazione tra paternalismo e diffidenza. Tutta l'ambiguità della posizione americana diviene in questo senso chiara nell'episodio della distruzione di My Tho, nei cui paraggi è accampato il battaglione di Wolff, durante l'offensiva del Tet nel gennaio del 1968; episodio che forse non a caso è posto nella parte centrale del libro perché rivela " ... che a noi dei civili non importava e che non li avremmo protetti; che a dispetto di tutte le nostre chiacchiere sulla fratellanza noi li disprezzavamo e non ci fidavamo di nessuno e che li avremmo fatti fuori all'ultimo pur di salvare la pelle. Chi la pensava diversamente era un illuso". Il Vietnam si trasforma in un luogo che genera frustrazione, è infatti simboleggiato dalla base di Dong Tam in cui il tenente Wolff e il suo aiutante da campo, il sergente di colore Benet, si recano per uno dei loro traffici poco ortodossi," ... un ammasso di fango, con tende fangose e uomini fangosi dall'aria incazzata e depressa e abbrutita", e che paralizza la potenza imperialistica degli Stati Uniti impantanata come l'esercito del faraone mentre insegue gli Ebrei in fuga dall'Egitto, rivelando poi," ... l'esistenza di una cosa che il mito nazionale non prevede come possibile: la nostra capacità di disperazione collettiva". Se a questo si aggiunge il fatto che il libro è ambientato nella regione del Delta, e cioè nelle retrovie dove la guerra è fatta dello stillicidio di sporadiche azioni di guerriglia. ("Non si moriva a centinaia in battaglie campali. Era questione di un uomo alla volta con una frequenza affatto irregolare"), si può capire come ci si trovi di fronte a uno scenario in cui non c'è posto per imprese eroiche, ma a un ambito in cui ci si dibatte stretti tra la paura di una morte improvvisa per mano di un nemico invisibile e sfuggente, e la noia di una realtà piena di un senso di inutilità. Il Vietnam è allora il luogo in cui i travagli che assillano la vita civile come la paura, la solitudine ("Non c'era una sola

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